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Il calcio sudamericano perde Andres D’Alessandro, che a 39 anni ha deciso di ritirarsi dopo aver unito due popoli e inventato la celebre Boba

Una festa improvvisata in mezzo al campo dopo l’ultima vittoria nel Brasileirao. Non se lo immaginava di certo così il suo commiato dal calcio Andres D’Alessandro, che a 39 anni ha deciso di ritirarsi davanti a pochi intimi, salutando i compagni in un Beira Rio completamente vuoto, in attesa di capire cosa gli riserverà il futuro.

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D’Alessandro appende gli scarpini al chiodo e archivia una carriera a due facce. Da una parte, l’argentino può essere tranquillamente considerato come un campione mancato, perché ciò che prometteva agli inizi, di fatto, non è mai stato mantenuto. D’altro canto, ha giocato ovunque, vinto tanto e si è tolto anche qualche sfizio.

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D’Alessandro, vincente nato

Un vincente, senza dubbio, seppure circoscritto al solo continente sudamericano. Al di là dell’Oceano Atlantico, il Cabezon – il testone, per via delle misure spropositate del capo rispetto al resto del corpo – ha alzato la bellezza di 17 titoli di club e 2 con le nazionali argentine. Una serie di successi importanti, spartita quasi equamente tra i due suoi più grandi amori: il River Plate e l’Internacional.

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Se in Argentina D’Alessandro ha fatto incetta di campionati, con il Colorado il fantasista argentino ha vinto – tra il 2008 e il 2010 – una Sudamericana e una Libertadores, giocandole entrambe da protagonista. In mezzo altri successi, tra supercoppe varie e una nuova Sudamericana conquistata al River Plate, nel 2016, con Marcelo Gallardo a dirigerlo dalla panchina.

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Idolo di due popoli

Andres D’Alessandro è stato un argentino capace di unire due entità storicamente rivali come argentini e brasiliani. A casa sua ha giocato giovanissimo e poi ci è ritornato dopo i trent’anni, per ritrovare le emozioni di quando era ragazzo e sentire il suo nome acclamato dal Monumental; a Porto Alegre, invece, si è integrato subito, a tal punto che dopo qualche tempo gli è addirittura stata insignita la cittadinanza brasiliana.

River Plate e Copa Libertadores: un binomio perfetto

Solo Dario Conca, nel recente passato, può dire altrettanto. Il Cabezon ha infatti scelto il club gaucho per finire la carriera, soprattutto quando il presidente del River Plate D’Onofrio lo ha convocato nel proprio ufficio per comunicargli la non intenzione di rinnovargli il contratto. D’Alessandro ha ringraziato e si è riaccasato all’Inter, senza drammi né polemiche. E oggi si gode il tributo di due interi popoli, che sui social lo hanno salutato tra lacrime virtuali, in attesa di poterlo fare dal vivo.

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Il padre della Boba

Andres D’Alessandro non è solo stato un riferimento per due storiche tifoserie del Sudamerica, ma ha anche importato in Europa – dove ha giocato difendendo i colori di Wolfsburg, Portsmouth e Malaga – la celeberrima Boba, skill col suo marchio di fabbrica inciso sopra. La Boba è una sorta di movimento a elastico nello stretto, che si chiude con un cambio di direzione rapido e un tunnel.

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Un numero che l’argentino ha ripetuto decine e decine di volte, talvolta scatenando reazioni non proprio sportive da parte degli avversari. Ma è il gioco delle parti, perché D’Alessandro ha sempre giocato per divertirsi e per far divertire la sua gente, anche a costo di lasciarci una caviglia. Proprio per questo motivo è stato salutato da tutti, indistintamente.

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L’Internacional gli offrirà un posto in società e lui, che ha messo su famiglia in Brasile, potrà continuare a lavorare in quel mondo al quale si è affacciato da bambino, a 6 anni, grazie ai fratelli maggiori. Nella speranza di rivedere un altro D’Alessandro, per fortuna, ci viene in soccorso il web, disseminato di video con le sue giocate. In caso di nostalgia, sapete cosa fare.

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