muro berlino lutz eigendorf
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Il 9 novembre del 1989 è la data che segna ufficialmente la caduta del muro di Berlino: dieci anni prima un giovane e promettente calciatore orientale lo ha attraversato in cerca della libertà trovando invece la morte. Il suo nome è Lutz Eigendorf, e questa è la sua storia.

22 gennaio 1981: Peter Kotte, Matthias Müller e Gerd Weber, stelle della Dinamo Dresda per tre volte consecutive vincitrice del campionato tedesco orientale, vengono arrestati all’aeroporto di Dresda dagli agenti della Stasi, il ministero di sicurezza interna che vigila costantemente sulla buona condotta di tutti i cittadini della Germania Est.

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Sui tre, in procinto di salire su un aereo che li avrebbe portati in Argentina per disputare un incontro con la Nazionale, pende un’accusa gravissima: avrebbero infatti sfruttato l’occasione per tradire il Paese e i suoi grandi ideali, fuggendo a Ovest in cerca di ricchezza dopo aver stretto un accordo segreto con la dirigenza del Colonia. La condanna è esemplare, e poco importa che si parli di calciatori tra i più rinomati di tutta la DDR: a poco più di 25 anni la loro carriera si interrompe per sempre con la squalifica a vita e la prigionia.

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Lutz Eigendorf, fuga al di là del muro di Berlino

Kotte, Müller e Weber sono dei simboli, quello che serviva alla Stasi per mandare un messaggio a tutti i cittadini: la fuga non è tollerata, chi intende disertare farà bene a pensarci due volte, chi già lo ha fatto deve sapere che non sarà mai perdonato.

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Lutz Eigendorf è riuscito a fuggire poco meno di due anni prima, e forse è per questo che la Stasi ha intensificato i controlli sugli atleti, che trovandosi a competere in contesti internazionali devono viaggiare e per questo riescono ad avere di tanto in tanto una possibilità di fuga.

Eigendorf ha avuto la sua il 21 marzo del 1979 e l’ha colta al volo: mentre visitava con i compagni la cittadina di Giessen, di ritorno da un’amichevole che la sua Dinamo Berlino ha perso contro il Kaiserslautern il giorno precedente, è saltato improvvisamente su un taxi e si è fatto portare lontano, a ovest, con l’intenzione di proseguire una carriera promettente e appena agli inizi nel più ricco (e libero) calcio occidentale.

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22 anni appena, già 6 presenze e 3 reti con la maglia della Nazionale con cui ha esordito l’anno precedente, Lutz Eigendorf è un calciatore tutt’altro che banale. Un talento vero, che tanti a est del muro di Berlino hanno paragonato addirittura a Franz Beckenbauer, forse con troppa enfasi ma basandosi comunque su fatti concreti: arrivato alla Dinamo Berlino appena 14enne, ha già alle spalle 100 gare nel massimo campionato tedesco orientale ed è risultato determinante nella vittoria del primo dei dieci titoli consecutivi che la squadra della capitale sarà capace di conquistare.

Un simbolo per le due Germanie

Nonostante oggi sia apprezzata, se non addirittura mitizzata, dai tanti nostalgici che idealizzano il calcio che fu, la Dinamo Berlino fu in realtà una squadra terribile, odiata in tutto il Paese, simbolo calcistico per eccellenza di una Germania Est in cui i grandi ideali erano poco più che propaganda e dove il potere era in mano a uomini spesso corrotti e meschini, pronti a tutto pur di soddisfare i propri capricci.

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Estensione della Stasi, il ministero per la Sicurezza Interna di Stato, la Dinamo era stata costruita per vincere e finalmente, dopo aver costantemente soffiato con la forza i talenti più promettenti alla concorrenza e dopo anni di arbitraggi a dir poco compiacenti, aveva cominciato a farlo proprio nel campionato 1978/1979: una stagione trionfale, macchiata però dalla fuga del suo giovane e più brillante talento a Ovest, un’onta difficile da digerire.

Squalificato per un anno dalla FIFA, dopo l’ovvia negazione del transfer da parte della Germania Est, Eigendorf ricomincia a giocare proprio con il Kaiserlslautern, a cui non pare vero di avere praticamente a costo zero uno dei più promettenti talenti in circolazione. L’impatto con il “calcio vero” però è più duro del previsto per il giovane Lutz, che forse paga anche il fatto di essere costantemente sotto i riflettori e la lontananza forzata dalla famiglia, dalla moglie Gabrielle e dalla figlia Sandy, appena due anni, che sono rimaste a Est.

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Forse spera un giorno di rivederle, quello che sicuramente ignora è che non solo la Stasi non ha perdonato il suo tradimento, ma che oltre il muro di Berlino la vendetta è già cominciata: diverse spie controllano Gabrielle Eigendorf, la avvicinano in incognito raccontandole cose terribili sul marito, una di queste riesce infine a sedurla e a sposarla in un’operazione chiamata “Romeo” che viene spesso utilizzata per togliere ai disertori – o meglio “traditori” – ogni legame affettivo.

Al di là del muro la carriera di Lutz Eigendorf entra in una fase di profonda involuzione: le prestazioni in campo sono sempre meno incisive, le panchine sempre più frequenti, arriva infine il trasferimento dal Kaiserslautern all’Eintracht Braunschweig nel 1982, un vero e proprio passo indietro. Può capitare a ogni calciatore, ma lui non è un calciatore come tutti gli altri, e se a est è considerato un vile traditore a ovest viene ancora visto come un simbolo di speranza e di libertà.

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lutz eigendorf
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La morte di un “traditore”

Per questo accetta l’invito da parte di una televisione tedesca di raccontare la sua storia, che può magari servire da esempio anche a molti altri concittadini costretti a vivere loro malgrado in un Paese che non concede loro alcuna libertà. Lutz Eigendorf racconta così del tempo trascorso a ovest, della vita di tutti i giorni in occidente, di cosa è andato storto al Kaiserslautern e dei buoni propositi di rilancio con l’Eintracht. Ingenuamente invita i suoi ormai ex connazionali a non abbandonare l’idea di vivere finalmente liberi.

È decisamente troppo, è un affronto che Erich Mielke, il capo della Stasi e forse l’uomo più potente e spietato di tutta la Germania Est, non può lasciare impunito.

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La sera del 5 marzo del 1983, mentre si trova alla guida della sua Alfa Romeo, Lutz Eigendorf perde il controllo del mezzo e finisce per schiantarsi contro un albero. Estratto dal veicolo gravemente ferito, muore dopo un’agonia di due giorni e il suo caso viene archiviato come semplice incidente: considerando il tasso alcolemico nel sangue che emerge dagli esami clinici, in tanti pensano a una fatalità, a troppe bevute per tentare di superare un periodo negativo e a un incidente come purtroppo capita a tanti.

Lutz Eigendorf però non è mai stato uno dei tanti: era infatti der Verräter, “il traditore”, e il sospetto che abbia pagato con la vita la sua fuga a ovest è difficile da scacciare.

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Il 9 novembre del 1989 cade ufficialmente il muro di Berlino, cade la cortina di ferro, cessa di esistere la Germania dell’Est. Erich Mielke viene arrestato e condannato per i suoi crimini, che finalmente vengono alla luce in tutto il loro orrore. Tra i tanti anche il piano che ha portato alla vendetta su Lutz Eigendorf, mai perdonato e infine eliminato dopo essere stato drogato, imbottito di tranquillanti e quindi obbligato a guidare sotto minaccia di morte fino all’incidente fatale.

Si dice spesso che il calcio non sia altro che lo specchio della società: quello della DDR, dove regnavano corruzione, prepotenza e violenza, in fondo altro non era che uno dei tanti volti di un Paese spietato e vendicativo. Pronto a punire con la morte i “traditori” come Lutz Eigendorf, “colpevole” di aver sognato una vita da uomo libero.

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