Ruben Sosa a MDR: “Il mio segreto sulle punizioni. Recoba voleva divertirsi, con Bergkamp rapporto difficile”

Sette anni in Italia lasciano il segno, anche se la distanza è enorme. Ruben Sosa, ex attaccante di Lazio e Inter e oggi collaboratore tecnico del Nacional de Montevideo, lo dimostra sfoderando un buon italiano, nonostante siano passati 26 anni dal suo addio alla Serie A. Ancora legatissimo all’Inter, come dimostra la sua grande e costante amicizia con gente come Zenga, Ferri e Berti, l’uruguaiano ritorna sulla sua esperienza italiana e parla dei nerazzurri di oggi a www.minutidirecupero.it.

La prima domanda è una curiosità. Come faceva a tirare così forte?

(Ride). Mi allenavo tanto, tantissimo. Vedi, il talento è qualcosa di naturale e noi mancini spesso siamo avvantaggiati nel calcio perché abbiamo un tocco diverso. Ma oltre al talento va sviluppato il lavoro ed è per questo che sia alla Lazio sia all’Inter ero io a tirare le punizioni…

Dopo di lei in nerazzurro arrivò un altro mancino uruguaiano, un certo Alvaro Recoba…

Ora lavoriamo insieme al Nacional, ma già quando arrivò all’Inter sapevo della sua bravura. Alvaro era un ragazzo che giocava a calcio per divertirsi, non per guadagnare. A lui non importava lo stipendio ma solo scendere in campo.

Chi avrebbe tirato le punizioni tra voi due se aveste giocato nella stessa squadra?

Ah, sicuramente io (ride). Vedi, il suo tiro era più un tiro a giro, in Uruguay diciamo ‘a banana’, mentre io calciavo con le tre dita, come Roberto Carlos. Gli ho sempre detto che tra noi due avevo io il tiro più forte!

Lei ha avuto il record di gol per un uruguaiano in Italia, fino all’esplosione di Edinson Cavani, che gliel’ha tolto nel 2012…

Sono stato contento per lui, anche perché erano passati quasi vent’anni dal mio ultimo gol in Italia. Ma di una cosa sono contento, di essere stato l’ambasciatore del calcio uruguaiano in Serie A, perché dopo di me sono arrivati Francescoli, Fonseca e tutti gli altri. Riguardo a Cavani, quando me lo ritroverò di fronte glie ne dirò quattro per aver battuto il mio record (ride).

Oggi lui e Suarez sono ancora al top mondiale e trascinano la nazionale uruguaiana.

Sono due fenomeni, che però sono diversi. Se Cavani è un atleta che gioca a tutto campo Suarez è un rapace d’area di rigore. E sono lì a primeggiare da oltre dieci anni.

Il caso dell’Uruguay è da studio antropologico. 3 milioni di abitanti e un palmarés calcistico pari a quello dell’Argentina, che ha 42 milioni di persone.

Vedi, in Uruguay esiste ancora la tradizione del potrero, il campetto sterrato nel quale tutti abbiamo imparato a giocare. Io da piccolo non aspettavo altro che poter andare lì col pallone sotto il braccio. E otto bambini su 10 in Uruguay giocano a calcio. Abbiamo il calcio nel DNA. Nel mio quartiere di Montevideo ci sono tre stadi in 200 metri. Nasciamo e cresciamo con uno spirito competitivo unico, e se arriviamo in nazionale l’obiettivo è solo quello di vincere. È questo il nostro segreto.

Lei arrivò in Italia nel 1988 dal Real Saragozza, ma non risentì troppo delle dure marcature della Serie A.

Ero arrivato a una Lazio che veniva dalla Serie B, e anche se non segnai tantissimo fu grazie ai miei gol che evitammo la retrocessione (Sosa fu il miglior cannoniere dei bianco celesti nelle quattro stagioni in cui giocò per la Lazio ndr).

Poi ci fu il trasferimento all’Inter, dove gli inizi furono difficili.

All’inizio mister Bagnoli non mi faceva giocare perché potevano scendere in campo solo tre stranieri, ed ero l’ultimo arrivato. Ma io ero sereno e mi allenavo tanto. Ti direi che mi allenavo il doppio perché sapevo che avrei dimostrato il mio valore.

In attacco c’erano Bergkamp, Schillaci e Pancev, ma alla fine a segnare era sempre Sosa…

(Ride). È vero. Dopo aver fatto vedere di cosa fossi capace in allenamento mi guadagnai la fiducia del mister e una volta entrato in campo non ne sono uscito più. Facevo gol ogni domenica. (Sosa avrebbe segnato 20 gol in 28 partite nella sua prima stagione in nerazzurro ndr).

Era un’Inter forte ma che vinse poco la sua.

Avevo un bellissimo rapporto con molti compagni come Zenga, Berti, Ferri e Bergomi. Con alcuni di loro andavamo anche a cena con le nostre famiglie e poi a giocare a biliardo. E con Zenga facevamo tante sfide sui calci piazzati in allenamento (ride). Quell’Inter è stata la squadra più forte nella quale ho giocato, i tifosi mi volevano bene e i loro cori verso di me mi facevano venire i brividi.

Nella stagione 1993-94 l’Inter sfiorò la retrocessione, ma vinse la Coppa UEFA…

È stata una stagione veramente strana. Io l’ho detto sempre, per me pensavamo troppo alla Coppa UEFA e poco al campionato.

In quell’anno il suo caso fu diverso. 16 gol in campionato contro uno solo in coppa, dove però realizzò i due assist nelle due finali contro l’Austria Salisburgo…

È vero, ma anche perché i difensori in Europa mi marcavano sempre in due. Per questo mi dedicai a fare tanti assist. Quello nella finale d’andata, poi, lo feci col destro, il mio piede debole.

Cosa c’è di vero sulle incomprensioni tra lei e Bergkamp?

Lui era ancora un ragazzino. Avevo visto subito le sue doti tecniche e per me è sempre stato un grandissimo calciatore. Ma quando era arrivato non era felice. Non si divertiva, non festeggiava, forse era un problema di carattere. Ricordo che quando arrivò ci furono delle discrepanze su chi dovesse tirare i calci di rigore. E io in allenamento gli dicevo ‘ridi, fai qualcosa’. Ma era molto diverso da noi sudamericani e iniziò a parlare italiano solo sei mesi dopo il suo arrivo, e neanche tanto bene. Diciamo che non era certo qualcuno con il quale sarei andato a bere una birra!

Come vede l’Inter di adesso?

L’ultima partita l’ho vista  bene. Simone Inzaghi è un allenatore molto intelligente, che ha fatto bene anche alla Lazio. Bisogna dargli tempo, anche se magari può anche vincere quest’anno. Per riuscire a gestire una squadra come l’Inter devi essere capace e lui lo è. E l’Inter non può che competere per vincere.

La lotta in cima alla classifica è serrata quest’anno.

È sempre difficile vincere, ma non vai all’Inter per essere secondo, non vai per guadagnare soldi. L’inter deve vincere. Ci sono stati dieci anni di buio, ma i tifosi meritano una squadra che possa competere ad alti livelli. È vero che hanno perso Lukaku, importantissimo, ma quando uno vuole andar via deve essere lasciato partire. 

Cosa manca a questa Inter?

Senza dubbio uno che tiri le punizioni come me. Con le tre dita, da lontano. (Ride).