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I giovani calciatori come Ansu Fati e Alphonso Davies spopolano nei principali club del continente, ma non in Italia, dove le squadre di prima fascia continuano ad avere inspiegabilmente poca fiducia nei ventenni.

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Chiunque segua il calcio da un po’ di tempo avrà sentito dire almeno una volta, da tifosi o addetti ai lavori, che un club di prima fascia non può permettersi di scommettere su giocatori giovanissimi, dando loro il tempo di crescere, ma deve puntare su calciatori già affermati. Eppure, negli ultimi anni stiamo assistendo a un’inversione di tendenza abbastanza decisa.

Giocatori spesso Under-20 trovano spazio stabilmente tra i titolari di squadre di primo piano del panorama europeo, e lasciano il segno in maniera abbastanza inequivocabile: da Ansu Fati ad Alphonso Davies, sembra proprio che i ventenni di oggi siano più maturi mentalmente e tecnicamente rispetto a quelli delle passate generazioni. Chi non sta sfruttando questo trend, però, è il calcio italiano.

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La riscossa dei giovani nei top club

Guardiola e Klopp hanno fatto da apripista, come per tante altre cose: entrambi sono arrivati alla loro prima panchina importante nel 2008, decidendo subito di dare spazio in rosa a giocatori giovani come Busquets, Subotic, Hummels e Sahin, prendendosi un rischio ma lanciando alcuni dei più importanti giocatori degli anni a seguire.

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Lo spagnolo e il tedesco hanno reso Barcellona e Borussia Dortmund due club simbolo di un gioco giovane e spettacolare, che bene o male sopravvive fino a oggi (vedere Fati, Pedri e Trincao in Catalogna, o Haaland, Bellingham, Moukoko, Reyna e Sancho in Nordreno-Vestfalia), e che soprattutto ha influenzato tanti altri club.

In virtù di quegli esempi, oggi abbiamo un Bayern che lancia senza timore Alphonso Davies e grazie a lui sale sul tetto d’Europa; un Real Madrid che schiera due giocatori appena maggiorenni come Vinicius Junior e Rodrygo; o un Manchester City che ha tra le sue stelle Eric Garcia, Foden e Ferran Torres. Il Chelsea è rinato grazie ai giovani come Mount, Abraham e Hudson-Odoi, mentre lo United punta forte su Greenwood.

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Le italiane cantano fuori dal coro

Vi sarete accorti che mancano alcuni nomi dalla lista di questi top club: quelli delle italiane. La Serie A è l’unico campionato dei Big 5 in cui ancora sopravvive quell’idea che una grande squadra non possa dare troppo spazio a un ventenne tra i titolari, ma abbia invece bisogno di esperienza. Delle quattro italiane impegnate in Champions League in questa stagione, Kulusevski è l’unico Duemila che faccia stabilmente parte dei titolari.

La Juventus, infatti, è anche il top club italiano con l’età media più bassa, che però è tra le più alte tra le squadre dei Big 5 in Champions League, meglio solo rispetto a Gladbach, Tottenham, Real e Atletico Madrid. E, su 19 club provenienti dai principali campionati europei, le italiane sono tra le ultime per età media: quindicesima l’Atalanta, diciottesima l’Inter, diciannovesima la Lazio. La stessa Juventus, nona, è stata ringiovanita in questi mesi da Pirlo, che sta dando spazio a giocatori come McKennie e Kulusevski, ma ha anche promosso alcuni ragazzi dall’Under-23, come Frabotta e Portanova.

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Ma il primo grande 2000 italiano, Moise Kean, è stato ceduto dai bianconeri un anno e mezzo fa senza troppi pensieri, e oggi segna con continuità con il PSG. In precedenza, l’Inter aveva commesso una simile leggerezza usando Zaniolo come merce di scambio per arrivare a Nainggolan, che in nerazzurro è durato una stagione. La stessa Atalanta, un tempo anonima ma nota per il suo settore giovanile, per fare il salto di qualità ha deciso di usare i giovani per fare plusvalenze e poi investire su giocatori più maturi.

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Questa attitudine verso i giovani è uno degli aspetti in cui il gap tra Serie A e il resto delle grandi d’Europa si nota in maniera più marcata, forse anche più che quello economico. In un periodo in cui anche una società ricchissima come il City ha orientato il proprio mercato verso i ventenni, le italiane sembrano guardare proprio da un’altra parte, ragionare secondo una prospettiva diversa, che pensa all’immediato più che al futuro, anche di fronte all’evidenza della maturità delle nuove generazioni.

Forse è un caso, ma l’unica squadra potenzialmente di primo piano che ha iniziato a ragionare diversamente oggi è prima in classifica in Serie A: il Milan ha l’età media in campo più bassa del campionato, ed è il secondo club dei Big 5 più giovane tra quelli nelle coppe europee, dietro al Nizza. Dopo alcuni anni difficili, adesso pare che i nodi stiano venendo al pettine per i rossoneri, ripagandoli dei sacrifici fatti per trattenere Donnarumma. Nella scorsa estate, il Milan ha creduto più di tutti in Tonali, uno dei più interessanti Duemila italiani, superando la concorrenza di Juventus e Inter.

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In Italia, il monopolio dei giovani è lasciato ai club di secondo piano: Walukiewicz, Lovato, Hamed Traoré, Hickey e Vlahovic sono tutti fuori dal giro internazionale, al momento. Eccezione meritevole è la Roma, che ha in squadra Kumbulla e sta lanciando Calafiori; ma la differenza con Premier League e Bundesliga in particolare è ancora ampissima. Su questo terreno, le italiane dovranno cercare di ricucire quanto prima il distacco con le straniere, tornando a immaginare il proprio futuro.

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