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Come vanno interpretate le parole di Agnelli all’assemblea dell’ECA

Andrea Agnelli ha parlato davanti ai membri dell’ECA facendo il punto sul calcio che sarà. Come dobbiamo interpretare le sue parole?

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Nella giornata di lunedì 8 marzo Andrea Agnelli, presidente della Juventus, è tornato a parlare del calcio che sarà. Lo ha fatto davanti all’assemblea dell’ECA, riunita per fare un po’ il punto della situazione sul momento delicato che il calcio mondiale sta vivendo, nelle vesti di presidente e dunque figura di riferimento di un ente che, volenti o nolenti, nei prossimi anni rivoluzionerà lo sport più bello del mondo.

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Andrea Agnelli ha toccato tanti temi, tra i quali figura quello molto importante del tifoso come cliente e fruitore finale di un prodotto che, a suo dire, al momento non offre quello che dovrebbe, non riuscendo a mettere il tifoso stesso al centro di tutto. Parole, quelle di Andrea Agnelli, che risuonano stonate alle orecchie del tifoso medio nostalgico, ma che nello stesso tempo dovrebbero essere recepite per quello che sono: un punto di vista da non poter (più) bypassare.

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Andrea Agnelli ha sciorinato qualche dato sparso sulla perdita di fidelizzazione al prodotto: “Se guardiamo alle ricerche – ha detto – un terzo degli appassionati segue due club a livello globale, il il 10% seguono i giocatori e non i club, due terzi seguono le gare perché attratti dai grandi eventi, il 40% della fascia di età 16/24 non ha alcun interesse nel calcio. È molto diverso da quanto accadeva fino a qualche anno fa”.

andrea agnelli
Fonte Immagine: @calciomercato.com.official (Instagram)

Infatti, si è persa una fetta importante di pubblico giovane, la cosiddetta Generazione Z perché “semplicemente ci sono molte partite non competitive a livello nazionale e internazionale e questo non cattura l’interesse dei tifosi. I tifosi non possono essere presi per garantiti”, ha concluso il presidente della Juventus, ma vanno “invogliati a interessarsi al prodotto“. Una presa di posizione decisa, che farà discutere ma anche riflettere.

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Ma perché si è arrivati a tanto? Innanzitutto, va detto che il calcio è uno sport televisivamente godibile, soprattutto grazie alle tecnologie odierne. Il fatto che il tifoso sfrutti sempre più le suddette, fa si che molti abbiano completamente abbandonato lo stadio o, come nel caso dei giovanissimi, non ci abbiano nemmeno mai messo piede.

D’altronde, il nuovo millennio è stato inaugurato da mille regole, la maggior parte delle quali discutibili, che hanno reso l’andare allo stadio una vera e propria impresa. Non basta comprare il biglietto, magari decidendolo all’ultimo minuto, ma bisogna organizzarsi giorni prima con documenti e quant’altro fino a quando, il giorno della partita, ci si deve presentare ore prima per controlli e burocrazia, per poi vedere tendenzialmente male la partita.

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Questo ha portato molte persone, soprattutto famiglie, ad allontanarsi dallo stadio. A tutto questo possiamo aggiungere il caro prezzi per certi stadi e in relazione a certi big match di cartello. Guardare la partita in tv costa meno e la si segue meglio. La conseguenza quindi è quella di aver sperperato un paio di generazioni, come sostiene Andrea Agnelli. Tutti questi fattori hanno portato a un disinnamoramento collettivo da non sottovalutare, anche se a livello mondiale ci sono alcuni brand cresciuti a dismisura.

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Quando Andrea Agnelli parla di partite poco appetibili, però, bypassa un discorso che l’Italia – entrando nel merito del nostro paese – avrebbe dovuto fare seriamente da anni, che ovviamente riguarda un profondo restyling dal punto di vista del format dei campionati. Più squadre significa minore competitività: questo Agnelli non lo menziona, ma è lo stesso identico ragionamento che sta alla base della tanto bramata Superlega.

 

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Riducendo il numero di squadre professionistiche si farebbe già un deciso passo avanti, così come sarebbe civile sedersi a un tavolo per ridiscutere seriamente dei criteri di ridistribuzione dei diritti tv, gestiti in maniera totalmente sbilanciata e sempre a favore delle solite note. Questo ha portato molti club a vivacchiare, influendo sull’equilibrio della Serie A. Anche all’estero si stanno ponendo di questi problemi e, visto che “si arriverà a giocare molte più partite”, l’intervento si renderà necessario.

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Il resto deve farlo la testa del tifoso, che nel 2021 deve necessariamente cambiare a livello di prospettive, accettando il fatto che il calcio è una delle aziende più redditizie del mondo e che quindi sarà sempre, in primis, un discorso legato al business. Passione e soldi sono comunque obiettivi che possono essere perseguiti di pari passo, delineando strategie e portandole avanti con coerenza e sostenibilità. Il resto, oggi, rimane cibo per nostalgici.

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Andrea Bracco
Cuneese, ha fondato il primo sito di calcio sudamericano in Italia e collaborato con diverse realtà editoriali di importanza nazionale, come Ultimo Uomo e Rivista Undici. Liga e Sudamerica le sue stelle polari, il calcio minore la sua debolezza.

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