bobby charlton
Fonte Immagine: @supercampeoesfc (Instagram)

L’11 ottobre 1937 nasceva Bobby Charlton, uno dei più grandi calciatori inglesi di tutti i tempi e leggenda del Manchester United. Fu un giovane prodigio, sopravvisse alla morte e guidò la riscossa del calcio inglese.

La carriera della maggior parte dei calciatori, per quanto tortuosa possa essere, è pur sempre una storia positiva e felice. Pochissimi hanno vissuto quello che è capitato a Bobby Charlton, promessa del calcio inglese che arrivò a vedere la morte in faccia e a perdere tanti cari amici, per poi diventare il simbolo del miglior momento della storia calcistica della sua nazione.

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Bobby Charlton e l’epoca dei Busby Babes

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Charlton nacque ad Ashington, nell’estremo nord dell’Inghilterra, in una famiglia di calciatori. La sua prozia Elizabeth era la madre dei fratelli George, Jack, Jim e Stan Milburn (i primi tre furono leggende del Leeds negli anni Trenta e Quaranta, mentre il quarto giocò con il Leicester City) e zia di Jackie Milburn, mitico bomber del Newcastle; anche Jack, fratello maggiore di Bobby, giocava a football, ed era difensore del Leeds.

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Bobby Charlton, invece, tradì la tradizione di famiglia ed entrò presto nei ragazzi del Manchester United, in cui debuttò nel 1956. Si trattava di una squadra molto particolare: il suo allenatore era un burbero scozzese di nome Matt Busby, con un’idea di calcio molto innovativa e d’attacco, che voleva rompere con il classico gioco inglese e che stava costruendo dal nulla una squadra costruita sul settore giovanile. Busby e il suo fidato secondo, il gallese Jimmy Murphy, setacciavano il paese alla ricerca dei migliori giovani, da formare secondo la loro idea di calcio.

Li chiamavano i Busby Babes, e sono la grande speranza di rivincita del calcio inglese: dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Inghilterra aveva finalmente deciso di competere con le altre nazionali ai Mondiali, ma nell’edizione del 1950, a cui si presentava da grande favorita, era stata clamorosamente sconfitta ed eliminata al primo turno dagli Stati Uniti. Tre anni dopo, i Three Lions avevano subito la prima sconfitta a Wembley contro una selezione non-britannica, perdendo 3-6 contro l’Ungheria.

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Il Manchester United, guidato dalla stella Duncan Edwards, vinse il campionato del 1956 e del 1957, raggiungendo due semifinali di Coppa dei Campioni. Ma proprio mentre tornava dalla trasferta di coppa del 1958, l’aereo ebbe un grave incidente a Monaco di Baviera, schiantandosi sulla pista dopo il decollo. 23 dei 44 passeggeri morirono, e tra di essi otto giocatori, compreso Edwards, mentre altri (come Jackie Blanchflower) ne uscirono talmente malconci da non poter più proseguire l’attività sportiva.

Charlton e la rinascita dei Busby Babes

Bobby Charlton, che in quel momento aveva appena 20 anni, fu tra i sopravvissuti, assieme a Busby, Dennis Viollet, Harry Gregg, Billy Foulkes e altri. Con la squadra distrutta e lo shock psicologico di aver visto morire tanti cari amici, la grande speranza del Manchester United sembrava ormai spenta. Ciò che segue, però, è una delle più incredibili storie che il calcio ha saputo finora regalarci.

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Charlton e gli altri sopravvissuti, Busby in testa, strinsero un patto: ricostruire la squadra, e vincere finalmente quella Coppa dei Campioni nata pochi anni prima per celebrare il Wolverhampton, ma che nessun club inglese era ancora stato capace di conquistare.

Charlton divenne uno dei perni del nuovo corso, sia per le sue innate doti tecniche che per quelle di leadership, che in breve ne fecero il vice-capitano, dietro a Foulkes. In campo, aveva finora giocato prevalentemente da mezzala, come riserva di Edwards, ma le nuove circostanze lo costrinsero ad adattarsi a nuovi ruoli. In particolare, Busby iniziò a provarlo nell’insolita posizione di centravanti, benché fosse basso e mingherlino: Charlton fu uno dei primi falsi 9 della storia, arretrando fin sulla trequarti per aprire spazi per i compagni.

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I successi di Bobby Charlton

In breve, il Manchester United risorse, puntando sul suo gioco spettacolare, sulla rete di ricerca e sul settore giovanile. Charlton si ritrovò a fare da chioccia a una nuova generazione di talenti come Shay Brennan, Nobby Styles, Tony Dunne, John Aston e, soprattutto, George Best. Nel 1963, a cinque anni dalla tragedia di Monaco, i Red Devils tornarono a vincere un titolo, conquistando la FA Cup, e nel 1965 erano nuovamente campioni d’Inghilterra, oltre che in semifinale di Coppa delle Fiere.

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Nel 1966, Bobby Charlton fu il trascinatore dell’Inghilterra durante i Mondiali casalinghi, segnando tre gol e portando la squadra a vincere il titolo iridato in finale contro la Germania Ovest. Nonostante il discusso gol che decise la partita, con quella vittoria gli inglesi avevano riscattato anni di delusioni, riprendendosi il titolo di Maestri del calcio. Pochi mesi più tardi, Charlton venne premiato con il Pallone d’Oro, primo calciatore inglese a vincere il trofeo dopo il titolo onorifico assegnato nel 1956 a Stanley Matthews.

A quel punto, restava solo una cosa: vincere la Coppa dei Campioni. Grazie a uno straordinario Best, il Manchester United superò in finale il Benfica nel 1968, a dieci anni esatti dalla tragedia di Monaco. In campo, accanto a Charlton, c’era anche il capitano Billy Foulkes, ultimi due rimasti, oltre all’allenatore Busby, dei ragazzi della generazione d’oro degli anni Cinquanta.

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Gli ultimi anni

Nel 1973, Bobby Charlton lasciò il Manchester United. Aveva giocato in tutto 758 partite in rosso, segnando 249 reti; nel suo palmarès, poteva vantare tre campionati, una FA Cup e quattro Charity Shield, più la Coppa dei Campioni del 1968, la Coppa del Mondo, e ovviamente il Pallone d’Oro e il titolo di calciatore dell’anno della FWA, vinto nel 1966. Sarebbero potuti essere di più, se non ci fosse stato di mezzo l’incidente aereo.

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Dopo un anno di riposo, tornò a giocare in Third Division al Preston North End per una stagione, per poi trasferirsi in Irlanda, nel Waterford United, e quindi ritirarsi definitivamente nel 1976. Il 21 maggio 2008, Ryan Giggs avrebbe superato il suo record di presenze con i Red Devils, segnando anche il rigore decisivo nella finale di Champions League contro il Chelsea: la terza della storia del club.

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