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Da dove è saltato fuori il Wolfsberger

Il Wolfsberger ha raggiunto i sedicesimi di Europa League nonostante un budget molto ridotto, una rosa priva di stelle e un allenatore con scarsissima esperienza. Qual è il segreto del club austriaco che sta uscendo dall’ombra del Salisburgo?

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No, non il Wolfsburg. Siamo sempre in Bundesliga, ma non in quella tedesca, bensì nel campionato austriaco, da cui il Wolfsberger è riuscito a emergere a livello europeo in questi anni nonostante abbia a che fare con due rivali di grande livello come il Salisburgo, foraggiato dalla Red Bull, e il LASK Linz, affiliato all’Aspire Academy di Doha.

Il Wolfsberger, alla sua terza partecipazione europea (la seconda consecutiva) è riuscito ieri nell’impresa di superare il girone di Europa League, sopravanzando club ben più blasonati come Feyenoord e CSKA Mosca. Ma come sono arrivati così in alto, gli austriaci?

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Le origini umili del Wolfsberger

Il Wolfsberger proviene da una città della Carinzia chiamata Wolfsberg, nell’Austria meridionale, che conta appena 25.000 abitanti e non è particolarmente nota per nulla se non proprio il suo club di calcio. Fondato nel 1931, ha trascorso tutta la sua storia nelle serie minori, fino alla prima storica promozione ai massimi livelli del calcio nazionale ottenuta nel 2012.

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Alle origini di questa prima ascesa c’è la fusione, avvenuta nel 2007, con il club del paese accanto, il Sankt Andra, che ha permesso al Wolfsberger di rafforzarsi economicamente, e tornare in seconda divisione. Poi, c’è Dietmar Riegler, ex-giocatore del club che poi ha fatto i soldi con il pellet, e oggi è proprietario e sponsor della squadra.

Non certo un miliardario, ma un uomo che ha saputo costruire una squadra dal basso con investimenti accorti, che in Austria ha conquistato sempre più tifosi grazie proprio alla sua immagine di squadra popolare, in opposizione al controverso colosso multinazionale di Salisburgo.

Le giuste scelte tecniche

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L’uomo della prima storica promozione è stato Nenad Bjelica, non uno qualsiasi. Ex-nazionale della Croazia, ha iniziato ad allenare nelle serie minori austriache fino a che non è arrivato a Wolfsberg nel 2010, cambiando la storia del club con la sua capacità nello scegliere i giocatori e nel praticare un gioco moderno e tecnico. Tanto che dalla Carinzia ha poi fatto il salto nella capitale, per guidare l’Austria Vienna, e in Italia, sulla panchina dello Spezia; poi, è approdato alla Dinamo Zagabria, dove ha vissuto due ottime stagioni internazionali, rivelando giocatori come Dani Olmo e Amir Rrahmani.

Ma la verità è che il successo del Wolfsberger è costruito sulla solidità della società, non tanto sugli allenatori. Di Gerhard Stuber si è parlato molto, visto che ha guidato il club nella sua prima campagna continentale – nei gironi di Europa League della scorsa stagione, dove uscì subito, ma strappando due pareggi alla Roma e sconfiggendo il Gladbach 4-0 – ma alla fine la sua esperienza in Carinzia è durata appena pochi mesi e avuto un impatto più mediatico che altro.

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Fonte Immagine: @wolfsbergerac (Instagram)

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Oggi, in panchina siede Ferdinand Feldhofer, che ha esordito come allenatore un anno fa sostituendo proprio Stuber, dopo aver lavorato solo qualche anno in terza serie, e ora ha ottenuto il più grande risultato della storia del club. Dimostrazione che, a Wolfsberg, c’è un progetto che va al di là dei nomi.

Un mercato a costo zero

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Un anno fa, prima della sfida con la Roma, Stuber disse che il segreto del Wolfsberger era la grande fiducia nei propri mezzi. Può sembrare una frase fatta, ma non si riesce a trovare altro modo per spiegare i risultati di una squadra che, anche a livello di rosa, non sembra avere nulla di eccezionale sulla carta. Non si tratta di uno di quei club che scommette su giovani poco costosi e da poi rivendere ad alto prezzo: uno dei suoi migliori incassi è quello ottenuto per la punta giamaicana Dever Orgill, scovato in Finlandia e poi rivenduto in Turchia per appena 800mila euro.

Il Wolfsberger è stato costruito per lo più con giocatori locali, attorno a pochi nomi esperti come Michael Liendl, 35enne trequartista con alcuni trascorsi in Germania e Olanda. Il resto lo fanno i prestiti, come quello di Anderson Niangbo nella scorsa stagione, oggi al Gent, o attualmente quello di Dejan Joveljic, 21enne punta serba dell’Eintracht Francoforte, capocannoniere di stagione.

Soprattutto, il Wolfsberger non spende quasi nulla sul mercato, ma si concentra sui parametri zero. Come l’attaccante Shon Weissman, che dopo varie stagioni sottotono in Israele è sbarcato in Austria nell’estate del 2019 e si è subito imposto come una grande punta, venendo poi ceduto per 4 milioni al Real Valladolid. Budget ridotto, pochissimi dipendenti, nessuna vera stella: il Wolfsberger è un misterioso capolavoro manageriale, il cui risultato è più della somma delle parti.

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Fonte Immagine: @wolfsbergerac (Instagram)

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Valerio Moggia
Valerio Moggia
Nato a Novara nel 1989, è il curatore del blog Pallonate in Faccia, ha scritto per Vice Italia e Rivista Undici, e collabora con la rivista digitale Linea Mediana.

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