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Fonte Immagine: @usmnt (Instagram)

Per gli Stati Uniti stanno forse per finire i tempi bui: alle spalle di Christian Pulisic una nuova generazione di baby fenomeni è sul punto di spiccare il volo e provare a cambiare la storia del soccer.

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Sono anni che si pronostica l’esplosione degli Stati Uniti come una delle principali nazionali al mondo, ma finora tutto questo non si è ancora verificato. Stiamo parlando di un paese con oltre 328 milioni di abitanti, modernissimo e ricco, con una forte politica sportiva e che è già molto competitivo nella maggior parte delle discipline, ad eccezione però proprio del calcio.

Ma le cose sembrano sul punto di cambiare da qui a breve, grazie a una nuova generazione giovane che sta già riscuotendo grande successo in Europa, e che guarda ai Mondiali di Qatar 2022 come una prima vetrina importante per cambiare la storia del soccer e mettersi in pari con la squadra femminile.

Stati Uniti e calcio: una storia complicata

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Pochi si ricordano degli Stati Uniti degli anni Trenta, quando erano una squadra abbastanza competitiva capace anche di arrvare terza ai Mondiali del 1930, e vent’anni dopo di infliggere la prima sconfitta della storia iridata all’Inghilterra. Da allora, per 40 anni, gli USA rimasero fuori dai Mondiali e solo in Italia iniziarono la loro lenta risalita, che ha avuto alcuni momenti topici: la conquista della prima Gold Cup nel 1991 (a cui hanno fatto seguito altri cinque trionfi), l’organizzazione del torneo del 1994, e i quarti di finale del 2002.

 

A partire dal 1990, gli USA hanno partecipato a sette Mondiali consecutivi e imposto i loro giocatori a un buon livello in Europa (Tim Howard, Brian McBride, Claudio Reyna, Clint Dempsey, Michael Bradley). Nel 2018, però, un improvviso stop, con la mancata qualificazione al torneo in Russia, e l’emergere dei problemi congeniti di un calcio che non riesce a raggiungere uno standard all’altezza delle ambizioni del paese.

Uno dei grandi problemi degli Stati Uniti è stato non riuscire a esprimere un vero campione riconosciuto, ma solo una serie di buoni giocatori. A lungo si è coccolato il talento di Landon Donovan, che però non è mai riuscito a essere più di un comprimario in Europa, mentre tante grandi promesse, gonfiate dal potere mediatico americano, si sono rivelate evanescenti alla prova dei fatti: Jozy Altidore, Julian Green, ma soprattutto Freddy Adu, che ragazzo era stato addirittura equiparato a Pelé.

Pulisic e il nuovo corso degli USA

Oggi però stiamo assistendo a qualcosa di diverso. Prima di tutto perché gli Stati Uniti hanno trovato il loro leader tecnico in Christian Pulisic, il trequartista del Chelsea ha solo 22 anni ma da almeno cinque stagioni è protagonista del calcio europeo. Oggi è considerato tra i migliori talenti in circolazione e la stella di una delle squadre migliori della Premier League.

Giovane di belle speranze è anche il ct Gregg Berhalter, in passato un buon difensore e uno dei giocatori più internazionali della sua generazione, con una carriera trascorsa quasi interamente in Europa, tra Olanda, Inghilterra e Germania, e che negli Stati Uniti ha visto solo la sua conclusione. Allievo di Bruce Arena, il padre nobile dell’epoca d’oro della Nazionale (e di cui è stato assistente a Los Angeles), Berhalter ha cercato di rinnovare la squadra che aveva fallito la qualificazione ai Mondiali del 2018.

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Nell’estate 2019, ha raggiunto la finale della Gold Cup con una rosa che faceva ancora grande affidamento su giocatori del campionato locale, perdendo 1-0 contro il Messico. In seguito, il rendimento della sua Nazionale è stato abbastanza altalenante, arrivando anche a subire una brutta sconfitta in Canada nella Nations League nordamericana. Il processo di rinnovamento soft pensato dal ct non ha convinto, e gradualmente Berhalter ha maturaro l’idea di una drastica accelerazione.

Una generazione d’oro pronta a esplodere

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Il risultato è la rosa dei convocati per le prossime partite di metà novembre contro Galles e Panama, due amichevoli per testare lo stato di forma di una squadra che non gioca da febbraio, e che danno spazio agli esperimenti. L’età media è crollata dai 25 anni della Gold Cup dell’anno scorso a 21 anni, con ben dieci esordienti, e ovviamente tutti i convocati sono impiegati nei campionati europei.

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Alcuni sono anche giocatori molto noti o che comunque stanno disputando la Champions League: non solo Pulisic, ma anche lo juventino Weston McKennie, Tyler Adams del RB Lipsia, Sergiño Dest del Barcellona, Ethan Horvath del Club Brugge e il giovanissimo asso del Borussia Dortmund Giovanni Reyna, figlio di Claudio.

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Reyna guida la carica degli adolescenti terribili di Berhalter: tredici dei convocati sono infatti nati negli anni Duemila, e si concentrano principalmente nei reparti più offensivi del campo, a testimonianza di un cambio nella produzione di calciatori degli Stati Uniti, un tempo specializzati in portieri e difensori. Tra di essi occorre citare assolutamente il portiere delle giovanili del Leicester Chituru Odunze, il difensore del Bayern Chris Richards, Konrad de la Fuente del Barcellona e Yunus Musah, che a 17 anni è già protagonista nel Valencia.

McKennie ma non solo: i nuovi americani vogliono fare la differenza

Berhalter ha a disposizione dell’ottimo materiale su cui lavorare, e adesso sta a lui far coesistere tutto questo talento e costruire un percorso che possa portare a risultati concreti da qui al 2026. Ma non sottovalutato che quella delle prossime due partite degli Stati Uniti è prima di tutto una scommessa, e che ci vorrà del tempo perché possa prendere realmente forma.

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