HomeSerie APerché in Italia lavorano sempre gli stessi allenatori?

Perché in Italia lavorano sempre gli stessi allenatori?

Tra gli allenatori Serie A c’è un grosso problema legato alle novità: mentre all’estero si osa, in Italia si punta troppo spesso sull’usato sicuro

Il terzo turno di Serie A ha portato in dote i primi due esoneri della stagione: Eusebio Di Francesco e Leonardo Semplici non sono più gli allenatori di Verona e Cagliari. Entrambi pagano gli scarsi risultati dell’avvio e, parallelamente, anche le idee poco chiare di chi ha affidato loro il compito di dirigere le rispettive squadre.

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Le due società hanno già trovato i sostituti: se il Cagliari si è cautelato riportando in pista Walter Mazzarri, fermo da un anno e mezzo ma pur sempre un top per la medio-bassa classifica, l’Hellas ha deciso di affidare la panchina a Igor Tudor. Un rischio, soprattutto per i pregressi del croato.

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Walter Mazzarri coach of Torino FC
Torino 21-12-2019 Stadio Olimpico
Football Serie A 2019/2020
FC Torino – Spal
Photo Giuliano Marchisciano / Insidefoto

Scelte frettolose

Molto spesso i club si mettono nelle condizioni di dover apporre pezze per errori fatti a monte. Se è vero, da una parte, che certi allenatori dovrebbero fare più attenzione alle sfide che accettano, dall’altra è palese come molto, troppo spesso i club si affidino ai nomi più che a professionisti funzionali per quello che dovrebbe essere un determinato percorso.

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Gli esempi di Verona e Cagliari, in tal senso, sono esplicativi: da una parte Di Francesco viene preso per sostituire Ivan Juric, un collega agli antipodi per quanto riguarda la filosofia di gioco, il che ci può stare se però rivoluzioni la rosa consegnandogliene una funzionale alle sue idee.

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Cosa non avvenuta, a tal punto che l’abruzzese non ha nemmeno abbozzato i suoi storici moduli, 4-2-3-1 e 4-3-3, confermando sostanzialmente il 3-4-2-1 del predecessore. Il Cagliari, dopo che Semplici ha guidato la squadra alla salvezza, ha deciso dopo sole tre partite che l’ex Spal non andava più bene. Davvero la situazione è precipitata improvvisamente? Non c’erano state avvisaglie? Questo, ovviamente, non lo sapremo mai con certezza.

Cagliari
Fonte: IG (@leonardo.semplici)

Serie A, un torneo dall’esonero facile

La Serie A è un campionato dall’esonero molto facile: prendendo come campione gli ultimi cinque anni, si nota come quello italiano sia il torneo con più esoneri se rapportato agli altri quattro movimenti considerati top.

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Inghilterra, Spagna, Francia e Germania – soprattutto quest’ultima – sono realtà che hanno molta più pazienza o, semplicemente, attribuiscono alla parola ‘progetto’ un significato sbagliato. O meglio, il vero significato, perché molto spesso i club italiani fanno firmare contratti pluriennali in maniera poco convinta, solo per attrarre il ‘grande’ nome e convincerlo così ad accettare la panchina.

Capita così che ci si ritrovi schiavi di vincoli onerosi, che magari poi raddoppiano perché, una volta esonerato un allenatore, ne devi mettere sotto contratto un altro. Dopo l’esonero di Mazzarri avvenuto nel gennaio del 2020, il Torino fece un’operazione low cost affidandosi a Moreno Longo, firmandolo solo fino alla fine della stagione.

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Una volta andato via Longo, Cairo fece firmare un biennale a Marco Giampaolo, tecnico che ancora oggi sta pagando. In mezzo ci è passato Davide Nicola, a scadenza lo scorso giugno, più Ivan Juric che ha firmato un triennale a 2 milioni di euro netti a stagione. E questo è solo un esempio di come, a volte, nel calcio si sprechino soldi ingenuamente.

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Massimiliano Allegri of Juventus
Torino 6-05-2018 Allianz Stadium Football Serie A 2018/2019 Juventus – Milan
photo Daniele Buffa / Image Sport / Insidefoto

Allenatori Serie A: solo nomi riciclati

Parallelamente, andrebbe poi affrontato un discorso abbastanza complesso che riguarda gli stessi allenatori che, a fasi alternate, cominciano o subentrano all’interno della stessa stagione. Da anni l’Italia è un riciclo di nomi continuo: sempre le stesse facce, mai un’innovazione a parte eccezioni coraggiose come quella del Sassuolo, che ha dato fiducia e carta bianca ad Alessio Dionisi.

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Una situazione davvero particolare e senza similitudini in Europa, a tal punto che il calcio italiano è pieno di allenatori considerati ‘specialisti’ del subentro. In pratica, si sta ammettendo implicitamente che Coverciano diploma gente non in grado di prendere in mano una squadra fin dalla preparazione, ma che semmai è dotata di un carattere incline a cementificare il gruppo per salvarlo dalle situazioni complicate.

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Zero innovazione, nessuna idea nuova, un piattume a livello di evoluzione calcistica parzialmente offuscato dall’arrivo in Italia di alcuni allenatori stranieri, molto spesso bistrattati non perché non bravi, ma semplicemente perché arrivano da scuole di formazione differenti. Realtà che non vengono capite e, di conseguenza, cassate come ‘inferiori’ di default.

Sacchi
Fonte: profilo Twitter @MilanActu

Coverciano non aiuta

Infine, c’è da dire che accedere ai corsi di Coverciano è molto complicato e dispendioso. Complicato perché gli ex calciatori hanno la precedenza su tutti, e quindi il risultato è quello che si può facilmente immaginare, ovvero un abbassamento del livello tendente alla mediocrità.

Dispendioso perché, come ben si può immaginare, completare gli studi a Coverciano implica un investimento in termini di tempo, energie e soprattutto soldi, sui quali non tutti possono contare. Così l’Italia non ha il suo Julian Nagelsmann, ma nemmeno un Diego Martinez, un Pepe Bordalas o un Domenico Tedesco.

Quando si ha bisogno, quindi, si pesca nel mazzo di chi in quel momento è disoccupato. Come ha fatto il Verona con Tudor e come, molto presto, faranno magari anche Salernitana e Spezia.

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Andrea Bracco
Cuneese, ha fondato il primo sito di calcio sudamericano in Italia e collaborato con diverse realtà editoriali di importanza nazionale, come Ultimo Uomo e Rivista Undici. Liga e Sudamerica le sue stelle polari, il calcio minore la sua debolezza.

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