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Tecnico, elegante, modello per Zidane e idolo di Cagliari e River Plate: Enzo Francescoli è stato tutto questo, e molto ancora.

Principe: titolo di sovranità, per lo più impiegato con riferimento a governi assoluti e ai momenti storici dell’antichità classica e del Rinascimento”. Nella lunga lista canonica di quelli che si sono susseguiti su suolo italiano, ne va tuttavia aggiunto uno che difficilmente potrà mai comparire sui libri di storia.

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Il 12 novembre di 59 anni fa, a Montevideo nasceva un “Principe” sui generis. Non apparteneva a nessuna famiglia reale, non ambiva a governare un determinato territorio e, soprattutto, nonostante le chiarissime origini italiane, proveniva dal lontano Uruguay. Uno che, in principio, era in realtà conosciuto ai più con l’apodoEl flaco“, a porre l’accento su quel fisico magro e gracile facilmente riconoscibile in mezzo al campo. Enzo Francescoli non aveva uno scettro fatto di pietre preziose, ma aveva sempre un pallone incollato a quel piede destro così magico da indurre l’attuale tecnico del Real Madrid Zinedine Zidane a chiamare il suo primogenito Enzo in suo onore.

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Oro de los millionarios

In fondo, fin dai tempi del Montevideo Wanderers Futbol si capiva che quel ragazzo abile nel gioco dietro le punte aveva un qualcosa di innato. Lo notavi immediatamente quando lo ammiravi calciare e danzare soavemente sul manto erboso del piccolo Parque Alfredo Victor Viera davanti a circa diecimila spettatori. Poco in confronto alla capienza del sontuoso Monumental di Buenos Aires, teatro dei lampi di genio di Francescoli dal 1983 al 1986.

Sono 24 i gol in 32 partite nel primo anno con addosso la maglia dei Millionarios. Numeri che gli permettono di sedersi per la prima volta su un trono, quello dei bomber più prolifici del Torneo Metropolitano argentino. Venticinque, invece, i centri della stagione successiva, utili per la conquista del secondo titolo consecutivo di capocannoniere.

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Numeri da fenomeno vero che lasciano presagire un’imminente partenza in direzione di una big del calcio europeo. Nel 1986, però, ecco il primo dei tanti colpi di scena che hanno caratterizzato la teatrale carriera del “Principe”: il modesto Racing Club de France e l’ambizioso presidente Lagardere gli affidano le chiavi della squadra transalpina, ergendolo rapidamente a stella indiscussa della rosa. Il risultato? Un’esperienza di tre stagioni chiusa con una frase che riassume malinconicamente un’avventura comunque importante dal punto di vista realizzativo: “Qui c’è pochissima passione per il calcio”. Lapidario.

Direzione Italia

Secondo colpo di scena. Dopo un solo anno trascorso tra le fila del Marsiglia e coronato con la conquista del titolo in Ligue 1, Francescoli sceglie di vestire la maglia del neopromosso Cagliari, sbarcando in una Serie A dalla quale si era già ritrovato a un passo dopo l’esperienza al Racing. Era stata infatti la Juventus a mettere gli occhi su di lui, intenzionata a fare del Principe una sorta di successore di quel Michel Platini che, a Torino, aveva invece indossato le vesti del Re.

Nel 1990, tuttavia, il Cagliari della famiglia Orrù mantiene le promesse di grandi investimenti fatte ai tifosi. E allora, in occasione del ritorno in A dopo 7 anni d’assenza, ecco servito il magico trio di uruguaiani Fonseca-Herrera-Francescoli per cercare di riportare il club rossoblù tra le grandi del calcio italiano. Un’impresa raggiunta senza Paulo, ma con Enzo e “Pepe” in campo nella stagione 1992-1993, annata della storica qualificazione in Coppa Uefa degli isolani. Il coronamento di un sogno per il “Principe”, riuscito a far breccia nel cuore dei tifosi sardi che, dagli spalti del Sant’Elia, si stropicciavano gli occhi ogni domenica davanti alle sue incredibili giocate.

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In maglia Toro

Terzo ed ultimo colpo di scena nella mitologico racconto della vita di Francescoli. Perché Enzo, col suo Cagliari, quella Coppa Uefa non la giocherà mai. Troppi infatti i dissidi col neo presidente Cellino per poter proseguire felicemente nel matrimonio rossoblù. E così, 104 presenze, 19 gol e 3 assist dopo, l’uruguaiano lascia una Sardegna che, col tempo, era diventata per lui una sorta di seconda casa. Un’isola che ha avuto probabilmente la fortuna di ammirare “uno dei migliori Francescoli” di sempre.

L’aereo che lascia l’aeroporto di Elmas è quello che lo porta a Torino, città soltanto sfiorata in passato e mai veramente raggiunta. I colori, però, non sono il bianco e nero della Juventus, ma il granata di un Torino che, come il Cagliari, quell’anno prenderà parte alla Coppa Uefa grazie al successo in Coppa Italia.

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Trentaquattro presenze e 5 reti il bottino in maglia Toro per Enzo. L’ultimo suo ballo italiano, prima di fare definitivamente ritorno là dove tutto era cominciato, in un Estadio Monumental che non aspettava altro se non poter tornare a gridare ancora una volta a squarciagola il nome del proprio idolo. Il “Principe” vestirà per la seconda volta in carriera la maglia biancorossa del River Plate, conducendo il club di Buenos Aires alla conquista di quattro titoli argentini e di una Copa Libertadores nelle tre stagioni precedenti all’addio al calcio giocato del terzo miglior marcatore nella storia de los Millionarios Una giornata che passerà alla storia come struggente momento di lutto per tutti gli amanti del futból.

Campione

Una Ligue 1, cinque campionati argentini, una Copa Libertadores, una Supercoppa Sudamericana e tre Coppa America con una nazionale uruguaiana che lo ha visto assoluto protagonista con 73 presenze totali e 17 reti. Basterebbe questo per sintetizzare quello che il talento di Montevideo ha rappresentato per la storia del calcio.

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Il controllo di palla unico ed inimitabile, una tecnica sopraffina ed innata, un calcio fuori dal comune. Enzo Francescoli è stato questo, e molto altro. E allora tanti auguri, Principe.