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I problemi di prestigio della Gold Cup

La Gold Cup si concluderà lunedì con l’ennesima finale tra Stati Uniti e Messico, che esemplifica bene i problemi di un torneo senza appeal né tradizione

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Nella notte si sono giocate le semifinali della Gold Cup, il torneo continentale del Nord America, e – incredibilmente – la finale vedrà affrontarsi Stati Uniti e Messico. Negli ultimi vent’anni, è la quarta volta che sono queste due selezioni a giocarsi il titolo (la sesta dal 1991, quando la competizione ha assunto la sua forma moderna) ed è dal 2000 che il titolo non viene vinto da qualcun altro (all’epoca ci riuscì il Canada).

Pochi dati che sono però sufficienti a capire i più ampi problemi di prestigio di un torneo che riguarda alcune delle nazioni più ricche e popolate al mondo, ma che non riesce a conquistarsi un posto rilevante nel calendario calcistico internazionale.

I problemi della Gold Cup

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È evidente che la Gold Cup affronta un problema non da poco: Stati Uniti e Messico occupano gran parte del territorio continentale, sommando 456 milioni di abitanti, cioè una massa di potenziali praticanti enorme. La terza nazione più popolosa dell’area CONCACAF è il Canada, fermo a 38 milioni di abitanti, meno del solo Stato della California; subito dopo ci sono una gran quantità di Paesi minuscoli e scarsamente competitivi (la Giamaica, due finali nelle ultime quattro edizioni, deve molto ai giocatori immigrati in Inghilterra e negli Stati Uniti).

 

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Questo comporta che, all’infuori di Messico e USA, il livello generale sia molto basso e le rare volte che qualcuno riesce a inserirsi in questo derby sia per circostanze assolutamente eccezionali. Panama ci è riuscita nel 2013 grazie a una generazione d’oro che, cinque anni dopo, ha conquistato anche la prima qualificazione ai Mondiali della sua storia.

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Anche il Canada quest’anno sembrava in grado di sparigliare le carte, grazie a un bel progetto tecnico e alcuni giocatori di alto livello come Alphonso Davies e Jonathan David, ma alla fine nessuno dei due ha risposto alla convocazione, il primo per infortunio e il secondo per concentrarsi sul suo futuro nei club. Lo scarso appeal della Gol Cup, infatti, fa sì che spesso le stelle europee snobbino la competizione, specialmente se giocano in Nazionali con scarse possibilità di vincere il titolo.

Ciò è abbastanza evidente guardando la rosa degli Stati Uniti, in cui non figura quasi nessun giocatore impegnato in Europa: mancano Christian Pulisic, Weston McKennie, John Brooks, Sergino Dest, Giovanni Reyna, Tyler Adams. E nonostante questo, la finale raggiunta vincendo tutte le partite e con una differenza reti di 10-1 dimostra che il livello del Team USA è sproporzionato rispetto alla quasi totalità degli avversari.

I tentativi della CONCACAF

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In questi anni, la CONCACAF ha studiato alcune cose per alzare il livello e l’appeal mediatico della Gold Cup. Dal 1996 ha iniziato a invitare degli ospiti d’eccezione: il primo fu il Brasile, presentatosi con una manciata di seconde linee e arrivato fino alla finale col Messico; poi è toccato alla Colombia (finalista nel 2000), alla Corea del Sud e al Sudafrica. Nel 2007 questa pratica è stata abbandonata, ma proprio nell’edizione attuale si è fatto uno strappo alla regola invitando il Qatar, arrivato fino in semifinale.

 

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La progressiva espansione dell’area CONCACAF ha portato, nell’ultimo decennio, all’inclusione di micronazioni non riconosciute dalla FIFA in quanto parte del territorio di Paesi europei (Bonaire, Guyana Francese, Guadalupa, Martinica, Saint Martin, Sint Maarten), ma comprensibilmente questo non ha portato alcun serio miglioramento.

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Seguendo il modello della UEFA, nel 2019 è stata creata una Nations League del Nord America (potete indovinare quale è stata la finale), che però è di fatto una replica della Gold Cup, e anzi la rende quasi inutile. Il torneo continentale si è sempre tenuto eccezionalmente a cadenza biennale per aiutare le piccole federazioni, facendo giocare loro molte partite e permettendone il sostentamento economico. Ma la Nations League ha reso di fatto superfluo un torneo che si gioca ogni due anni.

È ormai opinione comune che la Gold Cup, così com’è, abbia poco senso e sia di fatto un torneo statunitense a cui partecipano anche altre squadre (gli USA hanno organizzato tutte le edizioni dal 1991 a oggi, talvolta con un co-host), sebbene la gran parte dei tifosi provenga dai Paesi latini. Su Forbes, Ian Nicholas Quillen ha proposto di recente una riforma che preveda la trasformazione in una specie di Confederations Cup alternativa, con Messico, Stati Uniti e Canada chiamati a sfidare gli altri campioni continentali, lasciando alla Nations League il ruolo di titolo CONCACAF propriamente detto.

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Ma forse l’opzione più interessante è quella proposta da Brian Straus su Sport Illustrated: un accordo tra CONCACAF e CONMEBOL per fondere la Gold Cup alla Copa America, creando un unico torneo del continente americano. Se questa opzione potrebbe piacere sia alle big del Nord che alle nazionali del Sud (la Copa America ha solo dieci partecipanti, nessuna fase di qualificazione e spesso invita squadre straniere, anche dal Nord), di fatto escluderebbe però le selezioni caraibiche, tra cui anche le recenti new entry della CONCACAF. È un sacrificio che il calcio nordamericano è disposto a fare?

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Valerio Moggia
Valerio Moggia
Nato a Novara nel 1989, è il curatore del blog Pallonate in Faccia, ha scritto per Vice Italia e Rivista Undici, e collabora con la rivista digitale Linea Mediana.

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