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Cosa è stata la sentenza Bosman

Il 15 dicembre 1995 fu emessa la storica sentenza che avrebbe cambiato per sempre il mondo del calcio, nel rapporto tra club e giocatori. Come iniziò tutto, ma soprattutto chi era Bosman?

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Si sente dire spesso che il calcio è completamente cambiato dopo la sentenza Bosman. Una frase che ormai è diventata un po’ retorica, ma che nasconde della verità: la sentenza, emessa il 15 dicembre 1995 dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea, stravolse il rapporto tra giocatori e club, andando a regolare un settore del mondo del lavoro ancora profondamente arretrato in termini di diritti.

Questo ebbe delle conseguenze concrete, ma che spesso sono state esagerate e attribuite unicamente alla sentenza, mentre invece furono causate da una concatenazione di fattori diversi. Ma, come al solito, andiamo con ordine.

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Chi era Bosman

Prima di tutto, partiamo dall’uomo da cui è nato tutto. Jean-Marc Bosman (da non confondere con John Bosman, attaccante olandese e suo quasi coetaneo) era un centrocampista belga abbastanza mediocre: era cresciuto nello Standard Liegi negli anni Ottanta, disputando anche alcune partite con l’Under-21, ma non aveva sfondato, e nel 1988 si era trasferito nel più modesto RFC Liegi.

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Dopo due stagioni poco convincenti, e col contratto in scadenza, Bosman ebbe la possibilità di trasferirsi in Francia al Dunkerque, dove a 26 anni sperava di rilanciare la propria carriera. Ma il club francese non trovò un accordo per la contropartita economica con il Liegi, e l’affare saltò. Qui avvenne una cosa che, oggi, potrebbe sembrare abbastanza incredibile: il contratto di Bosman stava scadendo, ma il Liegi aveva ancora il potere di decidere dove potesse trasferirsi e poteva pretendere del denaro dall’acquirente per liberarlo. Già da questo dettaglio potete capire cosa è cambiato con la sentenza.

Bosman, infuriato per la decisione (che aveva comportato anche un taglio del 75% del suo salario) fece causa al Liegi, alla Federcalcio belga e alla UEFA. Tutto ciò danneggiò molto la sua immagine: venne considerato un giocatore che causava problemi, e quando il contratto con il Liegi fu esaurito, non solo Bosman non poté andare al Dunkerque, ma non riuscì più a trovare un ingaggio in nessun’altra squadra di primo piano, finendo a giocare in club come Olympique Saint-Quentin, Olympic Charleroi e anche sull’isola di Reunion, nell’Oceano Indiano.

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Nel 1995, a cinque anni dai fatti, finalmente la Corte di giustizia dell’Unione Europea si pronunciò, dando ragione al calciatore belga. La sentenza Bosman fece subito scalpore, perché imponeva una nuova legge all’interno dei territori della UE: un calciatore il cui contratto era in scadenza poteva trasferirsi gratuitamente dove voleva, e nei sei mesi precedenti allo svincolo era già libero di firmare un pre-contratto con altre squadre.

Il pronunciamento della Corte migliorò le condizioni dei lavoratori del calcio, regolamentando un settore in cui c’era carenza di diritti per i giocatori. Ma il tribunale stabilì anche altro: con la libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’UE, i campionati non potevano più mettere limitazioni al numero di stranieri in rosa, a meno che questi non fossero extracomunitari.

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Le conseguenze della sentenza

La vita lavorativa dei calciatori cambiò, ma cambiò anche quella dei club: i trasferimenti divennero più facili, crendo le cosiddette situazioni dei parametri zero, in cui si poteva acquistare un giocatore senza pagarlo al club di provenienza.

Questo ebbe una conseguenza devastante sul sistema dei vivai: nelle squadre giovanili, infatti, i giocatori sono minorenni e generalmente senza un contratto professionistico; prima della sentenza Bosman, per sottrarre un giocatore del genere al suo club si sarebbe dovuto trovare un accordo economico, mentre ora bastava accordarsi col giocatore sul nuovo contratto. I club che avevano costruito tutta la propria fortuna sui settori giovanili (Ajax, Nantes, Anderlecht) vennero colpiti duramente dalla nuova norma.

Ma la sentenza Bosman, da sola, non cambiò veramente il calcio, almeno non nel mondo in cui spesso si pensa. Tre anni prima era nata la Premier League, ovvero la prima serie del campionato di calcio inglese: i club della ex-First Division si erano staccati dalla Football League (l’associazione che controlla i campionati professionistici inglesi) per creare un torneo a parte e poter così gestire in prima persona i soldi dei diritti tv.

Questo, assieme alla nascita della Champions League (una Coppa dei Campioni con più squadre, più partite, e più soldi da spartire), contribuì ad aumentare il divario tra club ricchi e club poveri. I primi, per lo più inglesi, iniziarono subito a saccheggiare i settori giovanili di mezza Europa: tantissimi giovani iniziarono a lasciare i vivai spagnoli, francesi e italiani diretti in Premier League. In questo modo, il calcio europeo divenne sempre più elitario.

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Quando la sentenza Bosman venne estesa al di fuori della UE, ottenendo il riconoscimento prima della UEFA e poi della FIFA, i suoi effetti colpirono duramente anche i paesi dell’Est Europa. Ancora in mezzo ai sommovimenti socio-economici della caduta del sistema comunista, queste società un tempo vivevano su un sistema non professionistico costruito sui settori giovanili, e ora si ritrovavano a dover cambiare radicalmente approccio, mentre i loro migliori giocatori si trasferivano all’Ovest.

Sul lungo periodo

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Col passare del tempo, le conseguenze della sentenza Bosman furono attutite da alcuni club. Squadre come Barcellona e Athletic Bilbao seppero sfruttare fin da subito la loro forte identità etnica per trattenere in rosa giovani di talento (cosa che non impedì, però, al Barça di perdere nel 2003 il 16enne Cesc Fabregas). L’Ajax e altre squadre belghe e olandesi ristrutturarono i propri vivai e, soprattutto, sfruttarono le nuove leggi per integrarli con giovani stranieri prelevati in Africa, nell’Est o nel Nord Europa (l’Ajax di Koeman dei primi anni Duemila ne è un ottimo esempio).

Le squadre russe e ucraine si ripresero col tempo, grazie a i lauti investimenti di ricchi imprenditori locali. I comportamenti predatori che questi club subivano da quelli di livello superiore furono tradotti e riapplicati sulle società del livello più basso: club come CSKA Mosca, Zenit San Pietroburgo e Shakhtar Donetsk emersero a livello europeo, vincendo anche dei titoli, saccheggiando i vivai di altri paesi est-europei o del Brasile.

In tutto questo, Jean-Marc Bosman non riebbe mai indietro gli anni perduti della sua carriera. Emarginato dal calcio, sprofondò nell’alcolismo e si ritrovò povero, mantenendosi con un misero assegno statale, che gli è stato tolto qualche anno fa dopo una condanna per violenza domestica. Oggi, l’uomo che ha cambiato il calcio sopravvive grazie a delle donazioni di FIFPro, il sindacato internazionale dei calciatori.

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Valerio Moggia
Valerio Moggia
Nato a Novara nel 1989, è il curatore del blog Pallonate in Faccia, ha scritto per Vice Italia e Rivista Undici, e collabora con la rivista digitale Linea Mediana.

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