caos nazionali
Fonte Immagine: @azzurri (Instagram)

L’amministratore delegato dell’Inter ha criticato duramente il comportamento delle Asl nella gestione degli isolamenti fiduciari in vista delle partite delle nazionali, accusandole di mettere a rischio il regolare svolgimento della stagione. Vediamo cos’è successo

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“Questa situazione è iniqua, porta a un’alterazione della regolarità delle competizioni“. Le parole di Beppe Marotta non lasciano spazio a fraintendimenti e portano sulle prime pagine dei giornali un problema ormai ben evidente nel calcio ai tempi del coronavirus: la gestione degli impegni delle nazionali e il rischio di contagio.

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Nonostante i numerosi casi di positività tra i giocatori della Serie A, in alcuni di essi i convocati dai ct delle nazionali devono rinunciare alla partenza, mentre in altri possono spostarsi senza problemi, a prescindere dall’isolamento fiduciario. Secondo Marotta, questa disparità di trattamento è un problema che il calcio deve risolvere al più presto.

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Cosa è successo

Da oggi, lunedì 9, fino al 17 novembre il club si fermano per le partite delle nazionali, e i vari calciatori lasciano le proprie squadre per aggregarsi alle selezioni dei rispettivi paesi. Non tutti, però: l’Asl Toscana Centro ha bloccato la partenza di 13 giocatori della Fiorentina, tra cui anche gli italiani Castrovilli e Biraghi.

Questo è successo perché sabato 7 novembre è stata riscontrata la positività di un giocatore della Viola, lo spagnolo José Callejon, e l’Asl ha quindi deciso di imporre l’isolamento al resto della squadra, ritenendo troppo rischioso fare viaggiare un grosso numero di potenziali infetti in giro per l’Europa.

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Ma la stessa decisione è stata presa anche dall’Asl del Lazio, competente per quanto riguarda i due club capitolini: la Lazio, al centro di un’altra polemica per la gestione dei contagi, è bloccata da sabato, mentre ora anche ai giocatori della Roma è stato vietato di raggiungere le proprie nazionali dopo i casi di positività riguardanti Edin Dzeko e il giovane portiere Pietro Boer, aggregato alla prima squadra.

Tutto ciò ha convinto il ct Mancini (anche lui positivo e asintomatico, che quindi sarà sostituito dal vice Evani) a convocare per sicurezza ben 41 giocatori per le prossime partite contro Estonia, Polonia e Bosnia, ma già 10 di questi sono stati bloccati dai provvedimenti delle Asl.

La protesta di Marotta

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Il motivo del contendere è il fatto che non tutte le Asl stanno agendo allo stesso modo: la rosa dell’Inter, ad esempio, è in isolamento dopo la positività del portiere Padelli, emersa anch’essa sabato, ma i suoi nazionali viaggeranno normalmente. Marotta ha chiarito che ci sono protocolli precisi che vanno rispettati, ma “c’è la zona d’ombra nella mancanza di centralità di questa gestione: e ogni Asl diventa centrale nella gestione dei club”.

Ciò che il dirigente dell’Inter sottolinea è che, a seconda delle decisioni di ogni singola Asl, un club potrà avere più o meno giocatori esposti al rischio di contagio (e quindi al rischio di indisponibilità nel corso della stagione), ma anche giocatori più o meno riposati dopo le pause delle nazionali, alterando così il regolare svolgimento di campionato e coppe europee.

Marotta ha chiesto l’intervento del Ministro dello Sport Spadafora per porre rimedio a questa disparità, ma il governo ancora non si è fatto sentire e già in passato non era sembrato incline a immischiarsi in una questione che finora è stata gestita da Lega Serie A e FIGC.

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Il problema delle nazionali

L’ad dell’Inter ha anche aggiunto una proposta di boicottaggio dei match delle nazionali. La polemica tra club e selezioni è storia vecchia: da sempre i primi si lamentano della pausa che porta via giocatori alla preparazione, li mette a rischio infortuni e spezzetta la stagione. Ma ora, con la pandemia del coronavirus, questi ultimi hanno una nuova freccia al proprio arco.

Da un lato, la UEFA assicura il rispetto di protocolli per le nazionali identici a quelli utilizzati per i club nelle coppe: una squadra può interrompere l’isolamento fiduciario per disputare una partita, e poi riprenderlo subito dopo. Una deroga recepita anche dai protocolli dei singoli campionati e che, in Serie A, ha già causato problemi di recente, con il caso di Juventus-Napoli.

La differenza, però, è che con le nazionali le rose si dividono e si rimescolano, e il rischio di espandere il contagio aumenta considerevolmente. Nella scorsa pausa, anche la Juventus si era trovata in isolamento fiduciario, ma i suoi giocatori erano stati autorizzati a raggiungere i ritiri delle loro selezioni, durante i quali è emersa la positività di Ronaldo e McKennie.

Stamattina, sulla Repubblica, Paolo Condò ha spiegato bene l’entità del problema, sottolineando come gli organi del calcio internazionale non abbiano voluto sospendere la Nations League né rinviare all’anno prossimo le qualificazioni mondiali, cercando di mandare avanti il calcio come se niente fosse.

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Il boicottaggio proposto da Marotta è probabilmente più una provocazione che altro, nonostante il dirigente abbia assicurato di essere serio: se l’Inter si rifiutasse di cedere i propri giocatori alle nazionali per incontri ufficiali, andrebbe incontro a sanzioni. Una rivolta collettiva dei club sembra altrettanto difficile, perché richiederebbe una capacità organizzativa e una volontà di agire contro UEFA e FIFA che finora non hanno mai sembrato avere.

Difficile anche che le grandi confederazioni internazionali decidano di mettere temporaneamente da parte la Nations League. Il business del calcio non se lo può permettere: ci sono contratti e sponsorizzazioni che è più comodo rispettare che infrangere. La decisione di UEFA e FIFA di proseguire è coerente con l’atteggiamento avuto finora dal mondo del calcio: sospendere i match delle nazionali potrebbe aprire la strada alla sospensione delle coppe europee e dei campionati, con gravi conseguenze economiche.

Al momento, la soluzione più probabile è che governo, Lega Serie A e FIGC prendano alcune decisioni per uniformare il comportamento delle Asl, ma anche questo non è facile. Le autorità sanitarie sono legate alle Regioni, che godono di forte autonomia in ambito sanitario (una questione che, fuori dal calcio, ha già creato diversi problemi nella gestione della pandemia in Italia), per cui una simile discussione dovrebbe coinvolgere anche i singoli governatori, complicando ulteriormente le cose.

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