HomeCalcio EsteroDal razzismo al proprietario arabo: rivoluzione al Beitar Jerusalem

Dal razzismo al proprietario arabo: rivoluzione al Beitar Jerusalem

Il Beitar Jerusalem è la squadra più a destra d’Israele, nota per la forte vocazione nazionalista dei suoi tifosi, i cori xenofobi e gli episodi di violenza. Eppure, da qualche anno la società sta provando a combattere questa nomea, e adesso il club sta per passare nelle mani di un proprietario arabo.

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Una storia che travalica il calcio e dimostra come lo sport possa parlare anche del mondo che lo circonda: uno sceicco degli Emirati Arabi ha acquistato una squadra di calcio israeliana. La notizia, che già così ha del sensazionale per i difficili rapporti tra Israele e il mondo arabo, è ancora più incredibile se si pensa che il club in questione è il Beitar Jerusalem, la squadra simbolo della destra nazionalista israeliana.

Di questa acquisizione si parlava da un po’ di mesi, e i tifosi avevano ovviamente protestato contro la cessione a un emiratino, considerando che il Beitar Jerusalem non ha mai avuto, proprio a causa dell’insistenza dei suoi fan, nemmeno giocatori di origine araba nella rosa.

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Beitar e Familia, una storia di violenza e razzismo

La storia del Beitar Jerusalem è fatta di stretti legami col potere politico più tradizionalista in Israele, e la nascita del club precorre addirittura quella dello Stato israeliano, essendo datata al 1936. L’ambiente in cui nacque il Beitar era quello dei gruppi paramilitari ebraici in Palestina e del Partito Revisionista Sionista, un movimento di destra che si poneva come obiettivo la costruzione dello Stato d’Israele secondo i confini previsti nei testi sacri della religione ebraica.

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Il partito oggi non esiste più, ma ha degli eredi importanti come Israel Beitenu, guidato dall’ex-vicepresidente Avigdor Lieberman, e Likud, il partito di governo di Benjamin Netanyahu, al potere dal 2009. In questi anni, diversi membri del Likud si sono fatti vedere sugli spalti, accanto agli ultras dei Beitar, nonostante la pessima fama della tifoseria, e lo stesso Netanyahu è un noto tifoso della squadra.

Già all’alba dello Stato d’Israele, il Beitar subì una squalifica di cinque anni dal campionato per l’atteggiamento aggressivo di fan e dirigenza, ma il ban finì per diventare un motivo d’orgoglio. Fin dagli anni Settanta si verificarono episodi di violenza contro le tifoserie dei club arabo-israeliani o anche contro quella dell’Hapoel Tel-Aviv, tradizionalmente schierata a sinistra.

Poi, dal 2005, la nascita del gruppo ultras La Familia ha portato a una maggiore organizzazione dei tifosi e, quindi, a un aumento di gravità delle loro azioni. I cori xenofobi sono divenuti all’ordine del giorno, e hanno colpito anche giocatori dello stesso Beitar Jerusalem: quando, nel 2005, in squadra arrivò il nigeriano Ndala Ibrahim, di religione musulmana, lo costrinsero a rescindere il contratto dopo appena quattro partite. La stessa cosa si ripeté nel febbraio 2013, quando a causa dell’acquisto di due musulmani russi, Dzhabrail Kadiyev e Zaur Sadaev, i fan cercarono di dare fuoco agli uffici della società.

Il cambiamento del Beitar Jerusalem

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Negli ultimi anni, la società ha provato a prendere le distanze dalla tifoseria, a lungo coccolata e favorita. Nell’agosto del 2018, il Beitar Jerusalem è stato ceduto a Moshe Hogeg, un giovane imprenditore nel settore delle criptovalute, che ha subito deciso che le cose dovevano cambiare. Quando il club acquistò il nigerino Ali Mohamed, cattolico ma con un nome musulmano che La Familia gli impose di cambiare, Hogeg rispose che “la religione non è più un criterio per gli acquisti dei calciatori, com’era in passato; non lasceremo che una minoranza possa offuscare la reputazione del club”.

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Fonte Immagine: @fcbeitar (Instagram)

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Hogeg ha promesso di fare causa agli ultras al primo coro razzista, e la polemica ha fatto molto discutere in Israele, portando diversi tifosi ad allontanarsi dalla Familia, che certo non ha vissuto bene la nuova gestione. Lo scorso agosto, dopo l’eliminazione del Beitar dall’Europa League in Albania, i fan più radicali hanno pubblicato sui social dure critiche e anche minacce di morte contro Hogeg, l’allenatore Ronny Levy e il direttore sportivo Yossi Benayoun.

L’ingresso di fondi arabi nella società è quindi in linea con il nuovo corso del Beitar Jerusalem, che prima dell’arrivo di Hogeg ha attraversato una forte crisi economica e tecnica, e non vince il campionato dal 2008. Non va però sottovalutato che Hogeg è un proprietario molto criticato anche fuori dalla Familia, e le notizie dei suoi guai hanno spesso generato perplessità sulle sue abilità manageriali: dietro alla lotta al razzismo ci potrebbe essere stato, quindi, un piano per ripulire l’immagine del club e renderlo appetibile ai ricchi investitori arabi.

La distensione tra Emirati e Israele

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Tutto è partito dagli accordi firmati ad agosto a Washington tra Israele ed Emirati Arabi, che sono così diventati il terzo paese mediorientale a riconoscere lo stato ebraico. La distensione politica tra i due paesi ha subito avuto importanti ripercussioni nel calcio: a settembre, Hogeg è volato ad Abu Dhabi per trattare l’ingresso in società di Sulaiman al-Fahim, già portavoce del proprietario del Manchester City Mansour bin Zayd Al Nahyan. Nel mese successivo, il trequartista israeliano Dia Saba ha firmato con gli emiratini dell’Al-Nasr, divenendo il primo calciatore israeliano a giocatore in un campionato arabo.

Infine, ieri è stato annunciato che un imprenditore degli Emirati Arabi, Hamad bin Khalifa al-Nahyan – non quindi al-Fahim, come inizialmente si pensava, ma uno comunque sempre legato alla famiglia al-Nahyan, in questo caso da rapporti di parentela – ha rilevato il 50% delle quote del Beitar Jerusalem, promettendo di investire 75 milioni di euro nello sviluppo della società. Un atto concreto, ma anche con una forte valenza simbolica: la parità di quote tra al-Nahyan e Hogeg sottintende il desiderio di una convivenza alla pari di arabi ed ebrei in Israele.

Il primo banco di prova del nuovo Beitar sarà già questo sabato, quando il club di Gerusalemme – attualmente undicesimo in campionato – giocherà in trasferta in casa della decima in classifica, il Beni Sakhnin, la principale squadra araba d’Israele.

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Valerio Moggia
Nato a Novara nel 1989, è il curatore del blog Pallonate in Faccia, ha scritto per Vice Italia e Rivista Undici, e collabora con la rivista digitale Linea Mediana.

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