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Livorno verso il fallimento: una gestione tutta italiana

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Fonte: Instagram @u.l.t.r.a.s.13.12

Il fallimento Livorno Calcio pare ormai questione di ore: cronaca di una gestione all’italiana, che proverà una città della sua squadra di calcio

Manca solo l’ufficialità, che però dovrebbe arrivare nelle prossime ore, e poi il calcio italiano perderà un’altra delle sue piazze storiche. Il fallimento Livorno Calcio è alle porte perché, nonostante gli inviti del presidente uscente Aldo Spinelli, negli ultimi anni non si è mai palesato nessun imprenditore serio intenzionato a rilevare una società che, negli anni Duemila, ha comunque spesso frequentato i piani alti del calcio italiano.

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L’eventuale fallimento Livorno Calcio rappresenterebbe una brutta perdita per il calcio italiano, che si vedrebbe privato dell’ennesima realtà forte e identitaria di provincia, in una zona dove lo sport è parte attiva della quotidianità e che rischia, di conseguenza, di vedersi privare delle future nuove generazioni di tifo locale.

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Aldo Spinelli ha rilevato il Livorno nel 1999 mettendo a frutto la grande esperienza accumulati negli anni di Genova, quando sotto la sua guida il Genoa arrivò addirittura a un passo dalla finale di Coppa UEFA. Con l’imprenditore calabrese al comando, gli amaranto hanno rivissuto i fasti di un’epoca antica, fatta di molte presenze in Serie A. La risalità è coincisa col momento migliore della storia, ma il passare degli anni ha un po’ incrinato la passione di Spinelli che, a 81 anni, ha deciso di dire basta.

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In realtà l’ex numero uno del Grifone aveva programmato da tempo la cessione: nel 2014 Stefano Bandecchi, fondatore dell’Università Cusano, si è fatto avanti per rilevare il club ma, alla fine, la trattativa non andò a buon fine e quest’ultimo virò sulla Ternana. Poi è toccato a sceicchi arabi e improbabili manager libanesi tentare la scalata al club: “Cederò solo a qualcuno di serio” disse in tempi non sospetti Spinelli. Che, infatti, è ancora lì come azionista di minoranza con il 10% del Livorno nel portafoglio.

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L’arrivo di Navarra e il nodo fidejussione

Il fallimento Livorno Calcio, però, non avrà eventualmente sullo sfondo solo il volto di Spinelli, ma anche quello di Rosettano Navarra. Circa un mese fa, infatti, l’imprenditore originario di Ferentino – che in passato ha guidato Frosinone, Fano e Vis Pesaro – si è assicurato il 21% delle quote amaranto, con il restante 69% finite in tasca alla Banca Cerea. Quest’ultimo gruppo di manager vorrebbe che Navarra abbandonasse l’obiettivo di scalare la società, delegando alla maggioranza la gestione sportiva.

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Per convincerlo, il Gruppo Cerea ha mandato in stand-by l’operazione economica che, entro il 15 ottobre, avrebbe obbligato il Livorno a presentare una fidejussione da 450mila euro: “Io ho messo 350mila euro, di più non posso fare se non richiamare l’attenzione degli altri soci” ha detto Navarra, che nel suo tentativo di acquisire interamente la società avrebbe nuovamente coinvolto Spinelli, le cui quote salirebbero dal 10% al 25%.

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Un disastro all’italiana

Insomma, un vero e proprio pasticcio all’italiana, figlio della solita disorganizzazione che in Italia impera a tutti i livelli. La sostanza però non cambia: il fallimento Livorno Calcio implicherebbe la sparizione di una società che poi andrebbe rifondata partendo dal basso, privando la città di una squadra che nel nuovo secolo ha provato anche l’ebrezza di giocare in Europa League.

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E così, con un semplice colpo di spugna, sparirebbero imprese storiche come il gol di Marco Amelia segnato in Serbia o le zingarate della coppia d’oro Protti – Lucarelli, due figli – uno acquisito, l’altro di carne – della città alla quale hanno regalato emozioni uniche.

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Sparirebbe quella piazza che ha fatto da palestra a Walter Mazzarri e Roberto Donadoni. Sparirebbe il 25esimo club italiano per tradizione sportiva e l’Ardenza, sulle cui curve soffia il vento del Mar Tirreno, diventerebbe una cattedrale nel deserto. Livorno non può essere cancellata dalla mappa del calcio italiano, ma probabilmente lo sarà.

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