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Fonte Immagine: @yogi_yow45 (Instagram)

La pesante sconfitta in Spagna impone una riflessione sul ct della Germania Joachim Low, da tempo al centro delle polemiche per i pessimi risultati degli ultimi due anni, un periodo in cui ha cambiato molto la squadra, in cerca di nuovi equilibri.

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È uno dei peggiori momenti della storia del calcio tedesco: la sconfitta di ieri sera contro la Spagna per 6-0 riporta le lancette della storia indietro fino almeno alla tremenda sconfitta del 1954 contro l’Ungheria (8-3), se non addirittura all’ultimo 6-0 subito, il 24 maggio 1931 contro l’Austria.

Ma ciò che è ancora più grave è che la sconfitta in terra iberica certifica una crisi che la Germania si porta appresso da tempo, e che affonda le sue radici addirittura nell’eliminazione al primo turno degli ultimi Mondiali. Le principali critiche prendono di mira l’uomo che più di tutti ha influenzato l’evoluzione del calcio tedesco di questi anni, il ct Joachim Low.

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Ascese e cadute di Joachim Low

Low è stato una giovane promessa della panchina e poi un signor nessuno. Negli anni Novanta aveva ottenuto grandi risultati con lo Stoccarda, ma il suo stile di gioco tecnico e offensivo all’epoca era molto criticato in Germania, e gli attirò varie antipatie, che lo costrinsero a migrare e, lentamente, a perdersi. Quando, nel 2004, Klinsmann lo volle al suo fianco in Nazionale per aiutarlo in quella transizione verso un nuovo tipo di gioco, Low era ormai caduto nel dimenticatoio, ma le sue conoscenze tattiche si rivelarono decisive per ridefinire i confini del calcio tedesco.

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Dal titolo mondiale del 2014 sembra passata una vita, però. Quattro anni dopo la Germania è uscita malamente dal torneo in Russia, e la stampa non ha mancato di rimarcare come Low avesse scelto deliberatamente di non convocare Leroy Sané, uno dei più forti calciatori tedeschi in circolazione. Da quell’eliminazione, però, il ct scelse coraggiosamente una nuova strada avviando un processo di rinnovamento che a molti sarebbe sembrato prematuro, e che ha portato all’esclusione di tre dei leader della squadra: Jerome Boateng, Mats Hummel e Thomas Muller.

Un “nuovo inizio” che, però, non ha ancora dato i suoi frutti, anzi: nella prima edizione della Nations League, la Germania ha chiuso ultima nel suo girone, retrocedendo in League B. Il declino tedesco ha quindi seguito un percorso lungo, che ha reso sempre più precaria la panchina di Low. Anche perché ciò che manca alla Germania non è certo il talento o i ricambi: la rosa vanta infatti giocatori come Tah, Brandt, Goretzka, Kimmich, Gnabry, Werner e Havertz, solo per fare alcuni esempi.

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La rifondazione annunciata da Low oltre un anno fa è ancora un cantiere aperto, e con i tempi serrati del calcio odierno, specialmente nelle nazionali, questo è diventato un problema. Nel 2020 la Germania ha ottenuto pochissime vittorie; quella dello scorso 10 ottobre in Ucraina ha messo fine a una brutta striscia di tre pareggi, ma ad essa ha subito fatto seguito un altro impatto in casa con la Svizzera. Soprattutto Die Mannschaft non ha un gioco, conseguenza di una vasta rotazione di giocatori (41 in 20 partite dopo i Mondiali 2018) e dell’incapacità di trovare una base solida su cui costruire.

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Sembra allora che Joachim Low abbia smarrito la convinzione che aveva sempre caratterizzato la sua gestione, e sempre più persone fanno notare come il declino abbia coinciso anche con l’addio, nel 2014, del suo vice Hansi Flick, che dopo i successi al Bayern ora viene descritto come il “vero cervello” della Germania, un po’ come lo stesso Low era considerato quando sostituì Klinsmann sulla panchina della Nazionale.

Se da un lato c’è chi sostiene sia arrivato il momento di fare marcia indietro e richiamare i senatori, visti come gli unici in grado di dare carattere alla squadra, altri opinionisti sostengono che Low dovrebbe insistere nel suo progetto di rinnovamento, ma dando più spazio a Kai Havertz, il principale talento tedesco, finora generalmente ignorato dal ct.

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Le scusanti di Low

Dalla sua, però, l’allenatore della Germania ha anche qualche buona carta. Innanzitutto, la storia: il calcio ci dimostra che ricostruire una squadra che ha raggiunto l’apice non è cosa facile, e richiede un percorso lungo e difficoltoso. La Francia ha impiegato 18 anni per tornare a vincere un titolo internazionale, dopo il trionfo europeo del 2000, e non si tratta certo di una nazione che ha subito un calo nella produzione dei talenti.

Anzi, proprio l’abbondanza di scelte a disposizione di Low può rappresentare un problema. Non va sottovalutato che la rivoluzione tedesca è maturata in un ambito in cui il numero di giocatori con le dovute attitudini tecnico-tattiche era limitato, e ciò forzava le scelte di selezione e vincolava allenatore e squadra a un lavoro di adattamento continuo. Oggi, l’intera produzione di calciatori della Germania è stata riorientata verso giocatori adatti al nuovo calcio tedesco, modificando largamente l’approccio del selezionatore.

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E non è neppure vero che alla squadra manchi esperienza: ieri sera erano in campo giocatori come Neuer, Kroos e Gundogan; per contro, la Spagna ha schierato Dani Olmo, Unai Simon e Ferran Torres, testimoniando a sua volta un proprio progetto di rinnovamento in corso. Ciò significa che non è necessario cedere alla spinta “conservatrice”, mai sopita in Germania, per tornare ad essere competitivi. “Per il momento non c’è motivo per richiamare i meno giovani” ha insistito Low nel post-partita, dopo aver incassato la riconferma da parte di Oliver Bierhoff.

Gli ultimi mesi non sono stati certo i più semplici in cui lavorare, ma lo scetticismo attorno al ct tedesco si sta facendo logicamente sempre più forte. C’è tempo, da qui a giugno, per invertire la tendenza e riportare la Germania al ruolo che le compete, ma probabilmente l’Europeo sarà l’ultimo appello per Joachim Low.

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