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Mamma, (non) ho visto Maradona

Diego Armando Maradona è stato l’idolo di milioni di tifosi. Anche di quelli che non lo hanno mai visto giocare

“Un giorno ci ritroveremo a giocare insieme lassù in cielo”. Con questo messaggio, Edson Arantes do Nascimiento in arte Pelé ha salutato Diego Armando Maradona, scomparso nella mattina argentina del 25 novembre di un funesto 2020 che, a quanto pare, ha deciso di privare lo sport delle sue più grandi stelle di sempre.

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Non bastava Kobe Bryant. No, ci voleva anche Maradona. Diego se ne va a 60 anni, nello stesso giorno di Fidel Castro e George Best, a causa di una complicazione cardiovascolare, dovuta a una ricaduta dopo l’ennesima operazione. Un intervento alla testa, l’ennesimo di una vita vissuta al limite e passata a difendersi, ripararsi, giustificarsi e talvolta nascondersi dalle dita inquisitorie dell’umanità. Che quando vuole sa portarti lassù, ma se decide che tu non vali più nulla fa tutto per affossarti.

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Maradona lascia una famiglia, un lavoro – attualmente allenava il Gimnasia La Plata, ereditato in corsa in una situazione disperata e riportato in acque tranquille di classifica – ma soprattutto dice addio ai milioni di appassionati che, pur da tifosi avversari, gli hanno sempre riconosciuto di essere ‘il calcio’. Non ‘uno dei’ migliori giocatori di sempre: il calcio in persona.

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Tu lo hai visto Maradona?

Parlare di Diego Maradona calciatore sarebbe troppo facile, probabilmente anche banale visto quante produzioni cinematografiche gli sono state dedicate. Molto più interessante, invece, è provare a comprendere cosa rappresentasse a livello umano e sociale una personalità come quella del Diez. Per una volta, da oggi in poi le generazioni di tifosi nate dagli anni Ottanta in poi avranno almeno un motivo per invidiare quelle precedenti.

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Infatti, il massimo splendore del Maradona atleta si è riflesso sull’intera Europa proprio a quell’epoca. Dopo aver fatto inchinare l’intera Argentina ai suoi piedi, Diego decise di provare la traversata intercontinentale sbarcando prima a Barcellona e poi a Napoli. Con la piazza partenopea fu amore a prima vista: d’altronde, erano davvero troppe le analogie con Buenos Aires: “Napoli è Sudamerica” disse in una vecchia intervista. E aveva ragione.

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Chi non lo ha vissuto in prima persona non può quindi che mangiarsi le mani. Certo, non è una colpa, ma chissà come ci si sente a essere un tifoso del Napoli quando, dalle tribune dello stadio San Paolo, si alza il celebre coro nato ai tempi in cui Diego e i suoi scudieri portarono la squadra, allora allenata da Ottavio Bianchi, allo Scudetto. “Ho visto Maradona”, anche se poi in realtà non lo hai visto. Perché Maradona è, e sempre sarà, di tutti.

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I social raccontano Maradona

Scorrendo i milioni di messaggi di cordoglio inviati nelle ore successive al tragico evento, in molti si sono domandati: come ci si approccia a un evento del genere? Quando muore una persona così famosa e importante, ti sembra di conoscerla anche se ovviamente non è così. I sentimenti quindi sono contrastanti: da una parte l’emozione, dall’altra la razionalità.

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Ed è in questo momento che arrivano in soccorso i social network. Leggere di quante leggende del calcio abbiano reso il (giusto) tributo all’atleta Maradona non può non far commuovere. Da lì si capisce che il Diez non è stato solo il più grande calciatore di sempre, ma anche un uomo gentile, disponibile, sempre in prima linea per fare del bene. Un uomo che ha dato voce a una città zittita da sempre.

“Sono una persona che vuole solo giocare a calcio e vincere” dichiarò il giorno della sua presentazione. Mica sapeva che, ai tempi, Milan, Inter e Juventus avevano cominciato a fare le cose sul serio. E il fatto che, durante la sua prima stagione in Italia, lo Scudetto lo vinse la matricola Verona sembra abbastanza ironico. Indirettamente, Maradona aveva già cambiato il calcio italiano non appena messo piede nel paese.

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Vivere Maradona

Vivere Maradona attraverso i ricordi tramandati da chi c’era è quindi l’unica possibilità per comprendere in pieno la grandezza di un evento di questo tipo. Che certo, poteva anche essere razionalmente pronosticabile in virtù della vita sregolata di cui sopra ma, come spesso accade, quando si fanno davvero i conti con la realtà ecco che la musica inevitabilmente cambia.

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Francesco Romano, uno dei suoi più grandi tra gli ‘scudettati’ di quel Napoli, è intervenuto in radio ma non ha trattenuto l’emozione: “Non trovo le parole per dirvi come mi sento: non avrei voluto parlare ma non avendo alcun social non sapevo come esprimere la mia vicinanza alla famiglia di Diego”. “Sarai per sempre nel mio cuore” ha invece postato su Instagram Antonio Careca, altro suo ex compagno nonché componente di uno dei trii d’Italia più forti di sempre.

Testimonianze come quella di Alessandro Del Piero e Peter Shilton, colui il quale nel 1986 fu punito dalla cosiddetta ‘mano de Dios’ e dalla cavalcata del celebre ‘barrillete cosmico’, ma anche tanti giornalisti che Maradona lo hanno vissuto ci raccontano la percezione che si aveva i tempi di quest’uomo.

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Gianni Minà, su Facebook, racconta di quando l’Argentina perse la finale di Italia ’90: “Eravamo amici ma pensavo non sarebbe mai venuto a farsi intervistare. Quando stavo per andarmene lo vedo arrivare, ancora sporco di terra ed erba: ‘te lo avevo promesso’ mi disse”.

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Vittima inconsapevole, idolo per sempre

Semplicemente, anche da chi non lo ha vissuto in prima persona, sentirete sempre dire che Diego Armando Maradona è stato il calciatore più forte di sempre. Non solo per ciò che sapeva fare in campo, ma anche per come ha vissuto. Gentile, umano, sempre disponibile con i compagni che infatti, soprattutto ai tempi di Napoli, ne prendevano le difese anche quando forse non era il caso.

Amico fraterno di Fidel Castro ed Evo Morales, Diego sapeva conquistarti: se ti chiedeva di andare in battaglia con lui, ti mettevi l’elmetto e partivi. Ha compiuto tanti errori, spesso non per colpa sua, ma che hanno danneggiato solo ed esclusivamente lui. Ha sofferto, pagato, probabilmente pianto anche se questo non lo sapremo mai, visto il suo incrollabile orgoglio.

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È stato il primo eroe dei due mondi dopo Giuseppe Garibaldi, perché ha unito due tonalità di azzurro – il colore del Napoli e quello della nazionale argentina – anche a migliaia di chilometri. I napoletani erano diventati un po’ argentini, e viceversa. Si narra che durante la semifinale di Italia ’90 contro l’Italia giocata al San Paolo, mezzo stadio tifava per Diego. Lui voleva solo far del bene: quando la società, ai tempi presieduta da Ferlaino, gli vietò di organizzare un’amichevole benefica, Maradona non si fermò.

Mise insieme un manipolo di compagni di squadra e andò a giocare ad Acerra, in mezzo al fango, per raccogliere fondi da destinare al figlio di Pietro Puzone, affetto da una malattia rara. Il Napoli lottava per la salvezza, ma a Maradona non importava: “Non devo essere il modello di nessuno, faccio solo ciò che è giusto fare”. E invece lo è stato, un modello. Forse suo malgrado, visti i problemi che in seguito ha dovuto affrontare. Ma lo è stato. E per questo, non si può che rigraziarlo.

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Andrea Bracco
Cuneese, ha fondato il primo sito di calcio sudamericano in Italia e collaborato con diverse realtà editoriali di importanza nazionale, come Ultimo Uomo e Rivista Undici. Liga e Sudamerica le sue stelle polari, il calcio minore la sua debolezza.

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