HomeCalcio EsteroCome sarà il calcio con i talebani: regole e divieti

Come sarà il calcio con i talebani: regole e divieti

L’Afghanistan sta occupando la cronaca internazionale in questi giorni, con i Talebani che stanno riconquistando il Paese dopo quasi 10 anni. Il calcio è stato e può essere ancora un modo per leggere la storia locale

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Dopo quasi dieci anni dalla caduta del regime, i Talebani – un movimento fondamentalista islamico molto forte e organizzato – hanno riconquistato Kabul e, di fatto, ripreso il controllo dell’Afghanistan, da cui erano stati cacciati  dopo l’invasione occidentale seguita all’11 settembre.

La storia recente afgana è estremamente complicata, e non è ambizione di un sito sportivo come questo spiegarla a un vasto pubblico. Ma sebbene non si tratti di un Paese calcisticamente rilevante, il football può essere un’utile chiave di lettura delle vicende locali.

Il calcio sotto il regime dei Talebani

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I Talebani sono emersi in Afghanistan nel corso degli anni Ottanta, grazie ai finanziamenti statunitensi in funzione anticomunista; poi, la caduta dell’Unione Sovietica ha permesso loro di prendere il potere dopo una lunga guerra civile, terminata nel 1996. Seguendo un modello politico islamista e antioccidentale, i Talebani hanno ovviamente messo fuori legge molte mode straniere, ma il calcio sopravvisse.

Il regime organizzò un campionato di dodici squadre nella capitale Kabul, stabilendo che i giocatori dovessero indossare pantaloni lunghi e maglie a maniche lunghe. Sebbene il regime talebano è generalmente conosciuto come un periodo di crisi del calcio locale (in realtà, iniziata già a causa della guerra negli anni Ottanta; e in generale l’unico grande successo dell’Afghanistan fu la partecipazione alle Olimpiadi del 1948), il campionato di Kabul era sostenuto con soldi pubblici ed era abbastanza efficiente.

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I dodici club del torneo erano controllati ognuno da un differente leader militare talebano, che si occupava di pagare le spese per le strutture di allenamento, le divise, e altro ancora, compresi gli stipendi dei giocatori. Avere la squadra più forte era un grande prestigio tra i comandanti, che scommettevano sulle partite tra le loro squadre, per cui era importante stabilire un buon rapporto coi giocatori e supportarli.

“Eravamo così in grado di mantenere le nostre famiglie continuando a giocare a calcioha spiegato Mohammad Isaq, un calciatore abbastanza noto dell’epoca. I giocatori non erano mai stati stipendiati prima di quel momento, e in generale Kabul era una città devastata da quasi vent’anni di guerra e con tassi di disoccupazione altissimi.

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Fuori dal calcio, la gente moriva di fame in Afghanistan, ed era difficile fare finta di nulla. Anche perché lo Stadio Olimpico di Kabul, sede di tutte le partite del campionato, nel resto della settimana era usato per le torture e le esecuzioni degli oppositori politici. Sempre Isaq ha raccontato che una volta, durante un riscaldamento, trovò sei mani amputate.

La partita della liberazione dell’Afghanistan

Nell’ottobre del 2001, una coalizione guidata dagli Stati Uniti e con altre potenze occidentali attaccò l’Afghanistan, accusato di nascondere il terrorista Osama bin Laden, e a metà novembre Kabul venne liberata. Tre mesi dopo, il 15 febbraio 2002, lo Stadio Olimpico ospitò il primo match di calcio internazionale dalla salita al potere dei Talebani: da un lato una squadra locale, il Kabul United, e dall’altro una selezione di soldati dell’ISAF, la coalizione occidentale.

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La partita fu un’idea del governo britannico, che fornì gran parte dei giocatori, l’arbitro e due allenatori. Il direttore di gara era Peter Jones, che nel 1999 aveva arbitrato la finale di FA Cup vinta dal Manchester United sul Newcastle, mentre sulle due panchine sedevano Gary Mabbutt, ex-difensore del Tottenham, e Lawrie McMenemy, che aveva guidato in passato il Southampton e l’Irlanda del Nord.

Il match fu vinto col risultato di 3-1 dall’ISAF, e ad aprire le marcature fu un giocatore italiano. La partecipazione alla partita fu immensa: oltre 30.000 persone riempirono lo stadio, ma centinaia di migliaia erano rimaste fuori, causando non pochi problemi ai soldati incaricati di mantenere l’ordine, al punto che si verificarono anche degli scontri e ci furono alcuni feriti.

L’Afghanistan e il calcio delle donne

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Com’è purtroppo facile immaginare, il calcio femminile sotto il regime dei Talebani non era assolutamente permesso, così come qualsiasi sport praticato dalle donne. Dopo la liberazione, però, ci sono stati rapidi progressi in questo settore, con la formazione di una Nazionale femminile nel 2007. In questi anni, la squadra ha annoverato calciatrici come Hajar Abulfazl, che è un medico e ha collaborato con l’ONU; Hailai Arghandiwal, che ha militato anche nella Florentina San Gimignano; e Marjan Haydaree, nata e cresciuta negli USA, dove gioca tutt’oggi.

Il ritorno al potere dei Talebani comporterà sicuramente la dissoluzione del calcio femminile in Afghanistan, tanto che i vertici della selezione starebbero cercando di fuggie in India per ottenere lo status di rifugiati politici. “Sotto il regime talebano, le donne non hanno diritto di andare a scuola, dal dottore o di lavorare; sono confinate in casa” ha detto Khalida Popat, ex-capitana della Nazionale, che oggi vive in Danimarca. È stata lei, tre anni fa, a denunciare i numerosi casi di abusi sessuali subiti dalle giocatrici da parte di dirigenti della Federcalcio.

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Valerio Moggia
Valerio Moggia
Nato a Novara nel 1989, è il curatore del blog Pallonate in Faccia, ha scritto per Vice Italia e Rivista Undici, e collabora con la rivista digitale Linea Mediana.

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