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Fonte Immagine: @marcusrashford (Instagram)

In questi ultimi mesi, Marcus Rashford ha fatto parlare di sè non solo per ciò che fa in campo, ma anche per il suo impegno politico per i poveri del Regno Unito.

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Come tutti sappiamo, questi ultimi mesi sono stati molto difficili, e il Regno Unito non fa eccezione: al problema sanitario si è sommata la conseguente crisi economica, che ha colpito settori già da tempo in sofferenza, andando a gravare sulle casse dello stato. Così, a Downing Street, si è deciso di tagliare alcuni programmi governativi ritenuti superflui, come quello dei buoni alimentari scolastici per le famiglie più bisognose.

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La notizia ha ovviamente causato polemiche nell’agone politico, ma alla fine ha travalicato il dibattito parlamentare ed è arrivata nel calcio: Marcus Rashford, attaccante del Manchester United, a giugno ha scritto una lettera al governo e al primo ministro Boris Johnson chiedendo di non approvare il taglio. “La povertà alimentare in Inghilterra è una pandemia che potrebbe durare per generazioni se non facciamo qualcosa ora” scriveva.

L’infanzia difficile di Rashford

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Rashford ha solamente 22 anni, ma è da tempo uno dei calciatori più noti d’Inghilterra e uno dei simboli del nuovo corso del calcio locale: Van Gaal lo fece esordire 18enne nel 2015, permettendogli di battere un po’ di record (tipo quello del più giovane marcatore europeo dei Red Devils, prima appartenuto a George Best) e di arrivare un anno dopo in Nazionale.

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Ma la vita di Rashford non è certo stata semplice. È nato a Manchester da genitori immigrati da Saint Kitts and Nevis, un piccolo arcipelago dei Caraibi, ed è cresciuto a Wythenshawe, uno dei più discussi sobborghi popolari della città, noto soprattutto per i suoi grossi problemi sociali: nel 2007, quando Rashford aveva dieci anni, sul New York Times usciva un articolo che descriveva il suo quartiere come “un luogo di privazione sociale e alienazione estreme“.

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Il giocatore ha spesso ricordato come la sua infanzia sia stata piena di sacrifici a causa della dura condizione di povertà della sua famiglia, ed è solo grazie al calcio che i Rashford sono riusciti a conquistarsi una vita più agiata. Questo, ha permesso al ragazzo di sviluppare un forte senso di solidarietà sociale.

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Così, durante i primi mesi della pandemia, ha iniziato a raccogliere fondi per l’acquisto di pacchi alimentari da destinare ai più poveri, arrivando in breve alla cifra di 20 milioni di sterline. Contemporaneamente, ha deciso di ridursi del 30% lo stipendio e donare la parte tagliata al Servizio Sanitario Nazionale britannico, e ha preso parte in prima persona alla distribuzione di cibo ai poveri grazie all’associazione FareShare.

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Ecco perché la sua lettera, pubblicata su Twitter e poi integrata da un articolo scritto dal calciatore e pubblicato sul Times, è qualcosa di perfettamente in linea con il comportamento da sempre tenuto da Rashford. Che ha anche aggiunto che senza il programma alimentare la sua infanzia sarebbe stata ancora più difficile, e che non vuole che altri stiano addirittura peggio di lui.

La presa di posizione di Rashford gli ha portato diversi consensi – da parte di vari opinionisti, sportivi e politici, tra cui Gary Lineker, ma anche Kevin Courtney, segretario generale della National Education Union, e il leader laburista Keir Starmer – ma anche molte critiche. Principalmente da tifosi e sostenitori del governo conservatore, che hanno consigliato a Rashford di pensare al calcio e non alla politica, come se non si potessero fare entrambe le cose assieme.

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Una delle reazioni di cui si è parlato maggiormente è stata quella dell’opinionista di destra Katie Hopkins, spesso accusata per le sue posizioni razziste e classiste: Hopkins ha pubblicato su Twitter un fotomontaggio col suo volto sul corpo di un giocatore del Manchester City, mentre entra in tackle su Rashford. Il City, però, è prontamente intervenuto prendendo le distanze dal tweet ed esprimendo il proprio supporto all’attaccante dello United.

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Rashford non si arrende

Inizialmente, Boris Johnson aveva accettato di ritirare il taglio del programma di aiuti alimentari, ma negli ultimi giorni la questione si è ripresentata, e molti politici conservatori hanno preso a criticare chi difende il piano di aiuti, accusandolo di rendere le persone “dipendenti dallo Stato”. Così, il parlamento ha votato e la maggioranza ha optato per la cancellazione del programma.

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Rashford si è detto deluso, ma non si è perso d’animo. Nei mesi precedenti, Ha lavorato attivamente a un progetto di aiuti che ha coinvolto diverse aziende del settore alimentare. I fondi raccolti finora hanno permesso l’apertura di un nuovo grande banco alimentare a Manchester, dove nei giorni scorsi il calciatore è andato a dare una mano nella distribuzione del cibo. Sul suo profilo Twitter, inoltre, condivide periodicamente informazioni sulle associazioni che offrono cibo ai giovani bisognosi.

Questa è una questione di cui si discute da tempo nel Regno Unito, ma solo la pandemia, paradossalmente, ha fornito l’occasione di dare il colpo di grazia ai buoni alimentari per i ragazzi. Tuttavia, è merito esclusivamente di Rashford seil dibattito è divenuto realmente di dominio pubblico, soprattutto fuori dai confini britannici. A prescindere dal risultato della sua battaglia, il solo fatto di averla combattuta è estremamente rilevante a livello sociale.

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Una delle critiche che spesso sono state fatte al programma di aiuti alimentari è che si tratta solo di una pezza e non di una soluzione. Mentre però la politica non sembra interessata a trovarla, questa soluzione, un calciatore poco più che ventenne ci sta perlomeno provando. Perché, come ha detto lo stesso Rashford, “questa non è politica, è umanità”.

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