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Perché la Cina ha smesso di scommettere sul calcio

Fonte: @oscar_emboaba (Instagram)

La Cina sembrava destinata a diventare una delle grandi potenze del calcio mondiale, e invece oggi il progetto pare essere in via di abbandono

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Quando, nel 2017, Oscar lasciava l’Europa a soli 26 anni, rinunciando a un ruolo di primo piano nel Chelsea e nella Seleção per trasferirsi nel campionato cinese, sembrava che gli equilibri del calcio mondiale si fossero appena spostati. La Cina arrivava a investire grandi somme nel football europeo e contemporaneamente arricchiva il proprio campionato con stelle affermate invece che sul viale del tramonto, come avevano fatto fin lì statunitensi e arabi.

Quattro anni dopo, il grande circo della Chinese Super League sta venendo smobilitato. La scomparsa improvvisa dello Jiangsu Suning, fresco vincitore del titolo nazionale, segna l’apice del fallimento del progetto di conquista del calcio da parte del colosso asiatico. Cosa è successo?

La difficile storia della Cina col calcio

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Nel 2002, la Cina prendeva parte per la prima volta ai Mondiali con una squadra affidata al maestro Bora Milutinovic e con alcuni giocatori impegnati in Europa (Fan Zhiyi, Sun Jihai, Yang Chen). Due anni dopo, la promessa Dong Fangzhuo approdava alle giovanili del Manchester United, e veniva salutato come la grande speranza del calcio cinese per mettersi finalmente in pari con i colossi mondiali.

La storia dell’attaccante di Dalian, oggi 36enne, da sola basterebbe a raccontare tutta la parabola del calcio nel paese asiatico: una carriera anonima in Europa e il ritorno in patria, con ritiro prima dei 30 anni. Nel 2016, Dong Fangzhuo ha scelto di sottoporsi a un intervento di ricostruzione facciale, perché era stanco di essere riconosciuto per strada e deriso.

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Proprio in quel periodo, Pechino aveva deciso di avviare un progetto di massiccia crescita nel calcio: il piano di sviluppo graduale che aveva portato al Mondiale del 2002 non aveva dato altri frutti nel tempo, così si decise di calcare la mano. Nel 2012, Marcello Lippi si era seduto sulla panchina del Guangzhou e quattro anni dopo sarebbe approdato su quella della Nazionale, mentre sempre più giocatori noti lasciavano l’Europa per trasferirsi nella nuova Chinese Super League.

Lo sbarco in Europa

Quindi, il governo incoraggiò i colossi economici locali, tutti legati strettamente al Partito Comunista, a investire anche all’estero. Denaro cinese iniziò a riempire le casse di Reading, Southampton, Wolverhampton, Inter, Granada, Sochaux, Atletico Madrid e altri ancora. Nel 2017, nel nostro continente c’erano 20 club con una proprietà cinese; oggi sono appena 10, e presto potrebbero essere anche meno.

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L’apertura al calcio, che voleva trasformare Pechino in una potenza sportiva globale entro il 2050, ha portato con sé anche tanti fallimenti. In Italia abbiamo ben presente il bizzarro Yonghong Li, fugacemente proprietario del Milan e accusato in Cina di truffa e altri reati finanziari. Ma è anche il caso di Ye Jianming, ex-presidente di CEFC China Energy e azionista dello Slavia Praga, accusato di riciclaggio e corruzione un po’ ovunque nel mondo e oggi in carcere in patria.

Oggi, gli occhi di tutti sono puntati sull’Inter, che mentre si trova a un passo dal tornare a vicere lo scudetto, si avvicina sempre più anche alla cessione da parte della famiglia Zhang, che dopo lo scioglimento dello Jiangsu Suning sta cercando di uscire dal calcio. Suning ha grossi problemi economici, che rendono il caso dell’Inter un po’ diverso rispetto agli altri, ma la direttiva da Pechino è comunque quella del disinvestimento.

La crisi della Chinese Super League

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“Il problema – ha spiegato a DW Simon Chadwick, giornalista sportivo britannico specializzato in temi economici – è che il governo si è reso conto che non c’è un ritorno finanziario tale da giustificare investimenti così grossi“. Vale per l’Europa ma anche per il campionato locale: negli ultimi mesi i problemi economici dei club sono divenuti sempre più frequenti, con casi come quelli del Tianjin Jiangmen Tigers e del Chongqing.

Ben 16 squadre, di cui tre della massima serie, sono sparite dall’inizio del 2020 a oggi. La bolla della Chinese Super League, come racconta Nicholas Gineprini su L’Ultimo Uomo, è esplosa dopo che la riforma che ha imposto di rimuovere la denominazione aziendale dai nomi dei club. Quando la crisi si è palesata, il governo ha cercato di arginarla con limitazioni all’operato delle società, obbligandole a diminuire i costi.

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La prima conseguenza, è stato un calciomercato estremamente in sordina, segnato più che dagli acquisti dalle fughe delle stelle. Carrasco, Rondon, El Shaarawy, Pellé, Hamsik hanno lasciato la Cina a scadenza di contratto, e probabilmente altre uscite seguiranno nei prossimi anni. A dicembre, per esempio, scadranno i contratti di Fellaini, Bakambu e Dembelé; a giugno 2022 quelli di Talisca e Paulinho; a dicembre 2022 quello di Arnautovic.

Lo sviluppo del calcio a colpi di milioni di yuan è un piano ormai fallito. Il campionato si sta involvendo e, alle sue spalle, non c’è nulla di concreto: nessun serio progetto giovanile, nessun giocatore di richiamo internazionale (la stella Wu Lei è un comprimario nell’Espanyol, in seconda divisione spagnola). E la Nazionale, in vista della Coppa d’Asia casalinga del 2023, è già praticamente fuori dalla corsa per un posto a Qatar 2022, staccata di 8 punti nel proprio girone AFC dalla modestissima Siria.

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Il calcio in Cina sembra sempre più prossimo a un anno zero, in cui ripartire daccapo con un nuovo piano. Ad oggi, l’orizzonte ideale della decadente Chinese Super League non arriva oltre il novembre 2024, data in cui scadrà il contratto della superstar Oscar con lo Shanghai Port. In quel momento, il brasiliano avrà 33 anni, sette dei quali passati in Asia; la sua ultima presenza con la maglia verdeoro risale al novembre 2015. Una storia nella storia.

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