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Qual è la storia di Lukaku e il voodoo

Lukaku e Ibrahimovic hanno avuto un acceso litigio durante Inter-Milan di Coppa Italia, con lo svedese che ha accusato il belga di “fare riti voodoo” con la madre. Non è un insulto casuale, ma si riferisce a una voce circolata qualche anno fa.

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Rissa sfiorata tra i due giganti delle milanesi, Zlatan Ibrahimovic e Romelu Lukaku, durante il derby di Coppa Italia. Sono volate parole pesanti e insulti, in particolare da parte dello svedese, come si legge nella ricostruzione della Gazzetta dello Sport: “Vai a chiamare tua madre e fate quei riti voodoo di m…” ha detto Ibra, al che il belga ha risposto per le rime.

La frase pronunciata da Ibrahimovic è abbastanza dura e apparentemente avrebbe dei contenuti razzisti, nonostante lo svedese sia spesso espresso contro questo tipo di atteggiamenti. In realtà, infatti, la sua frase è un riferimento a una strana storia che circolava su Lukaku ai tempi in cui giocava in Premier League.

La storia di Lukaku e dei riti voodoo

Lukaku e Ibrahimovic sono infatti stati prima avversari nel campionato inglese, nella stagione 2016-17, e poi compagni di squadra al Manchester United in quella successiva, prima del trasferimento dello svedese negli Stati Uniti. Lukaku era arrivato ai Red Devils per 75 milioni di sterline dall’Everton, nell’estate del 2017, segnando uno dei colpi del calciomercato dell’epoca.

Nel gennaio 2018, durante un’assemblea dei soci dell’Everton alla Liverpool Philarmonic Hall, l’azionista di maggioranza Farhad Moshiri – un imprenditore britannico di origine iraniana nel club dal 2016, dopo essere stato uno degli azionisti dell’Arsenal – aveva raccontato dei retroscena dietro l’addio di Lukaku. Moshiri sosteneva che il belga avesse intenzione di rinnovare il contratto con i Toffees, ma all’improvviso aveva cambiato idea, dopo aver sentito telefonicamente la madre.

“Gli abbiamo offerto cifre importanti per farlo rimanere – ha spiegato Moshiri – Il suo agente un giorno è venuto da noi per firmare, ma poi Lukaku ha telefonato a sua madre e c’è stato un pellegrinaggio in Africa, una sorta di voodoo“. Così, l’accordo con l’Everton, dove giocava dal 2013, saltò, e Lukaku accetto di trasferirsi al Manchester United, raggiungendo Ibrahimovic.

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Una storia poco chiara

Le parole di Moshiri non sono però molto chiare: la sua ricostruzione era molto fumosa (“una sorta di voodoo”) e non va sottovalutato che faceva parte di un discorso fatto coi soci del club di cui è di fatto proprietario. Il suo obiettivo era quello di giustificare davanti ai suoi azionisti la cessione della stella della squadra.

Si parlava di un “pellegrinaggio” in Africa (presumibilmente nella Repubblica Democratica del Congo, terra d’origine di Lukaku), ma non è chiaro se a compierlo fu il giocatore o sua madre. Ad ogni modo, lì sarebbe avvenuto il fatidico rito che avrebbe indicato chiaramente la necessità di lasciare l’Everton.

Ma è abbastanza strano che un professionista serio come Lukaku, nato e cresciuto in Europa, si lasci convincere da un rito sciamanico a prendere una decisione tanto cruciale per la sua carriera. Anche perché Lukaku e la sua famiglia sono notoriamente cattolici, come aveva subito specificato Federico Pastorello, l’agente del giocatore: “La decisione non ha nulla a che fare con il voodoo. Semplicemente non aveva più fiducia nell’Everton e nel progetto di Moshiri”.

Una questione di razzismo?

C’è davvero bisogno di scomodare la magia sciamanica per spiegare la decisione di un calciatore di lasciare un club dei medio livello come l’Everton per una delle squadre più forti e note al mondo? Ovviamente no, ma a quanto pare Moshiri doveva cercare di salvare la faccia, e potrebbe così aver esagerato i dettagli della vicenda. D’altronde, negli anni successivi l’Everton non ha certo brillato in Premier League, e ciò sembrerebbe confermare le sensazioni di Lukaku.

Sicuramente, in questa vicenda c’è un retrogusto di pregiudizio razzista, nel modo in cui si collega un calciatore africano (in realtà, europeo, ma di pelle nera) all’immaginario del selvaggio animista e superstizioso. Ma il razzismo, qui, è tutto da parte di Moshiri, e non di Ibrahimovic, che si è “limitato” a usare uno stupido pettegolezzo per insultare un avversario in campo.

Sempre su questo fronte, si è parlato anche dell’uso, da parte di Ibrahimovic, di un altro insulto razzista: “monkey”, cioè “scimmia” in inglese. In realtà, lo svedese ha chiamato Lukaku “donkey”, ovvero “asino”. Successivamente, tramite i suoi canali social, Ibra ha chiarito che le sue frasi non avevano contenuto razzista, dicendo: “Siamo tutti la stessa razza, siamo tutti uguali” (e aggiungendo una chiusura, ehm, “alla Ibrahimovic”).

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Valerio Moggia
Valerio Moggia
Nato a Novara nel 1989, è il curatore del blog Pallonate in Faccia, ha scritto per Vice Italia e Rivista Undici, e collabora con la rivista digitale Linea Mediana.

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