proprietà americane
Fonte Immagien: @Kyl_J_Krause (Twitter)

Le proprietà americane stanno diventando sempre più presenti nel calcio europeo e italiano in particolare, come confermano le voci attorno anche a Spezia e Inter. Cosa significa tutto questo per il nostro calcio?

Febbraio sarà un mese decisivo per il futuro di ben due club di Serie A: nella prossima settimana ci si attende il closing per il cambio di proprietà dello Spezia, mentre entro fine mese potrebbe risolversi la situazione societaria dell’Inter.

Una cosa che lega queste due trattative è il fatto che in entrambi i casi le società potrebbero passare in mano statunitense, confermando la sempre più forte presenza nordamericana nel calcio italiano. Tra Serie A e B, infatti, sono già sei le società di proprietà statunitense, a cui si aggiunge quella canadese del Bologna.

I soldi americani nel calcio

I primi contatti tra le grandi proprietà americane e il mondo del calcio si avviano negli anni Settanta negli Stati Uniti, con il lancio della nuova NASL e l’ingresso di importanti capitali, che convogliano nel campionato locale alcune importanti stelle del calcio mondiale. All’affare parteciparono i fratelli Ertegun, proprietari dell’etichetta Atlantic Record e dei New York Cosmos, ma anche Joe Robbie (politico e lobbista, già proprietario dei Miami Dolphins, nel football), Earl Foreman (avvocato con le mani in pasta in NBA e NFL), e anche grandi star della musica come Rick Wakerman, Peter Frampton e Paul Simon (che assieme rilevarono il Philadelphia Fury) ed Elton John (co-proprietario dei Los Angeles Aztecs).

 

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Ma il progetto della NASL si rivelò presto un buco nell’acqua, questo arrestò l’interesse dei grandi capitali statunitensi nel calcio, che si riprese solo nel Nuovo Millennio, orientato agli investimenti nel calcio europeo. La nascita della Premier League garantiva ritorni economici mai visti nello sport e finì per attirare tanti investitori stranieri.

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Già nel 1998, Rupert Murdoh tentò una scalata al Manchester United, senza successo; poi, sette anni più tardi, l’impresa riuscì a Malcolm Glazer, boss della First Allied Corporation. Glazer ha reso lo United il club più ricco al mondo, aprendo le porte a una rivoluzione: nel 2007, l’Arsenal è stato acquistato da Stan Kroenke, e contemporaneamente il Liverpool è passato nelle mani di George Gillett e Tom Hicks.

Quindi, le proprietà americane hanno iniziato a espandere il proprio business fuori dai confini inglesi, arrivando in Italia, ma anche in Francia: nell’ottobre 2016, l’Olympique Marsiglia è infatti finito nelle mani del magnate del mercato immobiliare Frank McCourt, ex-proprietario dela squadra di baseball dei Los Angeles Dodgers. Due anni dopo, anche il Bordeaux si è aggiunto alla lista, dopo l’acquisizione da parte di Joseph DaGrosa.

Proprietà americane in Serie A: chi sono

Il primo club di Serie A a divenire statunitense è stato la Roma, che nel 2010 è stata rilevata da una cordata guidata da Thomas DiBenedetto, imprenditore attivo nel settore degli investimenti grazie alla sua Junction Investors Ltd. Successivamente, DiBenedetto si è fatto da parte, lasciando la guida del club al socio James Pallotta, un gestore di fondi speculativi, fino a che nell’estate del 2020 la Roma non è stata ceduta a Dan Friedkin, produttore cinematografico e rivenditore ufficiale di Toyota nel Sud degli USA.

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Da DiBenedetto in avanti, diversi imprenditori italo-americani hanno iniziato a interessarsi al calcio italiano. Nel 2014, è stato il caso del canadese Joey Saputo, proprietario di un’azienda leader nel settore caseario, che ha acquistato il Bologna. Nel 2015, una cordata statunitense guidata dall’avvocato Joe Tacopina ha preso il controllo del Venezia, soppiantando la precedente proprietà russa che aveva condotto il club al fallimento; da circa un anno, è stato eletto come nuovo presidente dei lagunari l’ex-ad di Wall Street Duncan Niederauer.

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Nell’estate 2019, un’altra società di una nota città d’arte italiana è passata sotto il controllo di una proprietà americana: parliamo ovviamente della Fiorentina e di Rocco Commisso, il fondatore dell’azienda di telecomunicazioni Mediacom. Ma qualche mese prima, il fondo d’investimento Elliott Management Corporation era già subentrato all’inadempiente Yonghong Li ai vertici del Milan. Infine, negli ultimi mesi abbiamo visto i cambi societari al Parma, rilevato da Kyle Krause, e del Pisa, acquistato dal russo-americano Alex Knaster, che già si era interessato alla Sampdoria.

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Spezia e Inter, la nuova ondata

Nelle ultime settimane è emersa la notizia anche lo Spezia diventerà di proprietà americana. Mercoledì prossimo, il patron Gabriele Volpi dovrebbe ufficializzare il passaggio del club nelle mani di un fondo statunitense, collegato al colosso informatico Dell e rappresentato da MSD Capital, la società di Robert Platek, che già controlla club minori in Portogallo e Danimarca, e ha lavorato con il connazionale Alan Pace all’acquisizione del Burnley, in Premier League.

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Più complicata, invece, la situazione attorno all’Inter. Il club nerazzurro è nelle mani di Suning, una nota società cinese, ma che al momento si trova in una grave crisi economica e lo ha così messo in vendita. Per adesso non è ancora chiaro a chi verrà ceduta la società, ma i principali nomi che si possono leggere sui giornali sono quelli di fondi d’investimento statunitensi, come BC Partners e Ares Management Corporation. Nel giro di un mese, l’Inter potrebbe quindi portare a nove la quota nordamericana nel calcio italiano, tra Serie A e B.

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Perché le proprietà americane investono nel calcio europeo

Attualmente, le proprietà americane nel calcio europeo sono una realtà concreta: sono la maggioranza nella Premier League, seconde solo a quelle francesi in Ligue 1 e a quelle italiane in Serie A. Un dato che sorpende, visto che di solito fanno molto più notizia gli investitori arabi o russi.

“Il calcio europeo offre una grande opportunità a chi ha un forte background imprenditoriale – spiega Jordan Gardner, che dopo aver investito in Swansea e Dundalk, nel 2019 è divenuto proprietario dei danesi dell’Helsingor – Puoi comprare un club di basso livello e usare le tue conoscenze per creare un sofisticato sistema di sviluppo giocatori che poi puoi rivendere, oppure puoi comprare uno dei tanti club impoveriti e dirigerlo in una maniera più efficente”.

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Da questo punto di vista, l’Italia è un boccone appetitoso per un imprenditore straniero: è uno dei primi cinque campionati al mondo, con tante città che sono mete turistiche (e che quindi possono avere un marchio riconoscibile) e club in difficoltà economiche. Non è un caso che i soldi americani siano arrivati prima a Roma, Bologna o Venezia piuttosto che a Milano, ed è molto significativo che sempre più spesso subentrino ad proprietà straniere che non sono riuscite ad attecchire in Italia.

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