Rangnick

Il futuro del Milan, ormai è chiaro, sarà legato a Ralf Rangnick: l’uomo dietro al miracolo sportivo Red Bull cercherà di restituire al Diavolo la grandezza perduta, e il suo arrivo in Serie A potrebbe rappresentare una svolta epocale per tutto il calcio italiano. Scopriamo perché.

Due anni fa, al sito ufficiale della Bundesliga che annunciava il suo rinnovato accordo con la Red Bull come responsabile dello sviluppo calcistico dei club sotto l’ombrello dell’azienda austriaca, Ralf Rangnick confessava di essere l’uomo più felice del mondo.

“Sono contento che il mio futuro sia legato a questo club, che ha avuto un fantastico sviluppo e che secondo me potrà migliorare ancora nei prossimi anni.”

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Oggi lo scenario sembra decisamente cambiato: secondo quanto riportato dalle maggiori testate italiane e mondiali, infatti, l’uomo di fiducia del fondo Elliott Ivan Gazidis avrebbe chiuso ufficialmente l’accordo che di fatto affiderà la rifondazione del Milan, l’ennesima degli ultimi anni, al 62enne manager tedesco.

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Chi è Ralf Rangnick, manager a 360 gradi

Allenatore o direttore sportivo? Difficile definire Ralf Rangnick con un termine che non sia appunto quello del “manager all’inglese”, figura in via di estinzione persino in Inghilterra ma che la Red Bull è riuscita a far tornare in auge a livello continentale con la sua partnership con l’ex allenatore di Stoccarda, Schalke 04 e Hoffenheim.

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Rangnick è un accentratore, ama prendersi le proprie responsabilità a 360 gradi e avere il completo controllo del club sotto ogni aspetto: dalla tattica alla dieta, dal mercato ai ritiri, tutto quello che è stato il calcio Red Bull negli ultimi 8 anni è stato legato a lui, all’impronta che ha dato ai club a livello filosofico, quasi come un visionario, non abusando dell’enorme potere economico di cui avrebbe comunque potuto usufruire.

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La parola che più facilmente può venire in mente pensando alla partnership tra la Red Bull e il manager tedesco è “progetto”, un termine che in Italia spesso viene utilizzato a sproposito e che ancora più spesso perde qualsiasi valore di fronte alle prime difficoltà e ai primi, in realtà inevitabili, passi falsi. In realtà progettare è fondamentale nel calcio di oggi: arrivare a vincere è un processo graduale, e nessuno meglio del Milan dovrebbe saperlo viste le tante false ripartenze degli ultimi anni.

Salutato Massimiliano Allegri nel gennaio del 2014 – capro espiatorio per giustificare una situazione di costante impoverimento tecnico – il Diavolo si è affidato nell’ordine a Seedorf, Pippo Inzaghi, Mihajlovic, Brocchi, Montella, Gattuso, Giampaolo e Pioli. Escluso quest’ultimo, tutti sono stati considerati per un periodo di tempo più o meno breve il perno su cui costruire un futuro di cui non sono mai state gettate davvero le basi: nel frattempo il club è passato di mano, da Berlusconi a Yonghong Li e poi al fondo Elliott, senza mai intraprendere una strada precisa.

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rangnick milan
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Rangnick-Milan, la rivoluzione può cominciare

Le conseguenze sono evidenti: dal 2014 sono arrivati un ottavo, un decimo, un settimo, due sesti e un quinto posto in Serie A, due finali di Coppa Italia e una Supercoppa nazionale. Un percorso che forse potrebbe anche essere definito di crescita se non si parlasse del Milan, uno dei club più importanti e vincenti in Italia e nel mondo e di una tifoseria che non può rassegnarsi all’anonimato.

Così ecco l’entusiasmo quasi cieco nei confronti di Yonghong Li (come dimenticare l’estate del #wearesorich?) e per una campagna acquisti dispendiosa e in gran parte discutibile già prima dei pessimi risultati sul campo. Ed ecco in seguito la difficoltà di Elliott di affiancare a un serio progetto di ricostruzione la necessità di non deprimere una piazza già depressa, a cui era difficile chiedere di aspettare ancora, di avere pazienza.

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Eppure sarà proprio la pazienza l’ingrediente fondamentale affinché il rapporto tra Ralf Rangnick e il Milan possa portare un domani ai risultati sperati, e in questo senso la scelta di Gazidis e del fondo proprietario del club può essere vista come una vera e propria svolta: dopo aver cercato un equilibrio tra ambizioni e progetto, puntando sul manager tedesco il Diavolo ha optato senza remore per una vera e propria tabula rasa, anche a costo di scontentare una tifoseria che troppo spesso ormai vive dei ricordi di un passato che è, appunto, passato.

In questo la proprietà dovrà essere bravissima nel supportare l’uomo a cui ha deciso di affidarsi, soprattutto nel caso che ai primi passi falsi monti l’inevitabile contestazione tipica di un mondo dove sono in troppi a volere tutto e subito. Ralf Rangnick ha dimostrato già in passato di essere una persona davvero poco incline ai compromessi, e non è un caso se l’unico rapporto davvero duraturo è stato quello con la Red Bull, che di fatto gli ha dato carta bianca nella gestione del settore calcistico.

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Sulle orme di Sacchi (e Lobanovskij)

Dopo una più che mediocre carriera da calciatore, Rangnick si fa conoscere alla fine degli anni ’90 del XX secolo quando mentre guida l’Ulm – primo a sorpresa in seconda serie – demolisce in diretta tv i principi cardine del calcio tedesco: il tempo gli darà ragione, ma non sono pochi quelli che all’epoca non accettano tanta sicumera da chi alla fine resta un allenatore di Zweite Bundesliga.

Cultore del calcio totale, cresciuto come tecnico prendendo ad esempio Arrigo Sacchi e Valerij Lobanovskij – che spesso andava a spiare quando il santone ucraino portava la Dinamo Kiev in ritiro in Germania – Rangnick è stato un vero e proprio innovatore nel calcio tedesco: con Sacchi condivide il modo di vivere il calcio in modo totale, 24 ore al giorno per 7 giorni alla settimana (e non a caso come il profeta di Fusignano già una volta si è dovuto fermare a causa dello stress) mentre con Lobanovskij l’idea di controllo totale della squadra sotto ogni aspetto.

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Anche tatticamente i principi sono quelli, e in questo senso Rangnick, con il suo balloriente raumdeckung (“copertura degli spazi in base alla posizione del pallone”) ha preceduto nomi come Julian Nagelsmann e Jurgen Klopp nella via di un calcio diretto e aggressivo: come ha raccontato a Ben Lyttleton di The Blizzard nel 2015 per spiegare la filosofia del “suo” Lipsia, la base è imporre il proprio gioco e ritmo, riconquistare il pallone perso in 5 secondi e quindi colpire in velocità, se possibile entro i successivi 10 secondi.

(Nel video un esempio delle rapidissime transizioni proprie della filosofia calcistica di Rangnick)

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Tutte qualità che prima dell’esperienza alla Red Bull Rangnick aveva mostrato anche alla guida dell’Hoffenheim, portato in Bundesliga e poi addirittura a sfidare le big prima del brusco addio a causa di divergenze sul mercato con una dirigenza che aveva ceduto Luiz Gustavo al Bayern Monaco senza interpellarlo.

È soprattutto questo caso a definire caratterialmente il manager a cui si affiderà il Milan, convinto delle proprie idee e pronto a difenderle fino alla morte: negli ultimi anni non sono pochi i club europei, anche di spessore, che lo hanno cercato solo per sentirsi rispondere dal diretto interessato che stava bene dove stava.

Due parole d’ordine: pazienza e fiducia

Se il matrimonio con il Milan si farà – e sembra ormai sia soltanto una questione di dettagli – questo significherà per il Diavolo una svolta epocale della cui portata forse è difficile per molti rendersi conto davvero: per la sua filosofia calcistica – in cui i numeri non contano, dato che è passato in carriera dal 4-3-3 al 4-4-2, senza considerare il 4-1-2-1-2 o il 3-5-2 – servono giocatori giovani, capaci di correre 90 e più minuti e disposti a credere nelle sue idee.

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La squadra andrà quasi completamente rifondata, per cui possiamo aspettarci addii e cessioni eccellenti: sulla scia di quanto fatto dalla Red Bull, i rossoneri dovrebbero poi andare a investire sullo scouting, rinforzare il settore giovanile e magari creare alcuni legami con club minori che potrebbero diventare affiliati, come ad esempio il Monza dell’ex presidente Berlusconi.

Si tratterà di una vera e propria rivoluzione. Forse, tra le tante vissute dai rossoneri in questi ultimi anni, la prima davvero definibile come tale. Sperabilmente l’ultima. Serviranno fiducia e pazienza, concetti quasi sconosciuti nel calcio italiano ma fondamentali per un club che non solo vuole tornare grande, ma deve per forza riuscirci senza ritrovarsi nelle difficoltà economiche che hanno contraddistinto le ultime stagioni.

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Certo le incognite non mancano: Rangnick non si è mai misurato in una realtà calcistica diversa da quella tedesca, e la sua visione si regge sul filo sottile che lo lega di volta in volta alla proprietà che ha deciso di affidarsi a lui e che nelle sue intenzioni deve farlo in modo totale, ignorando quindi anche i malumori della piazza, oppure rinunciare.

Parliamo tuttavia di un grande allenatore, forse il migliore in questo momento a cui affidare un club allo sbando e che da troppo tempo ha bisogno di intraprendere un percorso chiaro e preciso. Rangnick – che comunque ama circondarsi di esperti e affidarsi a loro e certo non è un despota – può essere l’ultima possibilità per il Milan di tornare grande, e se ha risposto positivamente alla proposta di Elliott questo significa che la rivoluzione rossonera, una svolta probabilmente mai vista prima in Italia, può finalmente cominciare.

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E se sull’esito finale nessuno può ovviamente esprimersi, viste le troppe varianti in ballo, una cosa è certa: per il calcio italiano, troppo spesso legato all’improvvisazione e ai risultati nel breve termine, il “nuovo Milan” di Rangnick potrebbe rappresentare una vera e propria boccata di aria fresca.

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