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Fonte: Instagram @goljuez

Bianco, forte, perseguitato: Arthur Friedenreich è stato il primo campione brasiliano della storia

Il sogno di giocare a calcio cullato fin da bambino, quasi 1300 gol – si narra – in carriera e una fugace apparizione nella nazionale brasiliana non sono bastati per non lasciare spazio a recriminazioni. Arthur Friedenreich avrebbe voluto di più. Avrebbe voluto giocare a grandi livelli, ma ci è arrivato solo a fine carriera; avrebbe voluto rappresentare il Brasile, ma gli è praticamente stato impedito.

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Eppure, se a qualunque sportivo brasiliano chiedete chi sia stato Friedenreich, vi risponderanno quasi sicuramente che il bomber di origini tedesche rappresenta una delle massime espressioni storiche del calcio locale. Di quelle, per intenderci, il cui valore viene scoperto solo in seguito, a causa di tanti motivi extrasportivi che poco hanno a che fare con il campo.

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Arthur Friedenreich e il razzismo

La storia di Friedenreich si sviluppa quasi interamente un secolo fa, ma sarebbe terribilmente attuale anche oggi. E sì, il termine ‘terribile’ si sposerebbe molto bene visto come il campione brasiliano venne trattato ai tempi da un Brasile giovane, ancora alla ricerca di solidità politica e sociale, ma soprattutto profondamente razzista.

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Figlio di un commerciante tedesco emigrato a San Paolo e di una lavandaia, Friedenreich aveva il calcio nel dna a tal punto che già da ragazzino, per strada, faceva ammattire tutti con le sue serpentine e le sue reti. Avrebbe la carriera assicurata, ma il condizionale – come spesso capita in questi casi – è d’obbligo: infatti, il Brasile del secolo scorso male accetta gli uomini di colore e il calcio non è cosa per mulatti.

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Friedenreich comincia a girare tutti i club dell’hinterland di San Paolo e il suo nome finisce sulla bocca di tutti. Ma non è bianco: una colpa imperdonabile per l’allora presidente Epitacio Pessoa, simbolo di un paese che ancora doveva ‘costruirsi’, che non vede di buon occhio i calciatori di colore. Soprattutto per quanto riguarda la nazionale.

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Il paradosso Seleção

Però Friedenreich è forte, ma forte davvero. A 20 anni, non senza problemi, esordisce in una selezione composta da soli calciatori paulisti, poi esordisce ufficialmente nel primo Brasile di sempre in un match vinto 2-0 contro l’Exeter e, nell’arco di un biennio, diventa definitivamente una star. Non solo in campo, ma anche nella vita.

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Per distaccarsi dall’immagine del povero mulatto arrivato dalla strada, comincia a spendere tutti i soldi che guadagna: si stira i capelli, ci spalma sopra una costosa brillantina, si mette la crema in faccia per sbiancarsi, ordina cravatte dall’Europa e fa intendere di esserci stato per studiare, nonostante non sia vero. Ai neri era vietato giocare coi bianchi, e allora occorreva trovare una scorciatoia.

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Ma Pessoa non ci sta: in occasione della Copa America del 2022, su pressione del popolo, il presidente apre alla convocazione anche di calciatori di origine paulista, quando prima la Seleçao era praticamente riservata ad atleti provenienti dallo stato di Rio de Janeiro. Ma Friedenreich, impiegato nelle qualificazioni, non c’è: paulisti sì, ma esclusivamente caucasici.

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E così, morale della favola, Friedenreich con il ‘suo’ Brasile ci giocherà molto poco, e solo a piccoli tratti. Davvero un peccato, per quello che ancora oggi viene considerato uno dei centravanti sudamericani più forti di sempre. Superati i 30 anni, il bomber brasiliano avrebbe ancora una possibilità di giocare la Copa America: Pessoa, che sa dell’intenzione da parte del ct di convocarlo, fa pressione. E lì finisce tutto.

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Tramonto e morte di una leggenda

A quell’età, soprattutto all’inizio del secolo scorso, era normale ritirarsi. Friedenreich lo fa dopo aver dedicato quasi una vita al Paulistano, ma poi chiude giocando prima con il Santos e poi con il Flamengo. Andò a Rio de Janeiro, nel quartier generale del suo nemico giurato. Ai rubronegros regalò gli ultimi scampoli di carriera, ma soprattutto, le ultime reti della sua vita.

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Che, secondo un calcolo non ufficiale, sarebbero complessivamente 1239. La questione del record tornò a galla nel 1969 quando Pelé segnò il suo millesimo gol in carriera. I suoi compagni lo portano in trionfo, ma tutti sanno che O’Rey non è stato il primo a tagliare questo traguardo. Friedenreich ci era riuscito molto prima, per quanto il conteggio inizialmente fu errato.

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Qualcuno, infatti, invertì il 2 con il 3. Così, dopo la correzione, Pelé – con 1281 gol segnati in carriera – divenne il calciatore più prolifico di sempre. Il Tigre si tenne il record della millesima rete segnata prima di tutti. Due mesi prima che il campione del Santos tagliasse il traguardo, Friedenreich morì. A 77 anni, dopo aver raccolto molto meno di ciò che meritasse, vittima del razzismo e dell’intolleranza sociale del secolo scorso.

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