I giovani in Serie A giocano solo causa Covid

Diversi giovani hanno esordito in Serie A nell’ultimo turno di campionato, a causa delle tante assenze nei club a causa dei contagi: possibile che ci voglia l’emergenza per farli giocare?

Fa senza dubbio piacere vedere tanti giovani e giovanissimi giocare in Serie A, come nell’ultimo turno di campionato. Anzi, bisogna dire che mai come nelle ultime stagioni abbiamo visto una gran quantità di ragazzi passare dalla Primavera alla prima squadra, e spesso anche esordire tra i professionisti, perfino nelle grandi squadre.

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Il rovescio della medaglia è che questi ragazzi stanno trovando questo spazio non tanto per un nuovo coraggio degli allenatori italiani, ma per necessità: i contagi sono tornati a crescere, così come lo erano stati nel corso della scorsa stagione, e con l’aumento del numero degli indisponibili ricorrere ai ragazzi delle giovanili per completare la rosa è divenuto imprescindibile.

I giovani della Serie A e i giovani dell’Europa

Solo nell’ultimo turno di Serie A, abbiamo visto l’esordio di Luca Stanga, terzino milanista già andato in panchina giovedì contro la Roma, in campo per un paio di minuti contro il Venezia; quello di Giorgio Cittadini, difensore centrale dell’Atalanta, entrato nel finale contro l’Udinese; e il debutto dal primo minuto dell’ala mancina della Sampdoria Riccardo Ciervo, già subentrato in passato in altre otto occasioni.

 

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Tre ragazzi del 2002, ma che sono solo i più in vista di una serie di giovani che negli ultimi due turni sono comparsi a bordocampo in Serie A: Antonio Vergara, Lapo Nava, Davide Mastrantonio, Zsombor Senkò, Dennis Curatolo, e altri ancora.

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Finalmente? Di sicuro, ma la sensazione è che nessuno o quasi di questi ragazzi avrebbe avuto questa occasione se il suo allenatore non vi fosse stato costretto, e probabilmente quando la curva epidemica riprenderà a scendere assisteremo a un rapido rientro nei ranghi delle squadre Primavera. Troppo spesso, la carriera dei giovani italiani segue il modello di Nicolò Fagioli, che nel 2019, non ancora 18enne, andava in panchina per la Juve in campionato, esordiva solo due anni dopo, e successivamente veniva mandato a “maturare” in Serie B.

Il paradosso è che, mentre le società di Serie A devono far esordire i 2002 (cioè, quelli che quest’anno compiranno 20 anni), all’estero si è già più avanti. Il PSG, per intenderci, già un l’anno scorso ha fatto esordire i 2003 Xavi Simons ed Edouard Michut; al Barcellona i 2002 Gavi e Fati sono ormai stelle, e già si guarda ad Alex Baldé (2003) e Gavi (2004); in Bundesliga si assiste ormai regolarmente alle prestazioni convincenti di Bellingham (2003), Moukoko (2004), Musiala (2003) e Wirtz (2003), e in rampa di lancio ci sono Iker Bravo e Zidan Sertdemir (entrambi del 2005).

Può sembrare la solita polemica pretestuosa sull’impiego dei giovani tra i titolari, ma in realtà qui la questione riguarda il futuro stesso della Serie A: da circa un decennio il campionato italiano sta vivendo una crisi economica e di prestigio, oltre che di risultati internazionali, da cui non si riesce a riprendere. Tra i cinque grandi campionati europei, l’Italia punta a essere come quelli ricchi e sviluppati di Inghilterra e Spagna, ma sembra sempre più vicina invece a Germania e Francia. E la crescita di questi ultimi due, in particolare della Bundesliga, è stata dovuta a un cambio culturale e a una massiccia politica rivolta alle nuove generazioni di calciatori.

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La Germania ha indicato all’Italia quale può essere la soluzione per uscire dall’impasse, valorizzando maggiormente i giovani locali (anche a livello di allenatori, non solo di giocatori), e costruendo attorno ad essi. Con club sempre più in difficoltà economiche, forse questa emergenza potrebbe trasformarsi nell’occasione per scoprire che, tra i giovani, ci sono già giocatori pronti per la Serie A.

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