alex song
Fonte: Instagram @17alexsong

Alex Song ha scelto il Djibouti per chiudere una carriera molto particolare, fatta di pochi successi, qualche delusione e molte lezioni di vita

Arsenal, Charlton, Barcellona, West Ham, Rubin Kazan, Sion, Arta Solar 7. Leggendo velocemente questi nomi, uno dietro all’altro, probabilmente imbattendovi nell’ultimo potreste pensare che, contrariamente agli altri, provenga dalla fantasia di un videogiocatore incallito intento a costruire il suo dream team. E invece no, perché l’AS Arta Solar 7 è una delle società più vincente della Djibouti Premier League, campionato che prende la denominazione dall’omonimo paese.

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Alex Song, nipote del ben più celebre Rigobert, ha deciso di trasferirsi proprio lì, nel cuore del Corno d’Africa, in uno dei paesi con minor densità dell’intero Continente Nero. Uno stato che, ancora oggi, risente delle influenze dei colossi somali, eritrei ed etiopi, ma che dagli anni Ottnta possiede un campionato di calcio tutto suo. L’Arta Solar 7 piazza così il colpo di mercato più importante della propria storia, assicurandosi un calciatore capace di vincere anche la Liga.

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Le scelte di un talento mai sbocciato

Considerato una delle giovani promesse più importanti d’Africa, Alex Song ha vissuto i primi anni calcistici all’ombra dello zio Rigobert che, proprio per instradarlo allo sport, lo strappa alla caotica Douala per portarlo a vivere in Francia. Lì Song entra nel vivaio del Bastia, esordisce tra i grandi e poi prende un aereo per Londra. Ad attenderlo c’è l’Arsenal, con Arsene Wenger che si è invaghito di questo centrocampista in grado di giocare un po’ ovunque.

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Dopo cinque anni in Inghilterra, il Barcellona lo paga 20 milioni di euro e se lo porta in Catalogna. Dove però, Song giocherà davvero poco: “Zubizarreta mi parlò francamente, dicendomi che al Barcellona non avrei trovato molto spazio – ha raccontato il camerunense al portale Lion Indomable -, ma io risposi che mi importava solo di diventare milionario”. Chiuso da Xavi, Iniesta, Busquets, Mascherano, Cesc Fabregas o Thiago Alcántara, Song vincerà tre trofei senza però mai esserne il protagonista.

L’inferno di Russia e la parentesi al Sion

Alex Song sbarca in Djibouti dopo due esperienze professionali ben poco felici. La prima, in Russia al Rubin Kazan, si è rivelata un vero e proprio calvario: “Non avevo una casa, vivevo e mangiavo da solo nel centro sportivo, ovviamente c’erano problemi di lingua” aveva raccontato a Diario As qualche tempo fa. E infatti, con la maglia del Rubin ha messo insieme solo 22 presenze nell’arco di due stagioni.

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Nel 2018 ha scelto la Svizzera e il Sion; dopo una prima annata praticamente sempre da indisponibile, lo scorso anno Song venne mandato addirittura nella seconda squadra. Poi, con lo scoppio della pandemia mondiale legata al Coronavirus, il Sion ha impugnato il suo contratto obbligandolo alla rescissione per giusta causa, tirando in ballo questioni di sostenibilità economica. Ma, di appendere gli scarpini al chiodo, non se ne parla. A 33 anni, la voglia di giocare è ancora tanta e l’Arta Solar 7 può accontentarlo.

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Soldi, ambizioni e Thierry Henry

Diario As ha poi ripreso alcune dichiarazioni di Song, nelle quali il centrocampista camerunense raccontava il suo arrivo all’Arsenal e di come la fama, se mal gestita, può diventare un’arma a doppio taglio. “Quando firmai con l’Arsenal passai da prendere 4mila sterline a prenderne 15mila – racconta Song -, e andai su di giri quando al primo allenamento vidi Henry arrivare con una fuoriserie. Così andai al concessionario, pensando che avrebbe pagato la società”.

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Poi l’amara scoperta: “Dopo due mesi mi chiesero i soldi. Cambiai macchina. Quando Henry mi vide arrivare in Toyota mi chiese perché non avessi più l’auto uguale alla sua. Ma imparai la lezione: se a 20 anni guidi una Ferrari in realtà sei povero, perché a quell’età non puoi aver fatto nulla per meritarla”. Storie di vita vissuta, quelle di Song, che ora ha imboccato l’ultimo bivio di una carriera tutto sommato importante. Un talento che poteva dare di più, certamente, ma che forse non prova nemmeno troppo rimpianto.

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