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Fonte: Instagram @official_sslazio

Nell’anno in cui finalmente la Lazio riesce ad accedere alla fase a gruppi di Champions League, la società sul mercato ha tenuto un profilo basso. Il rischio della rosa corta si fa di nuovo consistente: ora la palla passa a Inzaghi

C’è tanta curiosità attorno alla nuova Lazio versione 2020/21. I biancocelesti sono reduci da una stagione straordinaria, nella quale – soprattutto prima del lockdown forzato – avevano saputo mettere in difficoltà anche gli otto volte campioni d’Italia della Juventus, battuti sia in campionato che nella Supercoppa di dicembre. Dopo la sosta, la squadra di Inzaghi è un po’ calata e ha concluso il campionato al quarto posto, raggiungendo comunque l’obiettivo minimo.

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La fase a gruppi di Champions League sembrava ormai diventata una vera e propria ossessione, perché nell’ultradecennale gestione di Claudio Lotito poche volte i biancocelesti sono stati realmente in corsa per accedervi. Ma oggi, grazie anche alle scelte ottimali e funzionali di un direttore sportivo come Igli Tare, la società ha raggiunto una stabilità tale da potersi permettere di tenere in rosa i migliori, andando soltanto a puntellare una rosa già di buon livello.

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Il problema della rosa corta

Detto ciò, quando si parla di Lazio e mercato molto spesso non si considera il modus operandi di una società che, durante ogni sessione, difficilmente fa il passo più lungo della gamba. Sia chiaro, l’analisi della situazione biancoceleste parte ben lontano dalle accuse dei tifosi a Claudio Lotito, reo secondo loro di non spendere, ma non si può negare il fatto che, anno dopo anno, in casa Lazio si ripetano spesso le stesse situazioni.

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Per esempio, Simone Inzaghi – altra grande intuizione di Lotito – spesso ha sottolineato, seppure implicitamente, come la rosa consegnatagli fosse numericamente ristretta rispetto alle competizioni che la Lazio avrebbe dovuto onorare. Negli ultimi anni, in Europa i biancocelesti hanno collezionato figuracce a raffica e ciò non rende merito alla storia ultracentenaria di un club così glorioso. L’attitudine messa in campo in Europa League, spesso, è sembrata quella di chi sa di non poter andare troppo avanti.

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E, di conseguenza, meglio concentrarsi sul campionato, dove però spesso la Lazio si qualificava nuovamente per la seconda competizione europea internazionale per importanza. Un loop, insomma, che solo arrivare nelle prime quattro avrebbe potuto definitivamente spezzare. In tutto ciò, Inzaghi si è visto costretto a utilizzare seconde linee molto spesso inadatte, ad andare bene, o peggio dannose, calciatori arrivati per cifre low cost grazie alle amicizie della dirigenza con un determinato pool di agenti.

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Da Silva a Kumbulla: un mercato di rifiuti

La Champions League poteva effettivamente portare quella ventata di novità anche in chiave mercato, visto il richiamo di un torneo così importante. Ma, a leggere oggi i nomi in entrata, a balzare all’occhio è ancora una volta il low profile. Sia chiaro, non significa che i nuovi acquisti non possano essere buoni o almeno funzionali, semplicemente – e da un certo punto anche giustamente – i tifosi probabilmente si aspettavano qualcosa in più.

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Quel “qualcosa” poteva essere David Silva, promesso sposo di una Lazio poi rimbalzata all’altare. Lo spagnolo avrebbe incarnato perfettamente il prototipo di acquisto “alla Tare”, categoria della quale fanno orgogliosamente parte Miroslav Klose, Lucas Leiva, Luis Alberto e Sergej Milinkovic-Savic. Invece il canario ha scelto la Real Sociedad, seguito in rapida successione dal no conciso di Marash Kumbulla, sbarcato a Roma per firmare proprio con la Lazio e poi accasatosi sull’altra sponda del Tevere.

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Le incognite in entrata: Muriqi è un affare?

E, anche per quanto riguarda le entrate, nonostante una fase a gruppi di Champions League da giocare, la Lazio si è buttata su calciatori tutti da valutare. Il più interessante è senza dubbio Andreas Pereira, 24enne trequartista tuttofare che Tare ha strappato al Manchester United. Qualità ne ha, ma in una zona di campo abbastanza congestionata dalla presenza di alcuni big assoluti. Però ecco, diciamo che il brasiliano è un acquisto che concettualmente ci può stare.

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Differente, e per certi versi rischioso, è invece l’acquisto di Muriqi, arrivato dal Fenerbahce al termine di una lunga ed estenuante trattativa: il centravanti kosovaro sarà lo switch di Immobile ma i due potrebbero anche essere impiegati insieme, qualora le circostante lo richiedesso. Il vero problema è il prezzo pagato dalla Lazio, pari a 20 milioni di euro tra parte fissa e bonus, per un calciatore ancora tutto da testare a certi livelli.

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Una rosa di seconde linee

Il che, in un contesto differente, non avrebbe rappresentato un problema ma, se il ragionamento viene parametrato al modus operandi della Lazio, ecco che il rischio di aver investito troppo su Muriqi potrebbe diventare terribilmente concreto. In un mercato fatto di scambi e occasioni, i biancocelesti hanno poi preso un puntello per la sinistra, Mohamed Fares dalla retrocessa Spal, e fatto tornare a Roma Wesley Hoedt, ceduto per disperazione nel 2017 al Southampton.

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A centrocampo, infine, troveranno spazio Gonzalo Escalante, Sofyan Kiyine e Jean Akpa Akpro. Ecco, alla luce di tutte queste considerazioni, urge ovviamente tirare qualche conclusione, soprattutto dopo che lo stesso Simone Inzaghi, alla vigilia di Lazio – Atalanta, ha dichiarato che il mercato laziale è ufficialmente chiuso. La squadra può verosimilmente affrontare da big più competizioni? Ma soprattutto, è stata davvero puntellata con efficacia?

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Attualmente, la Lazio ha una rosa composta da 36 calciatori, molti dei quali sono esuberi, giovani, gente in partenza o che semplicemente non rientrano nei piani di Inzaghi, ma non hanno nemmeno mercato. I veri arruolabili, dando per scontato che di solito non tutti i volti nuovi si rivelano funzionali, sono poco più di venti. Su tre competizioni da affrontare, rischiano di essere molto pochi. Con buona pace di Inzaghi, il quale a dicembre sarà già chiamato a tirare le prime somme della stagione.

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