HomeCuriositàRossi a Spagna ’82: da "cocco di Bearzot" a Pablito Mundial

Rossi a Spagna ’82: da “cocco di Bearzot” a Pablito Mundial

Nel giorno della morte di Paolo Rossi, ripercorriamo il cammino suo e dell’Italia ai Mondiali dell’82. Un romanzo ricco di colpi di scena, iniziato con dubbi e polemiche e concluso con il trionfo azzurro

“Paolo Rossi era un ragazzo come noi”, cantava Antonello Venditti nella sua famosa canzone del 1986 “Giulio Cesare”. Proprio così, Rossi era come noi: un ragazzo semplice, senza un fisico statuario né capigliature particolari. Un calciatore che ha guadagnato il successo da giovanissimo, con le grandi performance con il Lanerossi Vicenza e con l’Italia ai Mondiali argentini del 1978, per poi sprofondare nel baratro del calcio scommesse.

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Un tunnel che sembrava aver messo la parola fine alla sua carriera, ma dal quale ha saputo rialzarsi anche grazie all’aiuto dell’uomo a cui deve di più nel mondo del calcio: Enzo Bearzot. Il CT con la pipa in bocca lo porta ai Mondiali del 1982 contro tutti e tutti, crede in lui nonostante le prime prestazioni negative e viene ripagato con gli interessi. Il trionfo di un uomo normale, che unisce tutti gli italiani con i suoi gol e che, a poche ore dalla sua morte, ci manca già tantissimo. Un successo, quello di Spagna ’82, che merita di essere ricordato: per onorare al meglio la memoria di Pablito e con la speranza che un nuovo gruppo di uomini animati da valori tecnici e umani importanti stia germogliando in maglia azzurra.

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Mondiali 1982: convocato Rossi, fioccano le polemiche

Siamo nel 1982, anno dei Mondiali in Spagna. La favorite d’obbligo sono il Brasile di Zico e Falcao, l’Argentina dell’astro nascente Diego Armando Maradona, la Germania Ovest fresca vincitrice del titolo Europeo e la Francia di Michel Platini. All’appello manca l’Italia di Enzo Bearzot, al centro di polemiche di ogni tipo prima della partenza per il torneo iridato. Dopo l’ottimo Mondiale disputato in Argentina nel 1978, gli azzurri hanno giocato l’Europeo casalingo non al massimo delle proprie possibilità (chiudendo al 4^ posto). Un torneo giocato in un clima ostile, con il pubblico italiano deluso dalle prestazioni azzurre e schifato dallo scandalo del calcioscommesse (scoppiato proprio in quei mesi).

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Una bomba che coinvolge – a torto o a ragione – anche alcuni giocatori importanti come Paolo Rossi. L’eroe di Argentina ’78 viene squalificato per due anni, non partecipando agli Europei del 1980 e tornando per le ultime tre gare del campionato di Serie A 1981/82. Un periodo difficile per l’attaccante di Prato, che sembra mettere la parola fine alla sua carriera ad alti livelli. A tendergli una mano è il CT dell’Italia Enzo Bearzot. Un giorno, mentre Rossi si allena con le riserve della Juventus e l’Italia prepara nei capi attigui una gara amichevole, Bearzot gli dice a chiare lettere: “Ti aspetto fino all’ultimo momento, sei tu il mio centravanti per il Mondiale”.

Rossi
Fonte: Instagram @c_l_a_81

Un atto di fiducia incondizionata, che carica Rossi nelle ultime tre gare stagionali (segna un gol contro l’Udinese, determinante per lo scudetto bianconero). La promessa di Bearzot diventa realtà quando escono le convocazioni, scatenando l’ira di quasi tutta Italia. Per portare un giocatore con solo 3 presenze all’attivo negli ultimi 2 anni viene lasciato a casa Roberto Pruzzo, splendido cannoniere della Roma. Il bomber giallorosso viene sorpassato nelle gerarchie anche da Franco Selvaggi, convocato dopo la rinuncia per infortunio da parte di Roberto Bettega. Una scelta che carica ulteriormente i fucili dei critici, destinati ad abbassarsi qualche settimana dopo.

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Inizio da incubo, per l’Italia e per Paolo Rossi

Oltre ai dubbi sulle convocazioni, l’Italia ha suscitato critiche per le deludenti esibizioni prima del Mondiale. Non c’è molto entusiasmo attorno a questa Nazionale e tali sensazioni vengono confermate dalle prime tre gare del Mondiale giocate dagli azzurri. Inserita in un girone con Polonia, Perù e Camerun, l’Italia si qualifica alla fase successiva per il rotto della cuffia: tre pareggi, gioco scadente e critiche inevitabili. Inoltre Paolo Rossi, sempre difeso a spada tratta da Bearzot, appare l’ombra di sé stesso. Anche la sua autostima sembra minata, ma non la fiducia che il CT ripone in lui. Dopo la partita con il Camerun, Bearzot lo trova in spogliatoio abbacchiato e con una scarpa sola ai piedi e gli dice: “La prossima partita fatti trovare con due scarpe, perché sei ancora tu il titolare”.

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Il romanzo del Mundial ’82 vive la sua fase più delicata tra la prima e la seconda fase. Piovono critiche, insulti e insinuazioni scabrose sulla vita privata di alcuni azzurri. Bearzot continua a difendere i suoi ragazzi, che decidono di iniziare un silenzio stampa: dal girono di tale decisione in poi, a parlare sarà solo il capitano Dino Zoff. Nel frattempo arriva la seconda fase e gli avversari non potrebbero essere più complicati: l’Argentina di Maradona e il Brasile del futbol bailado. Potrebbe essere l’ultimo capitolo di un’infelice avventura mondiale e invece, proprio nel momento più critico, l’Italia sboccia.

La svolta del Mundial di Rossi: tripletta al Brasile, primo passo verso il trionfo

Il primo match è contro l’Argentina che, partita con i favori del pronostico, deve fronteggiare un’Italia insolitamente forte e sicura di sé. Segnano Tardelli e Cabrini, Passarella accorcia le distanze ma non basta. In Italia, come da prassi, si passa in un attimo dal veleno ai caroselli, ma manca ancora l’ostacolo più importante. Il Brasile, avendo battuto gli acerrimi rivali sudamericani per 3-1, ha due risultati su tre per passare il turno. La squadra verdeoro è una sfilata di fuoriclasse: Zico, Falcao, Socrates, Junior, Cerezo. Un Carnevale di Rio continuo, fatto di gol e prodezze e che dovrebbe concludersi con l’inevitabile titolo mondiale.

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Non la pensano così i ragazzi di Bearzot che, rinfrancati dal successo sull’Argentina, affrontano i verdeoro con la giusta spavalderia. Per vincere, però, non basta giocare una grande gara come contro l’albiceleste. Serve l’acuto del campione, che in maglia azzurra risponde al nome di Paolo Rossi. Nel momento più importante, nella partita ricordata secondo per secondo da tutti coloro che hanno avuto la fortuna di vederla dal vivo, Pablito ritrova l’antico senso del gol e rifila una tripletta leggendaria ai brasiliani.

Una partita agonica, in cui la presunzione dei brasiliani (che continuano a cercare la vittoria dopo il 2-2 di Falcao) si scontra con l’orgoglio azzurro. Un acuto, quello di Rossi e dei suoi compagni, che cambia il volto del Mondiale per l’Italia. Da lì in poi, infatti, non ce n’è per nessuno: 2-0 alla Polonia in semifinale (doppietta di Rossi) e 3-1 alla Germania Ovest in finale. Neanche un rigore sbagliato da Cabrini sullo 0-0 scalfisce la sicurezza degli azzurri, in gol con Rossi (ancora lui), Tardelli (autore poi del celeberrimo urlo) e Altobelli. Il trionfo di una squadra prima odiata e poi osannata, che ha avuto in in Rossi la sua stella più lucente. Un ragazzo come noi, che ha unito gli italiani come pochi altri campioni dello sport e che, per questo, ha lasciato un vuoto incolmabile nei nostri cuori.

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Paolo Lora Lamia
Classe ’92, ho la vocazione del giornalismo sportivo fin dall’adolescenza. Adoro il calcio, la sua storia e una narrazione sportiva tesa ad emozionare più che a creare polemiche. Giornalista pubblicista dal 2019, cofondatore di Mondoprimavera.com, collaboratore presso Gruppo GEDI e La Giovane Italia e opinionista sportivo per Toscana TV. Ho un debole per il calcio inglese (e per il Liverpool in particolare).

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