Fiorentina in crisi

Dalla conferma forzata di Chiesa a due sessioni di mercato difficili e confusionarie, passando per la fiducia nei confronti di un allenatore in cui la proprietà non credeva e l’arrivo al suo posto di un altro che non poteva aggiungere niente: il cosiddetto “anno zero” della Fiorentina di Rocco Commisso è stato fin qui un vero e proprio disastro.

Il 6 giugno 2019 il mondo della Fiorentina sembrava finalmente destinato a cambiare per sempre: l’addio di Diego e Andrea Della Valle, per 17 anni proprietari del club ma ormai da tempo invisi a una piazza che non poteva rassegnarsi alla mediocrità delle ultime stagioni, veniva festeggiato da gran parte di una tifoseria che finalmente credeva di poter sognare in grande.

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Dopo una salvezza strappata negli ultimi 90 minuti con un imbarazzante pari con il Genoa, ultimo atto di una serie di ben 14 partite senza una vittoria in campionato, la Fiorentina sognava di ripartire con Rocco Commisso, imprenditore italo-americano dai modi forse un po’ pittoreschi ma allo stesso tempo forte economicamente e pieno di entusiasmo.

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Era proprio l’assenza di questa caratteristica che la tifoseria viola rinfacciava ormai da tempi ai Della Valle: nonostante l’evidente impossibilità di poter competere per lo Scudetto, la Fiorentina nelle ultime stagioni sembrava aver smesso di credere anche solo di poter dare noia alle grandi, caratteristica irrinunciabile sia per un popolo come quello fiorentino – che non ama sentirsi secondo a nessuno – sia per una società che è indiscutibilmente tra le grandi del calcio italiano.

Sono i numeri a dirlo: oltre ad aver vinto 2 Scudetti, 6 Coppe Italia e una Coppa delle Coppe, la Fiorentina occupa il 5° posto nella classifica perpetua della Serie A – che mette insieme i punti conquistati nelle varie edizioni del campionato dal 1929 a oggi – ed è il 5° club per partecipazioni al massimo campionato italiano con 81 presenze, superata in entrambi i casi soltanto da realtà ben più grandi come Inter, Juventus, Milan e Roma.

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Arrivati all’indomani del fallimento che aveva visto sprofondare il club in C2, dopo aver riportato nel giro di due anni la squadra in massima serie i Della Valle avevano scritto grandi pagine nella storia del club, trasformando la Viola in un’outsider di lusso capace di sfiorare più volte la partecipazione alla Champions League e di prendervi parte in due occasioni.

Poi, lenta ma inesorabile, era arrivato il ridimensionamento. Una stagione mediocre dopo l’altra, le contestazioni, gli acquisti sbagliati: per tutti questi motivi i Della Valle avevano tirato i remi in barca, condannando la tifoseria ad annate a dir poco anonime e al rischio di una retrocessione, al termine della scorsa stagione, che sarebbe stata clamorosa.

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E poi, d’improvviso, ecco la cessione a Commisso. Un ritrovato entusiasmo che ha raggiunto l’apice in estate con la conferma – quasi forzata – di Federico Chiesa e con l’arrivo di Franck Ribery, una partenza stentata in cui però squadra e società godevano ancora del bonus di fiducia derivante dall’addio dei Della Valle, una mediocrità a cui Commisso aveva risposto con i fuochi d’artificio del mercato di gennaio.

Che però non hanno cambiato la deriva negativa di una stagione disastrosa sotto ogni punto di vista, che ormai chiunque abbia il viola nel cuore non vede l’ora di vedere conclusa. Per sognare in estate una nuova ripartenza, sperando che chi di dovere abbia fatto tesoro di cosa non ha funzionato quest’anno.

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Nel momento in cui scriviamo la Fiorentina occupa il 13° posto in classifica e si trova ad appena 6 punti di distanza dal terz’ultimo posto che significa Serie B. Attesa da un calendario tutt’altro che agevole, in casa ha conquistato appena 3 successi, tutti di misura e contro avversari certo non irresistibili. La retrocessione è difficile, ma certo non impossibile, soprattutto alla luce di quanto visto nelle ultime uscite.

Fiorentina-Chiesa, una conferma che non ha fatto bene a nessuno

Ma cos’è che non ha funzionato nel cosiddetto, attesissimo, “anno zero” della Fiorentina di Commisso? Se dobbiamo individuare un primo errore, questo forse può essere individuato nella conferma “a tutti i costi” di Federico Chiesa: a lungo nel mirino della Juventus, che sperava di ripetere facilmente l’operazione che aveva portato in bianconero l’altro gioiello viola Bernardeschi nel 2017, il talentuoso figlio d’arte è stato trattenuto in riva all’Arno apparentemente contro la propria volontà, costretto a rispettare il contratto in essere con il club che del resto lo aveva lanciato nel calcio che conta.

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Ragionamento che non fa una piega, forse in parte figlio della mentalità sportiva del tutto statunitense di Commisso (ci torneremo sopra) e sicuramente dovuta anche al particolare momento storico in cui il nuovo numero uno viola si veniva a trovare: presentarsi al nuovo popolo con la cessione del giocatore più giovane e talentuoso, peraltro agli odiati rivali della Juventus, avrebbe prodotto danni non indifferenti dal punto di vista dell’immagine.

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Peccato che con il senno di poi la cifra incassata – qualcuno ha parlato di 50, 60, persino 70 milioni di euro – avrebbe aiutato la squadra più di un giocatore che ancora deve completare la trasformazione da talento a campione e che appena 21enne non poteva essere il trascinatore che tutti speravano, a maggior ragione se poco motivato.

La conseguenza è nei numeri: in 25 presenze in Serie A Chiesa ha segnato 6 reti e registrato 5 assist, numeri sullo stesso livello della stagione in corso (6 gol e 3 assist, escluso l’exploit delle altre 6 marcature arrivate in Coppa Italia) e che certificano non soltanto la mancata evoluzione di Chiesa, ma forse persino una sua involuzione.

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I dubbi in panchina, da Montella a Iachini

Del resto con le sue caratteristiche da esterno d’attacco Chiesa non si è mai potuto esprimere al meglio nel 3-5-2 di Vincenzo Montella, tecnico che dopo il disastroso ritorno a Firenze battezzato dai Della Valle nel gennaio 2019 – 8 gare, 2 pareggi e ben 6 sconfitte – sembrava pronto a essere sollevato dall’incarico da Commisso.

Invece il numero uno viola, invece di puntare su nomi come Spalletti e Gattuso – grandi nomi, ma degni di una squadra ambiziosa – ha preferito confermare l’allenatore campano, che non è mai riuscito a prendere il controllo della squadra né ad adattare le sue idee alla caratteristiche della rosa. Fino all’esonero, inevitabile quanto tardivo, datato 21 dicembre 2019, che chiudeva una gestione di 24 gare con appena 4 successi.

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Al suo posto è stato chiamato Beppe Iachini, già giocatore viola dal 1989 al 1994 molto apprezzato dai tifosi ma come tecnico reduce da esperienze tutt’altro che brillanti: la sensazione è stata fin da subito che il suo ruolo fosse semplicemente quello di traghettatore, e lui stesso è sembrato limitarsi a dare giusto un’aggiustatina, non riuscendo a valorizzare i giocatori a disposizione – tra cui lo stesso Chiesa, ancora limitato nel solito 3-5-2 – pur avendo ricevuto in dote a gennaio una robusta iniezione di giocatori dal calciomercato invernale.

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Sorpreso? Incazzato? No. Oggi gli incazzati sono quelli che a inizio anno elogiavano Boateng, piangevano dalla felicita per la permanenza di Chiesa, quelli che a Gennaio parlavano di Duncan come se fosse un fenomeno, “Eh ma è un centrocampista muscoloso, darà una grossa mano al centrocampo viola”. Gli incazzati sono quelli che dicevano che Iachini è un gran allenatore. Come vi ho già detto e ripeto questa è la riprova che la scorsa estate e non solo, non è stato fatto niente di buono. Calciomercato fallimentare, si è voluta fare la tournée in America invece di fare un ritiro a Moena per organizzare la squadra in vista del campionato. Calciomercato invernale lo definirei “tanto fumo niente arrosto” e infine ZERO PROGETTO. Passiamo a Iachini. Anche ieri sera “voto” dato per volergli bene. Formazione steccata, modulo che è stato creato dal buon Vincenzo Montella, che all’arrivo di Iachini tutti prendevano in giro, gestione dei cambi steccata, vogliamo parlare del “nemico” di ieri sera, De Zerbi, che, senza se e senza ma, ce ne ha dati tre? Eh ma se arriva De Zerbi mi posso tenere Iachini! Perché oggi non lo dice nessuno?! Quel De Zerbi che qualcuno durante la quarantena, mentre si parlava di Spalletti, Emery ecc lo vedeva bene alla Fiorentina. Mi volete parlare delle prestazioni di Chiesa, Duncan e Ceccherini? E ultimo, Iachini è riuscito nell’impresa di far giocare male Castrovilli per quasi tre partite di fila. Ci vediamo alla prossima. #iachini #fiorentina

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Un mercato confusionario

A proposito di mercato: dopo aver passato l’estate a tentare di smaltire la copiosa mole di giocatori lasciata in eredità dalla precedente gestione, la proprietà viola ha ritenuto non fondamentale investire 15 milioni di euro per riscattare Luis Muriel.

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Arrivato in prestito a gennaio dal Siviglia, dopo una bella partenza il colombiano aveva chiuso in calando e forse non aveva comunque intenzione di restare vista l’offerta dell’Atalanta, ma non averlo trattenuto in riva all’Arno – magari esponendo un progetto ambizioso – è stato un errore che con il senno di poi è stato pagato caro: Muriel a oggi è uno degli attaccanti più letali di tutta la Serie A, e ha segnato da solo il doppio delle reti messe a referto dai quattro centravanti che si sono alternati nella rosa della Fiorentina: Vlahovic, mai davvero valorizzato, l’oggetto misterioso Pedro, Kevin-Prince Boateng e Patrick Cutrone.

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Questi ultimi due sono del resto i volti di due sessioni di mercato, quella estiva e quella invernale, che non sono state condotte del resto nel migliore dei modi pur potendo contare su un dirigente esperto come Daniele Pradè: vero è che l’arrivo di Franck Ribery aveva esaltato la piazza, vero che il francese quando è stato in forma ha dimostrato di poter fare ancora la differenza a questi livelli, ma che fosse inadatto al gioco di Montella – e poi di Iachini – era evidente anche a chi non mastica tantissimo di calcio. La sensazione è che si sia trattato di una ciliegina, ma senza che prima fosse stata creata la famosa torta.

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Se da una parte in estate la Fiorentina è riuscita a difendere i suoi gioielli – oltre a Chiesa anche Milenkovic – dall’altra in entrata gli errori sono stati numerosi: due registi simili e non complementari come Badelj e Pulgar, un centravanti come Pedro arrivato infortunato e ripartito senza lasciare il segno, un Boateng arrugginito dai mesi di panchina al Barcellona, giocatori che avevano tutto da dimostrare come Terzic, Lirola, Dalbert.

A gennaio poi ecco arrivare Cutrone, Duncan, Igor, Agudelo, i promettenti Kouamé e Amrabat, il primo infortunato e il secondo in prestito al Verona fino a giugno. Mosse rumorose, tutt’altro che economiche – i riscatti costeranno più di 50 milioni di euro, a cui vanno aggiunti i 20 sborsati cash per Amrabat – ma che nei fatti hanno aggiunto pochissimo a una squadra in crisi d’identità, di gioco e ovviamente di risultati. Una squadra che non può aggrapparsi ai soli Pezzella, Caceres, Castrovilli – l’unica bella sorpresa della stagione – e Ribery per restare a galla.

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#Pradè e #Barone presentano i nuovi acquisti e fanno il punto sul mercato. – 🎙 Il direttore sportivo: "Ringrazio il Presidente Commisso e la sua famiglia. Mai in vita mia ho potuto fare investimenti così importanti. Voleva qualcosa per il presente, ma anche per il futuro. Spero che tutto ciò che abbiamo fatto serva a far crescere questa squadra". – 🎙Il direttore generale #Barone: "Io non sono nato a Firenze, ma sono orgoglioso di rappresentare questa città, con molto onore. Oggi non siamo al livello della Champions, ma la nostra ambizione è quella di arrivare lì. Si possono comprare anche giocatori con un costo di cartellino superiore a quelli che sono arrivati. Vediamo, ci stiamo già preparando per il mercato estivo". Infine i due dirigenti parlano anche delle multe inflitte dal giudice sportivo: "Faremo ricorso". – #Fiorentina #calciomercato #Duncan #Cutrone #Agudelo #Igor #Amrabat #Kouame

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Gli errori della dirigenza

Del mercato sbagliato e a tratti isterico giusto incolpare il DS Daniele Pradè, tuttavia la sensazione è che quest’ultimo abbia dovuto adeguarsi ai tempi di una società distante geograficamente e anche culturalmente rispetto a Firenze, alla Fiorentina e al calcio italiano. Rocco Commisso ha voluto e in parte dovuto ingraziarsi la sua nuova tifoseria, dimostrando impegno e dedizione, ma il club viola a oggi non sembra in realtà avere un chiaro progetto tecnico in mente per gli anni a venire.

Non è ancora chiaro a quale allenatore la Fiorentina affiderà i propri sogni di gloria, né se questo accetterà una sfida che appare decisamente impegnativa. I grandi nomi sembrano sfumati, e se parlare di Liverani e De Zerbi – giusto per fare due nomi che recentemente sono stati accostati al club insieme a Daniele De Rossi – è comunque importante, è innegabile che rispetto a Gattuso o Spalletti sia difficile non parlare di scommesse, se non di un vero e proprio ridimensionamento.

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E a proposito di ridimensionamento, resta da vedere quanto la questione della mancata costruzione dello stadio in termini ragionevoli influirà sull’entusiasmo e la voglia di investire di Commisso. Che forse credeva di potersi muovere con maggiore autonomia e che davanti ai tanti ostacoli burocratici incontrati, per non parlare di quelli tecnici che hanno portato a una stagione tanto dispendiosa quanto avara di soddisfazioni.

Tutto questo potrebbe anche spingere il nuovo patron viola a rivedere i suoi progetti sul club nel medio e lungo periodo, e del resto è stato lui stesso a sottolineare più volte come l’Europa e lo stadio di proprietà sarebbero stati vitali per le ambizioni della sua Fiorentina.

La speranza naturalmente è che questo non accada e che una delle tifoserie più passionali d’Italia possa finalmente tornare a sognare in grande, ma certo è che se il buongiorno si vede dal mattino il futuro della Fiorentina non sembra più tanto limpido come l’estate scorsa.

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