ibrahimovic
Fonte Immagine: @iamzlatanibrahimovic (Instagram)

A 39 anni, Zlatan Ibrahimovic è ancora un giocatore decisivo in Serie A e il trascinatore del Milan attualmente primo in classifica. Ma come ci è arrivato lo svedese nel nostro campionato? Rievochiamo assieme gli inizi della sua avventura italiana.

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Se guardiamo solo a queste prima quattro partite di Serie A, Zlatan Ibrahimovic ha già messo a segno 7 reti: ha 39 anni e, nel frattempo, è anche stato fermo per il Covid. Pare che non ci siano abbastanza aggettivi in una lingua per definirne la grandezza; così, se l’attualità di Zlatan è indescrivibile al di fuori della mera (e ammirata) cronaca, l’unica cosa che s può fare è ritirarsi nel passato, e ripensare a quando fece il suo primo incontro con il campionato italiano.

Parliamo di un’epoca che oggi pare lontanissima: ai tempi, nessuno aveva ancora mai sentito parlare di Messi, se dicevi “Ronaldo” ti riferivi a un attaccante brasiliano, e dalla Svezia non erano nemmeno arrivati i primi grandi romanzi gialli che oggi affollano gli scaffali delle librerie.

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Ibrahimovic, il nuovo Van Basten

Le prime notizie di Zlatan Ibrahimovic arrivano sui media italiani all’incirca nel 2002, quando ha 21 anni. Nome lungo e difficile da pronunciare, quasi tutti sono convinti che provenga dai Balcani e sia finito all’Ajax per chissà quale motivo. Si sa che è un centravanti con doti tecniche eccezionali, praticamente l’esatto opposto di Christian Vieri, che in questo momento è la punta più determinante della Serie A.

È opinione comune che sia il nuovo Van Basten, motivo per cui già in tanti lo accostano al Milan, che però in questo momento non ha certo bisogno di attaccanti: in rosa ci sono Shevchenko e Filippo Inzaghi, e Galliani si è appena assicurato Rivaldo dal Barcellona e Jon Dahl Tomasson dal Feyenoord. Ibrahimovic, invece, è nel mirino di altre squadre, prima tra tutte la Roma.

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Nella Capitale, infatti, allena uno dei suoi estimatori della primissima ora, quel Fabio Capello che Van Basten se lo è potuto godere appena, quando allenava il Milan. I giallorossi hanno addocchiato la svedese già nel 2000, quando era ancora una promessa nel Malmo: Franco Baldini aveva convinto a Capello a venirlo a visionare in un torneo a Berlino, e il tecnico friulano se n’era innamorato subito.

“Ho capito di essere di fronte a un talento, ma era uno che non accettava i rimproveri, era indisciplinato in campo.” In più, anche la Roma, come qualche anno dopo il Milan, non aveva grande bisogno di punte, tra Montella, Batistuta, Totti e Delvecchio. Quell’anno i giallorossi vinsero lo scudetto e, volendo puntare su un attaccante giovane e dal grande futuro, preferirono assicurarsi un talento locale su cui tanti avevano puntato gli occhi, Antonio Cassano. Nella stessa estate, Ibra si trasferiva ad Amsterdam. Il più classico degli sliding door.

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Ma nel 2002, tutti ormai parlano del nuovo fenomeno dell’Ajax. Il 26 settembre disputa una buona prova contro l’Inter in Champions League, nonostante la sconfitta dei suoi a San Siro. Ma è proprio contro la Roma di Capello che Ibrahimovic brilla, segnando il gol dell’1-0 ad Amsterdam dopo un brutto errore di Antonioli: i Lancieri superano poi il turno, e la Roma no.

Al turno seguente, un’altra italiana: contro il Milan, che poi vincerà la coppa, Ibrahimovic offre un’altra grande prova, soprattutto al ritorno a San Siro, dove serve un assist pazzesco di testa per il gol di Pienaar. È ormai chiaro a tutti che un giocatore così può essere potenzialmente incontenibile, con quel fisico e quella visione di gioco. La Roma torna alla carica, ed è addirittura il presidente Sensi a confermare, a maggio, di aver fatto un’offerta per il giocatore.

 

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“Vogliamo prenderlo a tutti i costi” dice, in un momento in cui la Roma ambisce a rimanere competitiva in campionato e alzare l’asticella a livello europeo (pochi mesi prima, i giallorossi avevano ottenuto una clamorosa vittoria per 1-0 al Bernabeu, e la crisi che sarebbe emersa di lì a poco non era ancora nemmeno negli incubi peggiori dei tifosi). Sensi punta alla comproprietà, per poi riscattare l’altra metà del cartellino nell’estate successiva, e si parla di una cifra superiore ai 10 milioni di euro.

L’Ajax però non demorde, e vuole cercare di tenere i gioielli a disposizione di Koeman; Sensi capisce che l’attacco non è il reparto che necessita di maggiori rinforzi, e sempre dai Lancieri prende il difensore Cristian Chivu. La nuova stagione dell’Ajax, però, sarà meno convincente, chiudendo ultimo nel girone di Champions (di nuovo sconfitto dal Milan) e prepara a smobilitare la squadra in estate.

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L’arrivo in Serie A

L’estate è quella del 2004, degli Europei in Portogallo: gli Europei della Grecia e del tacco di Zlatan Ibrahimovic, che elimina proprio l’Italia (nella quale l’unico a convincere è Cassano, sempre più grande speranza azzurra) e si assicura un posto tra le grandi rivelazioni del torneo. È il momento di agire, e in pole position c’è ancora la Roma: ceduto Batistuta, e con Delvecchio ormai in declino, serve un nuovo centravanti, che sappia fare meglio di John Carew.

Ma c’è un grosso problema: Capello rompe con Sensi e Baldini, e a sorpresa si trasferisce alla Juventus. La sua prima richiesta è, ovviamente, Zlatan Ibrahimovic, e raccomanda di fare in fretta, perché i giallorossi hanno quasi concluso. La Juve ha possibilità economiche che la Roma non ha, e dopo la fine del ciclo di Lippi deve rinnovarsi, così cede sia Miccoli che Di Vaio e dà 16 milioni all’Ajax per lo svedese. La Roma, delusa, ripiega sul “gemello” di Ibra all’Ajax, l’egiziano Mido, ma dopo sei mesi se ne libererà.

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Ibrahimovic arriva a Torino per essere la principale riserva in attacco: grazie al suo fisico da centravanti, può fare da perfetto sostituto di Trezeguet, e viste le sue doti tecniche e il senso del gioco può tranquillamente essere la seconda punta al posto di Del Piero. Capello, inizialmente tende a vederlo di più come vice-Del Piero, ed è proprio subentrando al 10 bianconero che Ibrahimovic mette a segno la sua prima rete in Serie A, il 22 settembre contro la Sampdoria.

Quattro giorni dopo, parte titolare al posto di Trezeguet, e segna ancora. Benché abbia ancora ampi margini di miglioramento, già così è determinante quasi sempre e Capello decide che non può più farne a meno: i due campioni dell’attacco iniziano a ruotare, mentre lui diventa il nuovo perno offensivo della Juventus. Chiuderà la sua prima annata in Italia con 16 reti in 45 partite, vincendo il campionato e iniziando la fase finale della sua ascesa a idolo mondiale. Ma questa è un’altra storia.

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