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Ha ancora un senso il calcio alle Olimpiadi?

Il calcio alle Olimpiadi è sempre più un oggetto misterioso, che appare quasi fuori posto ma di cui è difficile decidere di fare a meno

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Nei giorni scorsi, non poche persone su internet si chiedevano come mai non ci fosse la Nazionale di calcio italiana alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Altre, assistendo alla cerimonia di apertura, si domandavano perché non ci fosse nemmeno un calciatore. Dubbi che chiariscono bene il ruolo che lo sport più seguito al mondo riveste nella principale manifestazione sportiva che esista.

Ovvero il ruolo di chi sta con un piede dentro e l’altro fuori dalla soglia: pochi si erano resi conto che il torneo di football era iniziato in realtà un paio di giorni prima del via ufficiale dei Giochi, anche perché del calcio alle Olimpiadi interessa tradizionalmente molto poco.

Professionisti o dilettanti?

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Un primo fattore di questo disinteresse del pubblico è dovuto al fatto che non è semplice capire chi si qualifica al torneo olimpico: storicamente, era riservato ai dilettanti, il che ha fatto sì che per decenni nessun grande campione calcasse i metaforici campi di Olimpia per tirare calci al pallone. Con l’eccezione dei Paesi del blocco comunista, i cui atleti erano ufficialmente dilettanti ma di fatto professionisti, particolare che ha permesso all’Est Europa di conquistare 23 medaglie su 33 nel dopoguerra.

 

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Ma progressivamente, le regole dei Giochi si sono aperte anche ai calciatori professionisti, limitati però a compaggini miste: ufficialmente le Under-23, che però non esistono all’infuori delle Olimpiadi, più alcuni fuori quota. Quest’ultima opzione era stata pensata per inserire nelle rose dei giocatori di maggior fama e attirare il pubblico, ma alla fine si è ridotta a essere un espediente per fare spazio a star di secondo piano, interessate a mettere in bacheca un trofeo a cui pochi hanno accesso.

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A Tokyo 2020, un esempio perfetto di questo fenomeno è Max Kruse, 32enne punta della Germania rimasto sempre in secondo piano nell’ambito delle selezioni tedesche e ritagliatosi negli anni il ruolo di bomber di provincia. In carriera ha vinto solo una Supercoppa tedesca nel 2015, anno in cui ha disputato le ultime partite in Nazionale, e per lui una medaglia olimpica sarebbe il perfetto coronamento di una carriera onesta.

Il ruolo del calcio alle Olimpiadi

Se il torneo di calcio delle Olimpiadi non ha grande appeal per i tifosi, la stessa cosa vale per gli stessi giocatori. Quest’anno, Germania e Francia potevano legittimamente ambire a vincere delle medaglie, ma le squadre convocate per Tokyo sono lontane anni luce dal meglio che questi due Paesi possono offrire. La stella dei Bleus, per capirci, è André-Pierre Gignac, 35enne attaccante che da diverse stagioni gioca in Messico.

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Non manca chi invece sembra crederci (la Spagna, con sei giocatori reduci dalla semifinale degli Europei maggiori, così come cinque anni fa il Brasile con Neymar e compagnia), ma la sensazione è che nessuno sia disposto a barattare tre settimane di preparazione con il club che gli paga lo stipendio per lottare per una medaglia dal valore indefinito.

 

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Di fatto, il calcio è una cosa e le Olimpiadi sono un’altra. Se i Giochi rappresentano l’apice per la maggior parte delle discipline, nel football non è così: sono i Mondiali che hanno un prestigio maggiore, e questa tendenza sembra sta lentamente prendendo piede anche tra le donne.

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Il calcio alle Olimpiadi è piuttosto una fastidiosa necessità: va a intasare ulteriormente un calendario già fitto con partite che non interessano quasi a nessuno e che sono organizzate al di fuori del sistema FIFA, eppure per una questione simbolica il calcio vuole avere un suo posto ai Giochi e il CIO vuole un torneo dedicato allo sport più seguito al mondo.

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Valerio Moggia
Valerio Moggia
Nato a Novara nel 1989, è il curatore del blog Pallonate in Faccia, ha scritto per Vice Italia e Rivista Undici, e collabora con la rivista digitale Linea Mediana.

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