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Prof. Ruosi: ‘Attinenza tra covid e infortuni non è campata in aria’ (ESCLUSIVA)

L’ortopedico e traumatologo della Federico II di Napoli a Minutidirecupero.it: “Per ora sono solo ipotesi, ma abbiamo riscontrato diversi elementi ricorrenti tra i casi presi in esame”.

Sin dall’inizio della pandemia, in campo sportivo ci si interroga sugli effetti del contagio da Covid-19 sugli atleti e sui postumi che l’infezione da Coronavirus possa riservare agli sportivi. In questo dibattito poi, c’è chi è addirittura andato anche oltre, come il professor Carlo Ruosi, ortopedico e traumatologo della Federico II oltre che responsabile dello staff medico della Carpisa Napoli di calcio femminile, che recentemente aveva parlato di una possibile correlazione tra infezione da Covid e infortuni, con riferimento particolare alla recente rottura del crociato sinistro del laterale mancino del Napoli Faouzi Ghoulam.

In esclusiva per minutidirecupero.it, abbiamo contattato il professor Ruosi per provare a capirne qualcosa in più.

Professore, può dirci di più riguardo la sua teoria sulla presunta incidenza del covid negli infortuni come quello occorso a Ghoulam?
“La questione in realtà è una curiosità di tipo occasionale legata al fatto che, finora, abbiamo assistito a diverse situazioni di lesioni occorse a pazienti di rientro da isolamento da Covid-19, quindi cominciamo col dire che si tratta inizialmente di coincidenze. Quando si nota però che il discorso comincia a ripetersi nel tempo, allora può essere anche che ci sia dell’altro ma fino a prove contrarie parliamo di ipotesi, quindi semplice motivo di studio. Andando ad approfondire, i casi considerati sono relativi ad atleti agonisti, non solo nel mondo del calcio maschile e femminile ma anche, ad esempio, nello sci. Abbiamo visto il caso di Ghoulam dopo aver osservato infortuni a uno sciatore e una sciatrice, due ragazze del Napoli femminile, con infortuni verificatisi grossomodo in un lasso di tempo similare dopo il recupero. Partendo da qui, abbiamo appurato che il virus va ad intaccare il tessuto muscolare e tendineo del corpo, motivo per cui, logicamente, considerato l’indebolimento della struttura muscolare, quella protezione che pensiamo di avere in un atleta allenato, protetto da una corazza frutto di anni di allenamenti, può venire a mancare. L’altro elemento da notare, è che spesso ci siamo trovati di fronte a eventi traumatici apparentemente non troppo gravi, ma che invece hanno portato a diagnosticare infortuni più gravi del previsto: essendo la struttura muscolare e tendinea più debole, il trauma non viene assorbito, ovattato, come avverrebbe normalmente, per cui si ha un risultato negativo acuito. Ripeto, per ora andiamo per ipotesi, poi vedremo se i fatti ci daranno ragione”.

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Come si potrebbe dimostrare questa ipotesi, professore?
“Stiamo approfondendo la questione assieme al centro di ingegneria genetica, con cui cerchiamo di capire se l’influenza del virus può nella lesione può essere verificata in qualche modo e se tracce del virus possano restare nelle strutture muscolari. Sono tutte ipotesi di studio che stiamo valutando, servono biopsie e analisi specifiche per avere elementi in più. Si potrebbe pensare a micro-prelievi di tessuto in sede di intervento chirurgico per verificare la presenza o meno di tracce del virus. L’ipotesi, ripeto, non è campata in aria, perché come spiegavo precedentemente alcuni elementi ricorrenti sono stati riscontrati dal punto di vista clinico in tutti i casi visionati finora”.

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Crede professore che a volte si spinga troppo per i recuperi e questo possa causare delle ricadute? I casi sono molti da questo punto di vista…
“Parlare di accelerazione è una cosa che ci può stare, e a questi è livelli è una pratica molto comune, vista l’attività svolta. Tuttavia c’è sempre uno staff dietro che non può rischiare di rimandare in campo un calciatore se non è certo di averlo recuperato. Consideriamo sempre che una recidiva va messa in conto per l’atleta molto più che per un paziente qualsiasi. Il problema è che questi atleti si devono ristabilire a 360 gradi, con abitudine alla gara, alla tensione agonistica, c’è un’importante componente psicologica che va di pari passo con quella fisica. Si recupera davvero solo giocando, e se ti fai male in fase di recupero sei comunque al punto di partenza. Noi ortopedici mettiamo sempre in preventivo complicanze di questo tipo: quando lavori al massimo dell’intensità, incorrere in una ricaduta può capitare spesso”.

di Andrea Falco

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