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Fonte: Instagram @fcredbullsalzburg

Il Salisburgo è il chiaro esempio di come preparazione e programmazione possano diventare concetti centrali all’interno del cosiddetto calcio moderno.

Era solo questione di giorni, ma adesso è anche ufficiale: i Red Bull Salisburgo vincono il titolo austriaco per la settima volta di fila, la decima nelle ultime dodici edizioni di Bundesliga. L’approdo in Austria della multinazionale che commercia in bevande energetiche ha sparigliato le carte e rimescolato le gerarchie, per via in primis dei tanti capitali immessi che hanno scavato un solco economico impossibile da contrastare. Quest’anno, e questo va precisato, i Tori Rossi sono stati messi decisamente in difficoltà dal LASK Linz, che però durante il periodo di quarantena ha violato i protocolli di sicurezza guadagnandosi 6 punti di penalizzazione.

Il resto lo ha fatto lo scontro diretto di un paio di settimane fa, giocato in casa del Salisburgo: i padroni di casa si sono imposti 3-1 grazie alle reti di Szoboszlai, Daka e Valici, con in mezzo il gol del provvisorio 3-1 messo a segno da Raguz. L’impressione però è che il LASK abbia mollato definitivamente post lockdown, tanto da essere scavalcato nella corsa alla Champions League anche dal sorprendente Rapid Vienna. In casa Red Bull, invece, ci si stropiccia le mani per l’ennesimo titolo, arrivato in seguito a un’ottima campagna condotta nella massima competizione continentale per club.

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Salisburgo miniera d’oro: oltre 300 milioni incassati dalle cessioni

La stagione può considerarsi tutto sommato positiva, sia dal punto di vista sportivo che societario. Oltre ad aver vinto la Bundesliga austriaca, il Salisburgo si è addirittura potuto permettere di monetizzare due gioiellini durante il mercato di gennaio. Erling Braut Haaland e Takumi Minamino hanno lasciato la base per trasferirsi rispettivamente a Borussia Dortmund e Liverpool, portando nelle case della società più di 30 milioni di euro. Il bomber scandinavo e l’estroso attaccante nipponico sono solo le ultime due intuizioni redditizie di casa Red Bull: acquistati per pochi spiccioli quando ancora erano sconosciuti ai più, si sono imposti grazie a un contesto sano all’interno del quale le parole d’ordine sono ‘idee’ e ‘competenza’.

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Il modus operandi del Salisburgo è ormai noto anche ai muri. Il club austriaco, tramite una rete di scouting capillare, è riuscito ad arrivare in ogni angolo del mondo, battendo in particolar modo zone come la Scandinavia, l’Africa e ultimamente anche il Sudamerica. Secondo le stime pubblicate da Transfermarkt, solo negli ultimi sei anni sono entrati 322 milioni di euro nelle casse societarie (115 dei quali dal 2019 in poi), frutti di cessioni importanti di giocatori abbastanza sconosciuti. Il record appartiene a Naby Keita, acquistato dai ‘cugini’ del Lipsia per 30 milioni di euro. Al secondo posto c’è Sadio Mané, passato nel 2014 al Southampton per 23 milioni di euro, con Erling Haaland – ceduto a 20 – a completare il podio.

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Dallo scouting i nuovi gioielli: in vetrina Szoboszlai e Daka

Ma la panoramica sulle plusvalenze del Salisburgo potrebbe continuare a lungo, partendo da Amadou Haidara e continuando con Diadie Samassekou, Munas Dabbur, Xaven Schlager, Stefan Lainer, Hannes Wolf e Marin Pongrancic, solo per rimanere alle partenze più recenti. I prossimi a lasciare la casa madre, portando in dote un discreto gruzzoletto, saranno Dominik Szoboszlai e Patson Daka, entrambi autori di un’annata straordinaria. Il primo, classe 2000, è diventato leader della squadra in tempo zero. Il secondo, invece, ha fatto le veci di Haaland scollinando quota 20 gol segnati in stagione.

I TRASFERIMENTI PIÙ STRANI NELLA STORIA DEL CALCIOMERCATO

La presenze su tutto il territorio mondiale del colosso Red Bull permette ai club satellite di anticipare spesso la concorrenza, oltre a creare una piramide al vertice della quale si trova il Lipsia – che, militando in Bundesliga, è la squadra a generare più ricavi -, seguita dal Salisburgo e dalla franchigia di New York, dalla quale arriva, previo breve passaggio in Germania, il tecnico Jesse Marsch. Quest’ultimo ha preso il posto di Marco Rose, sposando in pieno la filosofia del club che, al primo posto, mette il raggiungimento dell’obiettivo sportivo tramite la valorizzazione dei talenti scovati in giro per il globo.

Africa, Sudamerica e ora Asia: l’espansione globale di Red Bull

Red Bull è sinonimo di innovazione, visione progettuale e raggiungimento degli obiettivi tramite un businnes plan, con rispettivi ruoli, ben definito. Di recente a Salisburgo è stato inaugurato il nuovo sito internet con sezioni in tutte le lingue, in modo tale da portare avanti l’espansione del brand in ogni parte del mondo. Per esempio, dopo aver capillarizzato l’Africa (nonostante il mezzo fallimento in Ghana), il coofondatore Dietmar Mateschitz ha in programma una valorizzazione nello sterminato continente asiatico. Per questo si è puntato forte su Minamino in passato e, nella stessa maniera, oggi si spinge per far sbocciare definitivamente il talento sudcoreano Hee-chan Hwang, punta di 24 anni dall’assist facile (19 in stagione).

RETROCESSIONE A UN PASSO: LA CADUTA DELL’ESPANYOL

Inoltre, la scorsa estate è partito anche il progetto televisivo legato ai Red Bull Salisburgo, che consiste nel lancio del canale tematico col quale creare un mezzo di unione tra squadra e tifoseria. In città, durante il primo periodo di gestione da parte di quello che venne definito ‘mostro capitalistico’, gli sportivi avevano preso male l’approccio gestionale tranciante di Red Bull, che aveva rilevato un club cambiandone logo e colori sociali. In molti si sono quindi distaccati, riversandosi in massa a seguire le serie inferiori, ma col tempo i Tori Rossi hanno riacquistato una fanbase di ottimo livello. Oggi lo stadio di casa, avvenieristico impianto brandizzato Red Bull, mantiene circa 10 mila spettatori di media a stagione.

SZOBOSZLAI MANDA SEGNALI ALLA SERIE A

Squadra B step intermedio: il talento passa da Liefering

Come ogni azienda calcistica moderna che si rispetti, Il Salisburgo ha scelto la strada della squadra satellite per permettere ai propri giovani di misurarsi con il professionismo. Nel 2011 Red Bull ha deciso di rilevarla grazie a una partnership con FC Pasching e USK Anif, rimodulandola di fatto come proprio serbatoio di ricchezza. La rosa del Liefering FC è composta da molti giocatori il cui cartellino appartiene al Salisburgo, che durante la stagione li segue ed, eventualmente, li porta in prima squadra all’occorrenza.

LA SQUADRA CHE HA SEGNATO PIÙ GOL IN UNA STAGIONE DI SERIE A

Dalle fila biancorosse sono passati praticamente tutti i migliori giovani poi consacratisi con i Tori Rossi. Le ultime gemme si chiamano Karim Adeyemi, attaccante tedesco classe 2002 scartato in infanzia dal Bayern Monaco e Luis Phelipe, frizzante esterno sinistro nato nel 2001 e prelevato dal Red Bull Brasil. In più vanno segnalati due affari low cost, di cui presto sentiremo parlare: Bryan Okoh, centrale svizzero, e Benjamin Sesko, centravanti sloveno. Entrambi classe 2003, a breve percorreranno la strada dei loro predecessori. Quest’anno il Liefering, dopo un pessimo avvio, è risalito fino a metà classifica, conquistandosi la permanenza in seconda divisione.

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Il modello Red Bull: il via da Salisburgo

Come si diceva in precedenza, Salisburgo ha rappresentato il via di un progetto pluriennale, all’interno del quale la multinazionale austriaca ha deciso nel tempo di diversificare gli investimenti. Dopo essersi insediata in città nel 2005, Red Bull è approdata l’anno successivo a New York e nel 2009 a Lipsia, dove si è montato un vero proprio caso diplomatico per le circostanze che hanno portato l’azienda a entrare a gamba tesa sul calcio tedesco.

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Nel giro di pochi anni, il RasenBallsport (in Germania non è possibile inserire nomi di sponsor nella denominazione societaria) passa dalla quinta serie alla Champions League, sedendosi al tavolo delle grandi e conquistando di recente la sua prima apparizione in Champions League. Ciò ha scatenato diverse proteste, soprattutto da parte di tifoserie avversarie, che accusano Red Bull di stravolgere identità e utilizzare lo sport solo come mezzo di marketing.

Esagerato ma legittimo, così come legittime sono le osservazioni di chi vede in questa gestione le chiavi per il successo futuro. Al centro di tutto c’è la competenza di chi decide, che si affida a professionisti in ogni ruolo, consegnando al grande calcio dirigenti del calibro di Ralf Rangnick e allenatori come Julian Nagelsmann e Marco Rose. Questione di prospettive che non sempre collimano, meritano rispetto ma non possono distaccarsi troppo dalla realtà. E a Salisburgo, dove la magia è cominciata, si intravedono finalmente i frutti di una semina destinata a durare nel tempo.

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