HomeCalcio EsteroIl calcio di Guardiola funzionerebbe con giocatori di seconda fascia?

Il calcio di Guardiola funzionerebbe con giocatori di seconda fascia?

Guardiola ha sempre allenato ad altissimi livelli. Dal Barcellona al City, il passaggio si è tinto di rosso Bayern Monaco, mantenendo il livello della materia da plasmare sempre altissimo.

Ma il suoi metodi funzionerebbero con squadre e giocatori dove la materia di base non fosse così pregiata? Mikel Arteta, suo erede filosofico della panchina, sta provando a farlo all’Arsenal.  

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La maieutica di Guardiola

Quando si parla di Pep Guardiola l’associazione con l’arte socratica di estrarre dall’allievo il talento – oratorio o calcistico non fa differenza – viene praticamente automatico. Nell’alveo della domanda che ci siamo posti, la materia da cui Guardiola ha estratto il talento immettendo i propri concetti e i propri metodi è sempre stata di altissimo livello, rendendo il compito del tecnico di più agevole realizzazione. 

La domanda, che sorge spontanea e che più volte anche colleghi del catalano hanno avanzato è però questa: gli stessi concetti funzionerebbero così bene anche con giocatori di più infimo livello? 

La risposta, come in ogni situazione di questo tipo, non automatica da trovare e Mikel Arteta può venirci in aiuto. Da un lato abbiamo Pep Guardiola, pluricampione con ogni club che ha allenato e con decine di giocatori resi fuoriclasse del rettangolo di gioco grazie ai suoi insegnamenti. 

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Dall’altro abbiamo Mikel Arteta, ma anche Quique Setien, Giampiero Gasperini,  e il Loco Bielsa che con club e giocatori di livello più basso rispetto a quelli avuti tra le mani da Guardiola, hanno comunque detto la loro imponendo un proprio stile di gioco, che fosse bello, riconoscibile e anche efficace. 

Guardiola ed Arteta: expressing and entertaining

Quindi, in teoria, un gioco che sia “expressing and entertaining” come ripetuto più volte da Arteta, è costruibile anche con materie prime meno pregiate? 

Visti gli esempi, verrebbe da rispondere automaticamente sì. La realtà dei fatti è però poi differente perché ciò che Guardiola chiede e pretende da ognuno dei suoi giocatori è lontano da qualsiasi altro esempio che abbiamo citato, fatto salvo per Arteta. 

Per questo, a poche ore dalla partita che ha certificato il Manchester City vincitore grazie al gol iniziale di Sterling, Arteta diventa l’erede diretto di Guardiola, preso ad esempio non solo su ciò che viene chiesto in campo, ma anche per quello che concerne il vestiario, le conferenze stampa, il modo di approcciarsi al calcio e a tutto quello che lo circonda. 

L’Arsenal fa fatica 

Però, perché c’è sempre un però, l’Arsenal di Arteta fa fatica. Ed ecco che tutto l’impianto teorico composto dalle squadre di Bielsa, di Gasperini e di Setien crolla quando guardiamo la classifica di Premier League. 

Dal 22 dicembre 2019, giorno dell’arrivo di Arteta a Londra, l’Arsenal ha conquistato un ottavo posto dalle ceneri della gestione Emery, una FA Cup vinta nell’estate appena passata e un decimo posto attuale che non può soddisfare le aspettative dei Gunners. 

La materia prima torna ora al centro della nostra ricerca: Arteta ha tra le mani una squadra composta da alcuni talenti fulgidissimi – Sakà, Rowe, Nketiah, Nelson per dirne solo alcuni – ma anche da giocatori di livello non così eccelso come i difensori (escluso il nuovo arrivato Gabriel) o i mediani. 

Questo, aggiunto alle fatiche patite da Aubameyang e Lacazette e agli infortuni costanti di Martinelli, ha penalizzato l’inseminazione del pensiero Artetiano nella rosa dell’Arsenal, riducendo le possibilità di creare un’oasi dei concetti di Guardiola all’Emirates Stadium. 

Ora, l’Arsenal non ha del tutto rigettato i concetti del suo allenatore, tant’è che lo scorso luglio i Gunners hanno vinto sul City di Guardiola grazie a due gol di Aubameyang, ma evidentemente non è abbastanza. 

I cambi di Guardiola

Pochi giorni fa scrivevamo dell’importanza del tempo offerto ad allenatori che lavorano con i concetti. Il Tottenham non ha avuto la pazienza necessaria con Pochettino, facendo finire il ciclo forse prima di quanto fosse giusto farlo, il City invece ha scelto Guardiola per una seconda volta in questo autunno. 

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Dopo un anno e mezzo di difficoltà in cui la squadra sembrava non andare alla velocità richiesta dal suo allenatore, Pep è riuscito a stravolgere nuovamente il tutto puntando ancora una volta sull’applicazione scientifica dei propri concetti all’evoluzione della rosa a sua disposizione. 

Una sorta di Guardiola 2.0 che, con giocatori se possibile ancora più forti di prima, ha avuto la forza di imporsi nuovamente in un campionato che sembrava più combattuto che mai. 

L’Arsenal, con Arteta in carica da poco meno di quindici mesi, ha davanti a sé una strada impervia, composta da scivoloni e fatiche, dovute anche alla impossibilità di portare a Londra solo campioni assoluti. 

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Ciò che però non può essere taciuto è che il nativo di San Sebastian, proprio come ha fatto Guardiola con giocatori oggi campioni come De Bruyne, Gabriel Jesus e Bernardo Silva, può puntare sulla maieutica per estrarre i risultati da quei pozzi di talento messi a disposizione dalla società. 

Per questo l’arrivo di Odegaard, se sarà confermato il prossimo anno, è fondamentale: Arteta non avrà solo campioni, ma nemmeno il tecnico catalano li aveva se analizziamo tutte le rose a sua disposizione. Guardiola ha creato dei campioni, che di certo avevano ottime qualità da cui partire. Arteta dovrà fare la stessa cosa, scegliendo accuratamente la materia prima su cui lavorare. 

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Simone Mannarino
Simone Mannarino
Classe '94 e laureato in Storia all'Università Statale di Milano, ama il calcio in ogni sua forma ed espressione. Alla costante ricerca di storie da raccontare che permettano di andare oltre ciò che vediamo tutte le domeniche.

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