mourinho
Fonte immagine: @fcin1908it (Twitter)

Josè Mourinho è diventato allenatore del Tottenham appena quindici mesi fa, ma l’attuale nono posto in classifica e la rinascita del City possono dar vita a dei ripensamenti. 

L’arrivo di Mourinho al Tottenham fu benedetto dai tifosi che nell’inizio della stagione 2019/20 avevano visto gli Spurs totalmente in balia della fine di un ciclo. Ma cambiare è stata la scelta giusta?

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Pochettino e il Tottenham

Quando Pochettino è stato licenziato dal Tottenham, stava per finire un novembre piovoso in Inghilterra e il Tottenham veleggiava al quattordicesimo posto della Premier League con soli 14 punti conquistati e la miseria di 3 vittorie ottenute. 

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Dopo cinque anni e mezzo di connubio romantico e concreto, il legame tra l’allenatore argentino e la squadra londinese sembrava ai minimi termini. La finale di Champions League di pochi mesi prima aveva aperto falle imprevedibili fino a pochi mesi prima: alla fine di un ciclo concluso senza la vittoria, c’era bisogno di svecchiare la squadra, cambiare alcuni ingranaggi che non giravano più come prima e dare un giro di vite a tutta l’organizzazione di gioco. 

L’estate post finale vide l’arrivo di Lo Celso, Bergwijn Ndombelé e Ryan Sessegnon, dopo una stagione a secco di acquisti, ma i nuovi arrivi, piuttosto che cementare la squadra concedendo a Pochettino delle alternative, si rivelarono infruttuosi – quantomeno al livello sperato. 

La stagione 2019/20 iniziò così nell’ansia generale di conquistare qualcosa: il Tottenham di Pochettino era arrivato al bivio in cui o diventi una grande squadra vincente o il ciclo deve essere considerato finito. Per questo, Daniel Levy scelse di salutare l’argentino e accogliere José Mourinho. 

Mourinho, non sarebbe colpa tua

C’era quindi bisogno di una scossa, e chi meglio di Mourinho avrebbe restituito carattere a uno spogliatoio privato delle proprie certezze e in balia di una crisi di identità di incredibile potenza?

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L’impatto, nella stagione scorsa, effettivamente ci fu: il Tottenham riprese coraggio, e organizzata secondo i dettami di Mourinho raggiunse il sesto posto con 59 punti totali (45 di Mourinho) qualificandosi all’Europa League. 

Se delle dichiarazioni e dell’evoluzione del Mourinho comunicatore abbiamo ampiamente parlato, da ognuna di esse riusciamo ad estrapolare la condizione in cui il tecnico portoghese sta allenando gli Spurs: una squadra da ricostruire pezzo dopo pezzo, che in estate ha riaccolto un Gareth Bale non ancora tornato se stesso, e che deve fare i conti con un attaccante – Harry Kane – tanto forte quanto fragile, colonna portante di un gioco che senza di lui vacilla. 

Oggi è nono in classifica a 36 punti, dopo aver occupato la vetta per quattro giornate (dalla nona alla dodicesima) e aver conteso – almeno mediatamente – lo scettro della Premier League a City e Liverpool. 

Cosa c’entra Guardiola?

Ma ecco allora perché non è colpa di Mourinho se iniziamo a pensare che forse il Tottenham avrebbe potuto continuare con Pochettino in panchina. Sebbene il nono posto e le sconfitte continue che hanno interrotto cicli di risultati utili da dieci gare consecutive facciano pensare a Mourinho come primo colpevole di questa debacle, il ritorno (col pensiero) a Pochettino è di tutt’altra natura. 

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Come il TheAthletic racconta, è Guardiola il turning point che ci fa riflettere sulla situazione del Tottenham, più che su quella di Mourinho. 

Il Manchester City ha iniziato la sua quinta stagione sotto la guida del tecnico catalano, un ciclo vero e proprio iniziato con le larghe vittorie delle Premier League (2), dell’FA Cup (1) e delle coppe di Lega (3) ma finito senza la Champions League, sfuggita in semifinale contro il Tottenham di Pochettino (pensa un po’) pochi mesi prima del licenziamento dell’argentino. 

Logicamente, per le aspettative dietro Guardiola e per i soldi spesi sul mercato, chi avrebbe dovuto terminare il suo ciclo in quell’autunno sarebbe proprio dovuto essere il tecnico ex Barcellona. 

Stagione in corso: turning point a dicembre

Invece, dopo aver passato una stagione a guardare da lontano la corsa di un Liverpool imprendibile, Guardiola ha scelto di rinnovare la squadra dalle fondamenta – con Aguero e Fernandinho relegati a comprimari e Kompany fatto tornare in Belgio – e di ripartire alla ricerca del suo City. 

I primi mesi della stagione non sono stati totalmente positivi, bisogna dirlo: fino al 15 dicembre la vetta sembrava un’utopia per il City, dando la possibilità (anche a noi) di parlare di Premier più equilibrata degli ultimi cinque anni. 

Lo United, il Leicester, il Liverpool e – ovviamente – il Tottenham, sembravano avere le carte in regola per contendersi la Premier League, mentre il City rimaneva indietro, incastrato in un meccanismo che sembrava non funzionare più. 

In una recente intervista Guardiola ha spiegato che cosa accadde dopo quel pareggio di metà dicembre contro il West Brom di Bilic: 

“Abbiamo parlato con i ragazzi, e ci siamo detti che era fondamentale tornare ai nostri fondamentali. Dovevamo tornare a correre di meno con la palla, a farlo tutti insieme, a mantenere le posizioni. Hanno risposto con ok, ed è quello che poi hanno fatto.”

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Da quel momento, gli avversari di Mourinho e Klopp hanno fatto registrare 11 vittorie consecutive in Premier League, strappando la vetta della Premier dalle mani del contendente di turno e assestandosi ora a +10 sugli inseguitori. 

Contemporaneo a questa ascesa, il calo del Tottenham di Mourinho, fisiologico per le necessità di una squadra non costruita per vincere ma con l’obbligo di farlo vista la presenza in panchina del guru portoghese. 

Ciclo nel ciclo

La conclusione è presto detta: Guardiola ha rigenerato il suo Manchester City fondendo le ceneri degli ultimi 15 mesi ai dettami iniziali con i quali ha costruito una squadra dalla mentalità e dal gioco estasianti. 

Sebbene sembrasse, lo scorso autunno, che il ciclo fosse finito, il City ha insistito con Guardiola e i risultati, oggi che guarda (di nuovo) tutti dall’alto, gli hanno dato ragione. 

Il Tottenham poteva fare lo stesso con Pochettino? Senza le risorse del City effettivamente sarebbe stato difficile, ma vedendo come i giocatori del Paris Saint Germain hanno reagito all’arrivo dell’allenatore argentino, forse al Tottenham avrebbero potuto pensarci un po’ di più. 

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Tutto con buona pace di Mourinho, non è assolutamente colpa sua. 

https://www.youtube.com/watch?v=UmFCLRqMkCc

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