Fernando Torres Liverpool gol
Fonte immagine: profilo Ig @Liverpool

Quando un calciatore diventa davvero se stesso? Nella carriera di ogni campione sempiterno vi è un momento, un punto di svolta, che segna il passo tra il prima e il dopo. Un goal, un evento, una giocata, una vittoria, insomma Fernando Torres era già Fernando Torres quando giunse a Liverpool? Al momento del suo trasferimento aveva certamente impressionato all’Atletico, ne era capitano da tre anni a soli ventidue ma non era riuscito a segnare più di quattordici goal in una stagione e i critici evidenziarono che i ventisei milioni spesi dai Reds (acquisto allora più oneroso della storia) sarebbero stati sprecati.

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El Niño, soprannome legato al viso angelico e alle movenze da semidio dell’area di rigore, giunse a Liverpool come puledro indomabile, intoccabile, irrefrenabile. Nel suo impatto con la Premier League i difensori si scansavano e lui sembrava fluttuare da una parte all’altra del campo dominando fisicamente il terreno di gioco. Fu davvero incontenibile per alcuni anni, una sorta di fulmine che attraversava Anfield per tutti i novanta minuti tanto da permettergli di segnare 81 goal in 142 partite, di cui 33 nella prima stagione in maglia Reds.

La vittoria dell’Europeo 2008 porta la firma di Fernando Torres: l’attaccante del Liverpool siglò il goal in finale contro la Germania.

Poi la realtà si palesò sotto forma di infortunio ai flessori e il viso del ragazzo di Fuenlabrada cambiò espressione riducendosi a uno scuro volto sorpreso di non ritrovarsi guardandosi allo specchio. Ci fu però un momento in cui El Niño si fece uomo, assumendo sulle proprie spalle il peso di quell’investitura che avvenne al Calderon quando gli donarono la fascia di capitano a diciannove anni, rispettando ciò che il Liverpool aveva visto nel ragazzo venuto da Madrid. 

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Fernando Torres Liverpool: la girata all’incrocio che cambiò tutto

Torna dunque la domanda iniziale: Fernando Torres era già Fernando Torres quando giunse a Liverpool? Forse si, anzi certamente lo era già in tutta la sua forza e potenzialità, ma lo diventò davvero per il calcio internazionale quando segnò la rete del momentaneo 2-1 ad Anfield contro l’Arsenal di Wenger nei quarti di finale della Champions League 2007/2008.

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Dopo una gara di andata terminata in pareggio all’Emirates, il Liverpool ospitava l’Arsenal in quelli che erano gli anni d’oro del calcio inglese a livello internazionale. Nella tana dei Reds, i Gunners andarono subito in vantaggio con Diaby vedendosi rimontare da Kuijt pochi istanti dopo. Il pareggio imperava tra le mura di Anfield all’inizio del secondo tempo, ma Fernando Torres scelse di salire in cattedra al 69esimo.

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Passaggio di Crouch nel cuore dell’area di rigore, stop di petto con cui eluse il difensore avversario, controllo orientato col destro e saetta all’incrocio che fulminò Almunia e riportando l’inerzia dalla parte dei padroni di casa. La gara terminerà 4-2 per il Liverpool, con Gerrard e Babel che risponderanno al goal di Adebayor, ma il minuto sessantanove rimarrà per sempre l’istante in cui El Niño Torres è divenuto Fernando Torres, assurgendo allo status di campione sempiterno. 

Fernando Torres, diventare uomo

Altri goal fondamentali nella sua carriera ce ne sono stati, come ad esempio quello segnato in semifinale di Champions contro il Barcellona quando vestiva la maglia del Chelsea, o quelli dell’Europeo 2012 vinto con la sua Roja. Ma un turning point simile possiamo ritrovarlo solo in quel goal, divenuto iconico in Italia per la telecronaca di Massimo Marinella che, dopo il gesto tecnico di una bellezza entusiasmante, pose Torres nell’Olimpo del calcio inscrivendolo come il Torero che scivola sotto la Kop, leggendaria fazione di tifosi dei Reds. 

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Il goal, una girata di destro all’incrocio nel cuore dell’area di rigore che non lasciò scampo al portiere dei Gunners, non fu solo il testimone delle qualità tecniche di Fernando Torres come attaccante, ma l’affermazione di un campione pre infortunio, fieramente convinto dei propri mezzi e capace di andare oltre i limiti che potevano essergli imposti dal di fuori. In quel momento, in quel preciso istante, Fernando aveva smesso i panni del Niño dell’Atleti per vestire quelli dell’uomo dei Reds, a ventiquattro anni compiuti la trasformazione in punto di riferimento era ormai allo stadio finale. 

Un torero in ginocchio

L’immagine del Torero che si inginocchia davanti alla Kop diventa d’un tratto iconica, punto di svolta della carriera di un ragazzo che, come un Torero nell’arena, mostra una fiducia incrollabile nei propri mezzi. Parlare, o scrivere che dir si voglia, della fine di questa convinzione non è opportuno in questa sede. Qui è il Fernando appena sbocciato in Premier League che ci interessa, è il Fernando Torres che si affaccia al mondo del calcio europeo non più come splendida promessa, ma come certezza granitica nelle partite che contano per un Liverpool che nei cinque anni precedenti aveva messo a referto due finali di Champions e si avvicinava alla rivoluzione pre era attuale.

Dodici anni fa Fernando Torres segnò dando paradossalmente il via a quello che sarà il suo viale del tramonto, un momento di parossismo puro del suo talento, divenuto certezza in una notte di Champions. 

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