Gündogan come Guardiola: “La nuova Champions è solo il male minore”

La nuova Champions League mette in risalto un problema, denunciato anche da Gündogan tramite il proprio profilo Twitter: si giocano troppe partite.

Il mondo del calcio è stato scosso in questi giorni dalla Superlega, creata e abbandonata nel giro di appena due giorni, ma presente ormai come un’ombra fissa sul futuro. Il dibattito sulla nuova competizione ha oscurato quello su un’altra grandissima novità di questi giorni: la nascita della nuova Champions League.

Nella giornata di lunedì infatti, la prima dalla secessione dei grandi club europei, la Uefa ha presentato il nuovo format della Champions League. Un’innovazione decisa, che stravolgerà il calcio europeo, introducendo nuovi punti dolenti e facendo scattare ulteriori campanelli d’allarme.

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La nuova Champions League

Si passa da 32 a 36 squadre, con un girone unico che prevede 10 partite ( 5 in casa e 5 in trasferta). Le prime 8 della classifica generale si qualificano per gli ottavi di finale, a queste si aggiungono altre 8 squadre che si qualificheranno con dei play-off ad andata e ritorno. A questi play-off parteciperanno i club compresi dal nono al ventiquattresimo posto.

L’accesso dipenderà sempre dal piazzamento nel campionato nazionale e sarà come ora. I 4 nuovi posti saranno destinati a:

  • La terza classificata del quinto campionato nel ranking Uefa
  • Un ulteriore club dal “Champions Path”, il percorso di qualificazione dedicato ai campioni nazionali
  • Due club con più alto coefficiente Uefa degli ultimi 5 anni che non hanno avuto accesso alla fase a gironi della Champions ma che hanno giocato i preliminari, l’Europa League o la Conference League

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La grande novità sostanzialmente è che ogni squadra giocherà almeno 10 partite di Champions, invece delle 6 di ore, avendo accesso dunque a un maggiore numero di introiti.

La denuncia di Gündogan

Come sottolineato, si è parlato poco della nuova Champions League, con l’attenzione catalizzata dalla Superlega. A riportare il focus però sulla nuova competizione Uefa ci ha pensato il centrocampista del Manchester City, Ilkay Gündogan, con alcuni tweet.

“Con tutto il caos della Superlega, possiamo parlare anche nel nuovo format della Champions per favore? Sempre più partite, nessuno pensa ai giocatori? La nuova Champions è solo il minore dei due mali rispetto alla Superlega”: queste le parole del tedesco, molto esplicite e decise.

Nuova Champions: troppe partite?

La denuncia di Gündogan fa eco a molte altre arrivate negli ultimi tempi. Alla vigilia del quarto di finale contro il Borussia Dortmund, lo scorso 5 aprile, il tecnico del City Pep Guardiola aveva parlato così della situazione della sua squadra e delle altre impegnate in Europa: “Sono essere umani, non macchine. So che alcuni di loro sono tristi perché vorrebbero giocarle tutte, ma non è possibile. Se vuoi lottare su tutti i fronti, in quella che è la stagione più breve della storia, devi fare delle rotazioni. I calciatori hanno bisogno di riposo, Uefa e Fifa li stanno uccidendo, da quando abbiamo iniziato la stagione non c’è mai stata una settimana di stop”.

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Parole che hanno sottolineato un problema evidente: si gioca troppo e a farne le spese sono i calciatori. Troppe partite, senza un attimo di pausa, e nessuna istituzione calcistica sembra voler affrontare questa tematica. Le parole del tecnico spagnolo hanno trovato una risonanza comune nel mondo del calcio, solo in Italia ad esempio il tecnico della Roma Paulo Fonseca e il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis hanno concordato con l’allenatore spagnolo, denunciando i troppi impegni delle loro squadre.

Il disagio è condiviso e diffuso, ma la Uefa e la Fifa non sembrano voler intervenire, anzi non fanno che intensificare un calendario già fin troppo congestionato. La nuova Champions League è il chiaro segnale di come la Uefa e le società siano disposte a ignorare la voce di giocatori e allenatori, pur di perseguire il proprio obiettivo: generare più introiti per mandare avanti un’industria sull’orlo di un crollo economico.

guardiola Champions League
Fonte immagine: InsideFoto

Il calcio uccide il calcio

“Ci stanno uccidendo”: questa la denuncia di Guardiola, ribadita su Twitter anche da Gündogan. Mai come in questi giorni si è parlato di “morte del calcio”, con la Superlega descritta come il triste mietitore e la Uefa innalzata a panacea di ogni male. La realtà è ben diversa e ora che, almeno per il momento, il capitolo Superlega è alle spalle, bisogna affrontarla.

Il calcio ha bisogno di fermarsi, di ritrovarsi. Spese folli e gestioni pessime degli ultimi decenni sono ora a un punto di non ritorno, messe in ginocchio dalla crisi causata dal Covid-19. Ma il virus non ha creato una situazione di disagio, l’ha solo smascherata. Ha messo in risalto dei difetti strutturali che da tempo affliggono questo sistema. Allo stesso modo a Superlega non era “la morte del calcio”, ma solo la sua dimostrazione.

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Il calcio negli ultimi anni ha ucciso se stesso. La spettacolarizzazione forzata, la vendita estremizzata del prodotto ha finito per danneggiarlo. Giocare più partite non significa aumentare lo spettacolo, ma paradossalmente diminuirlo. Florentino Perez ha parlato di “perdita d’interesse” e di “partite mediocri”, ma la realtà è che giocando ogni tre giorni per un anno intero è impossibile mantenere un livello alto e costante. Tra infortuni, cali di rendimento, stress mentale: il calcio ha perso la sua bellezza perché ha cercato di spremersi ogni goccia di intrattenimento.

Più partite uccidono i giocatori e uccidono il calcio. La situazione è chiara e allarmante e dal mondo del pallone stanno arrivando dei gridi disperati. Vanno ascoltati, perché il calcio, come ha ripetuto la Uefa in questi giorni, lo fanno “i tifosi e i calciatori”. Se questo discorso vale per la Superlega, deve farlo anche per la Champions League. Scegliere il minore dei due mali, come ha sottolineato Gündogan, è una mossa che non fa altro che peggiorare una situazione che negli ultimi giorni si è mostrata per tutta la sua gravità.

 

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Danilo Budite
Danilo Budite
Romano, classe '95. Amo il calcio, soprattutto raccontarlo. Scrivo di tutto ciò che mi circonda.

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