Peñarol
Fonte: Instagram @oficialcap

A metà anno il Peñarol fa già i conti con ciò che è andato storto, ma i problemi del Carbonero hanno origini antiche. E rischiano di peggiorare

Doveva essere la stagione del rilancio, ma arrivati a metà del guado si può già dire che anche il 2020 non sarà l’anno del Peñarol. Il club ‘mirasol’ ha chiuso il Torneo Apertura senza mai essere in lizza per vincerlo, ma anzi lasciando sul campo 21 punti su 45 e guardando i rivali storici del Nacional prendersi il primo posto, nonostante la necessità di un ulteriore spareggio per decidere chi, tra il Bolso e il sorprendente neopromosso Rentistas, si aggiudicherà il semestre.

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Vedere il Nacional soccombere sarebbe comunque una magra consolazione per un Peñarol ai minimi storici. I 24 punti collezionati nelle 15 partite disputate sono uno dei risultati peggiori della ultracentenaria storia del club, fondato nel 1891 grazie a un manipolo di operai inglesi che erano stati inviati a Montevideo per dare luce a uno dei tratti ferroviari più estesi dell’intero continente sudamericano.

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Crisi profonda

Il lockdown forzato a causa della pandemia globale legata al Coronavirus ha poi contribuito a peggiorare la situazione. La società non se la passa bene dal punto di vista economico, a tal punto che i dirigenti ‘aurinegros’ ogni anno sperano che dal sempre florido vivaio locale possa uscire qualche pepita d’oro da rivendere nell’immediato. È capitato nelle ultime ore di calciomercato, con la partenza di Facundo Pellistri verso la metà rossa di Manchester, (s)venduto a circa 10 milioni di euro.

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Jorge Barrera, il presidente in carica dal dicembre 2017, ha cercato di fare le nozze con i fichi secchi, ma la situazione è tragica. Classe 1968, laureato in giurisprudenza, avvocato, professore di Diritto Penale all’Università di Montevideo ed ex deputato, Barrera è un personaggio di spicco e grande tifoso del Peñarol, club che però probabilmente non riuscirà a salvare dalla caduta verticale. Tra l’altro, nell’anno che porta all’elezione del nuovo presidente.

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Il caso Pellistri e le faide interne

Il Peñarol infatti non va male solo sul campo. Quando il Lione si era fatto sotto per sottrarre al club Facundo Pellistri, Barrera si era ferocemente opposto, ma la maggior parte del consiglio del club caldeggiava la cessione del talentuoso classe 2001. Gli agenti, che all’inizio avevano portato alla società l’offerta dei francesi, hanno poi spinto per trasferirsi in Inghilterra, vincendo quindi la battaglia con la dirigenza.

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La cessione di Pellistri ha aperto crepe ancora più profonde, perché una percentuale del cartellino è in mano agli agenti da quando il Peñarol, per esigenza, ha dovuto per forza monetizzarla. Quindi, oltre ad aver preso la ‘joya’ per pochi spiccioli, il club non incasserà l’intera somma pattuita col Manchester United. Oltre al danno, anche la beffa. In più, come se non bastasse, il Peñarol ha deciso di far pesare sul bilancio un bel po’ di contratti pesanti.

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Transizione eterna

Già, perché come se non bastassero le dinamiche societarie, nella metà aurinegra della capitale uruguayana c’è una posizione molto più che bollente: negli ultimi cinque anni sulla panchina del Carbonero si sono succeduti ben sette allenatori, ma se allarghiamo il range all’ultimo decennio i manager avvicendatisi al comando della squadra sono addirittura diciotto.

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Una parabola sempre più discendente, cominciata con la sconfitta in finale di Libertadores del 2012 contro il Santos di Neymar e culminata qualche settimana fa, con l’esonero di Diego Forlan. Il Cachavacha, simbolo del Peñarol, aveva accettato di tornare al capezzale di una squadra ferita e in attesa di ritorvarsi. All’entusiasmo iniziale non sono seguiti i fatti. Morale della favola? Anche a Forlan è stato dato il benservito.

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Al suo posto è stato chiamato Mario Saralegui. O meglio, sarebbe più corretto usare il termine richiamato, visto che il classe 1959 di Artigas è alla terza esperienza sulla panchina del Peñarol.

Saralegui non allenava da due anni e questo dà già l’idea di improvvisazione della società, ma se non altro è rimasto imbattuto nelle ultime sei partite del Torneo Apertura. Contrariamente a Forlan, che alternava il 4-3-3 al 4-4-2, Saralegui ha optato solo per quest’ultimo modulo.

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Cambiando, però, qualche uomo. In primis, ha dato più libertà a David Terans, il 10 della squadra anche non lo indossa sulla maglia. Poi si è speso per togliere responsabilità in ripiego alle punte, che devono essere più efficaci negli ultimi metri. Infine, valorizzando quel poco prodotto ultimamente dal settore giovanile del Manya. Si è detto di Pellistri, ma una menzione la meritano anche l’esterno sinistro Facundo Castro (2000) e il terzino mancino Joaquin Piquerez.

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Il che è già qualcosa, ma difficilmente basterà, soprattutto se consideriamo la crescita di alcune contender che possono inserirsi nella storica faida calcistica tra il Peñarol e il Nacional. Per esempio, Rentistas, Torque – club in orbita Manchester City – e Cerro Largo hanno fatto intravedere cose molto interessanti.

E col mercato momentaneamente chiuso, Saralegui dovrà fare con il materiale che si è ritrovato in casa suo malgrado. Compito arduo, che rende una definitiva rinascita molto lontana.

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