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Fonte Immagine: @globalfootball20 (Instagram)

Nella notte, Josep Bartomeu si è dimesso da presidente del Barcellona dopo quasi sette anni. È la fine di un’era molto criticata, che avrà lunghi strascichi per il club.

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Finisce l’era del presidente più discusso della storia blaugrana: Josep Maria Bartomeu annuncia le dimissioni, accolte con un’ovazione da cui tutto l’ambiente, da quella silenziosa di Leo Messi a quella ben più plateale dell’ex-presidente Joan Laporta.

Guardare il palmares (13 trofei, tra cui quattro campionati e una Champions League) non rende bene l’idea del motivo per cui Bartomeu sia tanto detestato in Catalogna, anzi. La sua reputazione ha a che fare principalmente con questioni economiche e solo secondariamente (ma non marginalmente) tecniche.

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Il declino del tiki-taka

Bartomeu è, se vogliamo vederla in senso retorico, il rovescio della medaglia di Laporta: quest’ultimo è stato il presidente coraggioso che ha guidato la rinascita del post-Van Gaal, prima riportando il Barça a vincere la Champions con Rijkaard e poi scommettendo su Guardiola e costruendo così il moderno mito blaugrana. I rapporti tra i due dirigenti non sono mai stati buoni (Laporta ha definito Bartomeu “presidente illegittimo”), e al secondo si rinfaccia di aver distrutto ciò che l’altro aveva costruito.

I tratti distintivi della presidenza Bartomeu, infatti, sono stati una progressiva involuzione tattica e l’abbandono parziale della Masia. La scelta di sostituire Luis Enrique con il più pragmatico e meno spettacolare Valverde destò già all’epoca non pochi mugugni, e fu vista come un modo per prendere nettamente le distanze dal passato.

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Una tattica che non ha pagato: il Barcellona è divenuto sempre meno bello da vedere e, per contro, anche meno vincente. Pur avendo continuanto a dominare il calcio spagnolo, non è più riuscito a raggiungere una finale di Champions e, soprattutto, ha iniziato a subire alcune clamorose sconfitte: il 3-0 di Torino del 2017, il 3-0 di Roma del 2018 e il 4-0 di Liverpool del 2019. Il tutto, mentre i rivali del Real Madrid vincevano tre coppe consecutive.

In ultimo, Bartomeu ha provato a fare un’improvvisa inversione di rotta, licenziando a stagione in corso Valverde e chiamando un tecnico offensivista come Quique Setien, che però si è trovato a lavorare con un ambiente spaccato e irrecuperabile. La conseguenza è stato l’8-2 subito dal Bayern pochi mesi fa.

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La svalutazione della Masia

Se i ragazzi del vivaio erano stati il fiore all’occhiello dell’epoca Guardiola-Laporta, Bartomeu ha scelto di metterli in secondo piano: la Masia è stata identificata come una straordinaria macchina per fare plusvalenze, i cui soldi potevano essere reinvestiti nell’acquisto di campioni affermati.

In questi sei anni, pochissimi giovani hanno trovato spazio in prima squadra, e di questi solo Ansu Fati è riuscito a diventarne un elemento importante. Il Barça ha triturato talenti come Rafinha, Munir e Carles Aleñá, che inizialmente era considerato l’erede di Iniesta, mentre oggi è un comprimario di 22 anni il cui futuro è molto incerto.

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Bartomeu si è liberato di ragazzi promettenti come Grimaldo, Adama Traoré, Denis Suarez, Rafinha e Carles Perez, preferendo loro giocatori come Semedo, Coutinho, Griezmann e Dembelé (solo questi quattro sono costati 455 milioni di euro).

Un caso emblematico di questa gestione è quello dell’erede di Jordi Alba. In quel ruolo, il Barça avrebbe potuto puntare su Alex Grimaldo o, più di recente, su Marc Cucurella, ma entrambi sono stati ceduti senza quasi aver giocato in prima squadra: Grimaldo al Benfica per 2 milioni, e Cucurella al Getafe per 10. Come nuovo terzino sinistro, Bartomeu ha scelto di puntare quindi su Junior Firpo, pagato 18 milioni più bonus al Betis e oggi pesantemente svalutato.

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Il disastro economico di Bartomeu

La politica delle plusvalenze dei giovani avrebbe dovuto dare respiro alle casse del club, che negli ultimi anni si sono trovate sempre più in difficoltà: a settembre, il Barcellona ha confermato (nonostante la crisi) ricavi superiori al miliardo di euro, una cifra mai vista per un club di calcio; eppure l’ultimo bilancio ha un passivo di 97 milioni, e la crisi finanziaria va avanti ormai da tempo.

Una situazione veramente incredibile, se considerato che oltre alle plusvalenze il Barcellona di Bartomeu ha fatto anche registrare la più ricca cessione della storia (222 milioni dal PSG per Neymar). Tutto ciò avrebbe dovuto garantire al club anni di prosperità, e invece quel denaro è stato sperperato in spese folli, lasciando un buco di bilancio che ha finito con l’allargarsi sempre più a causa di altre assurde scelte finanziarie, soprattutto sul mercato.

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Ad esempio, la scelta di alleggerire la rosa, riducendola quasi all’osso: Setien si è ritrovato a lavorare con giocatori contati e a dover adattare alcuni a ruoli non loro. Il caso Braithwaite racconta bene i guai del Barça: il club blaugrana lasciò scadere il mercato di gennaio senza prendere una riserva di Suarez, a non appena un elemento della rosa titolare s’infortunò, portandola sotto al limite minimo, fece ricorso a una discutibile regola della Liga per “rubare” la punta danese al Leganes pagando la clausola rescissoria a mercato chiuso.

18 milioni spesi per un giocatore lontano anni luce dal livello del Barça, utile solo a tappare un buco nella rosa senza spendere una fortuna in ingaggio. Ma la pandemia ha peggiorato le cose, complicando ulteriormente la situazione del Barcellona e di Bartomeu.

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La reputazione del Barcellona

L’ormai ex-presidente, negli scorsi mesi, ha compiuto l’ultimo atto della sua sconsiderata gestione, quello di cui probabilmente ci si ricorderà di più: la rottura con i senatori del club, in particolare con Messi. A causa dei problemi economici del club aggravati dallo stop del campionato, Bartomeu ha fondamentalmente imposto alla squadra delle pesanti decurtazioni d’ingaggio.

All’opposizione dei giocatori al piano di tagli della dirigenza, Bartomeu ha messo in giro la voce che Messi e compagni volessero danneggiare il club e non avessero a cuore le sorti degli altri dipendenti, cosa che però era diversa dalla posizione espressa dai giocatori. In aggiunta, è emerso un dossier che collegava Bartomeu a una campagna mediatica sui social atta a screditare Messi, Piqué e Guardiola, cioè tre delle leggende del club.

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Questi episodi hanno rotto l’armonia nel Barcellona e posto le basi per il terribile finale di stagione. Messi è arrivato a chiedere la cessione, e pare molto probabile che, per rimanere un altro anno, abbia chiesto ciò che si è concretizzato infine ieri sera: le dimissioni di Bartomeu.

Il quale però ha lasciato a suo modo, annunciando che il club si è espresso a favore di una Superlega europea, in netta opposizione con il volere della Liga e scatenando quindi nuove polemiche con cui, però, non sarà lui a dover avere a che fare, essendo dimissionario.

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Come giudicare Bartomeu

A difesa di Bartomeu, va detto che da tempo il Barcellona non è l’ambiente più semplice in cui lavorare: degli ultimi cinque presidenti, è il quarto che deve dimettersi prima della fine del mandato; l’unico che si è salvato è stato proprio Laporta, il quale però venne comunque criticato e dovette affrontare una mozione di censura.

L’ambiente del Barça è cambiato molto negli ultimi vent’anni. Fino al 1992, era una squadra molto nota e stimata ma che non aveva mai vinto la Coppa dei Campioni; l’era Guardiola-Laporta ha alzato enormemente le aspettative dei tifosi, arrivando al punto che vincere campionato e Coppa di Spagna ma non arrivare almeno in finale di Champions significa aver avuto una stagione deludente.

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Tuttavia, niente di tutto questo può scalfire l’essenza della gestione di Bartomeu, tragica sotto tutti i punti di vista e da cui sarà difficile riprendersi. Chi lo sostituirà dovrà fare i conti con un bilancio colossale e ingestibile, che potrebbe richiedere anni per essere sistemato, e con una rosa piena di nomi ingombranti che si stanno svalutando e sono quasi del tutto incedibili, a causa dei compensi troppo altri che percepiscono.

Dal lato più prettamente tecnico, staremo a vedere. Ma l’inizio del nuovo corso di Koeman, arrivato anche lui tra lo scetticismo generale, non è stato dei migliori e la recente sconfitta interna nel Clasico ha dato sicuramente un brutto colpo a un ambiente che ancora non si è ripreso dall’ultima crisi. Bartomeu lascia una barca che affonda, e in cui è stato lui stesso ad aprire la falla.

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