van basten
Fonte Immagine: @golretro (Instagram)

Il 31 ottobre 1964 nasceva Marco Van Basten, rivoluzionario quanto sfortunato attaccante olandese di Ajax e Milan. Questa è la sua storia.

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Quando Marco Van Basten s’impose nel panorama calcistico europeo, era qualcosa di mai visto: aveva tutta l’apparenza del classico centravanti alto e robusto, ma in campo si muoveva con un’eleganza incredibile, dimostrando capacità tecniche come il più raffinato dei trequartisti. Era il punto d’incontro tra due diverse filosofie, a lungo ritenute inconciliabili.

Aveva tutte le caratteristiche per rappresentare la nuova frontiera del calcio totale, dal punto di vista dell’interpretazione dei ruoli, facendo convergere su di sé le lezioni tattiche (ma anche le differenti esperienze come calciatori) dei suoi maestri Michels e Cruijff. Tutte le caratteristiche tranne una, purtroppo: delle buone caviglie.

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Van Basten all’Ajax: le origini del mito

Van Basten nasce a Utrecht, figlio di un calciatore (suo padre Joop era stato campione nazionale nel 1958 con il DOS), e fin da giovanissimo si segnala come una grande promessa nelle piccole squadre cittadine, attirando l’attenzione del Feyenoord. Rimane però a Utrecht fino al 1981, quando viene ingaggiato dall’Ajax e, nel giro di un anno, approda in prima squadra, sostituendo Johan Cruijff, di cui è destinato a essere l’erede.

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La sua ascesa è impressionante, e a nemmeno 20 anni è già capocannoniere del campionato olandese, ma è dal 1985, quando Cruijff appende gli scarpini al chiodo e diventa allenatore dell’Ajax, che Van Basten può raggiungere la piena maturità, e affermandosi come uno dei più sensazionali talenti europei. Le rovesciate stilisticamente perfette sono uno dei suoi migliori biglietti da visita.

Lo vorrebbe la Fiorentina, ma l’affare non si concretizza. Subentra così il Milan, da poco acquistato da Berlusconi, che sborsa quasi 2 miliardi di lire per portarlo in Italia: Van Basten fa in tempo a vincere la Coppa delle Coppe, segnando la rete decisiva in finale al Lokomotive Lipsia, e poi diventa rossonero. Ad Amsterdam hanno già pronto il sostituto, un ragazzino di nome Dennis Bergkamp, ma questa è un’altra storia.

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Milan: gol, titoli e infortuni

Se c’è un aspetto davvero affascinante della storia di Van Basten è di essere stato sempre al centro delle grandi rivoluzioni del calcio del suo tempo: all’Ajax, visse gli albori del calcio di Cruijff, che poi avrebbe reso grande il Barcellona; in nazionale, il concretizzarsi dell’ultimo modello del totaalvoetbal di Michels, con la tanto sospirata vittoria di un titolo (l’Europeo del 1988) e con l’affermazione della generazione d’oro di Gullit, Rijkaard e Ronald Koeman. Al Milan, giocò per Arrigo Sacchi, che rivoltò come un calzino il calcio italiano.

È a Milano, però, che si manifestano anche i problemi fisici. In realtà, già in Olanda, nel 1986, aveva subito un infortunio alla caviglia destra che lo aveva tenuto tre mesi lontano dai campi. Ma in Italia va anche peggio: il 21 ottobre 1987, lascia anzitempo la sfida di Coppa UEFA contro l’Espanyol, stavolta per un problema alla caviglia sinistra, si opera e resta fuori sei mesi.

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Ma anche qui si nota l’eccezionalità del talento di Van Basten: dopo un lunghissimo stop, rientra ed è subito decisivo, trascinando il Milan a rimontare il Napoli di Maradona e a vincere lo scudetto. E poco dopo, è ancora protagonista all’Europeo, segnando un gol impossibile in finale, calciando quasi dalla linea di fondo. Gli infortuni gli fanno perdere tempo, non la condizione.

Un altro tratto di eccezionalità: la storia è piena di grandi calciatori che litigano con l’allenatore, e ciò mina le loro prestazioni in campo. Van Basten, invece, nonostante un rapporto non idilliaco con Sacchi, in campo è ugualmente incontenibile, e il Milan conquista due Coppe dei Campioni e altrettante Supercoppe europee e Coppe Intercontinentali. È capocannoniere sia della Coppa dei Campioni che della Serie A, e si porta a casa due volte il Pallone d’Oro.

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Van Basten è ancora il punto di riferimento del Milan all’inizio dell’era Capello, e anzi il suo rendimento migliora ulteriormente: nel 1991-92 segna 29 reti in 38 partite stagionali, è di nuovo capocannoniere del campionato e vince lo scudetto, portandosi dunque a casa il terzo Pallone d’Oro della sua carriera, eguagliando così Platini e Cruijff.

Ma le caviglie non vogliono dargli tregua: un altro infortunio lo costringe pure questa volta a operarsi e restare fuori quattro mesi. Anche in questa stagione sfortunata, riesce comunque a segnare l’impressionate numero di 20 reti in 22 partite; quello del 9 maggio ad Ancona sarà l’ultimo gol di Van Basten.

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Un mese dopo, viene nuovamente operato, dopo l’aggravarsi dei problemi fisici dovuto alla finale di Champions League persa contro il Marsiglia, in cui Capello lo ha fatto scendere in campo anche se non al meglio. Di fatto, la carriera di Van Basten termina qui, anche se l’ufficialità arriverà solamente dopo altri due anni di calvario, senza mai aver rivisto il campo.

Anni dopo, Van Basten rivelerà di aver sofferto per quell’addio prematuro, al punto da essere arrivato alla depressione. La sua resta una delle vicende più tristi e malinconiche della storia del calcio, ma per quel poco che si è visto Marco Van Basten ha regalato meraviglie. E questo dovrebbe essere più che sufficiente.

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