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Origine e storia del Boxing Day, il calcio nel giorno di Santo Stefano

Il Boxing Day è ormai uno degli eventi calcistici dell’anno per tutti i tifosi, anche fuori dai confini inglesi. Ma com’è nata questa tradizione, e perché c’è solo in Inghilterra?

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Come ogni appassionato di calcio sa, il 26 dicembre è il Boxing Day, il giorno dopo Natale in cui il campionato inglese riprende a giocare in mezzo alle feste della fine dell’anno. A livello di calendario può sembrare come il nostro giorno di Santo Stefano, ma tra i tifosi di tutto il mondo è ormai diventato qualcosa di ben diverso.

Ma ancora oggi fuori dall’Inghilterra non se ne sa moltissimo, né sull’origine del nome né su quella della tradizione, che ovviamente va ben oltre le partite di calcio. Scopriamo, quindi, di cosa si tratta.

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Boxing Day: perché si chiama così?

Nell’Ottocento, la società britannica subì un grande mutamento, con la rivoluzione industriale e l’urbanizzazione: la gente si spostava a vivere dalle campagne alle città, per lavorare nelle fabbriche. Una conseguenza di questo mutamento fu l’ascesa di una classe di proprietari d’azienda, che diventarono molto ricchi, emergendo nettamente sui lavoratori e sul sottoproletariato urbano. Tutto ciò, sommato alla cultura cristiana ma anche al maggiore interesse per le condizioni sociali delle classi meno abbienti, portò alla nascita del Boxing Day.

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Vale a dire, della tradizione dell’alta borghesia di fare dei doni alle classi più povere, cioè i loro dipendenti o appunto il sottoproletariato, consegnandoli dentro a delle scatole (box, in inglese). Questa tradizione si diffuse in tutti i territori dell’Impero Britannico, cioè quelli che ancora oggi fanno parte del Commonwealth (ad esempio Canada, Australia e Nuova Zelanda). Tradizione vuole che sia appunto il giorno dopo Natale, ma teoricamente il vero Boxing Day veniva spostato alla settimana successiva nel caso in cui capitava nei giorni di chiusura delle fabbriche, come sabato e domenica (come in questo 2020).

Come la tradizione si è estesa al calcio

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Un’altra cosa molto importante vedeva la luce nell’Ottocento: il calcio. Praticato originariamente dall’alta borghesia, si diffuse tra le classi subalterne, che però avevano meno tempo a disposizione per la pratica. Così, presto il 26 dicembre divenne l’occasione in cui, approfittando del giorno di festa, i lavoratori andavano a giocare a calcio, e il rapporto tra sport e Boxing Day divenne strettissimo. Sport, non solo calcio, perché la stessa tradizione è presente anche nel rugby.

Il primo match della storia del Boxing Day è quello tra Sheffield FC e Hallam FC del 1860, un’epoca in cui in Inghilterra ancora non esisteva il campionato (si disputava unicamente la FA Cup), né tantomeno il professionismo. Ma proprio questo evento avrebbe aiutato in maniera determinante a cambiare il calcio: la sempre più diffusa pratica del gioco tra i lavoratori favorì la nascita dei club della working class, che presto iniziarono a sconfiggere quelli dell’alta borghesia. Questo portò alla rottura del divieto del professionismo, nel 1885, e tre anni dopo alla nascita della First Division.

 

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E in Italia?

Nel nostro paese, la tradizione del Boxing Day non è mai esistita, né nel mondo del calcio né al di fuori di esso. Storia, cultura ed evoluzione sociale diversa sono le cause principale di questa differenza con il Regno Unito, che in passato la Serie A ha comunque provato a ricucire sperimentando delle partite al 26 dicembre.

Il calcio nel giorno di Santo Stefano fu un evento ricorrente anche da noi, tra il 1965 e il 1971, ma senza mai diventare qualcosa di eccezionale, e infine fu messo da parte, allungando la pausa natalizia. Nel 2018, la Serie A ha deciso di riprovarci, per imitare il modello inglese e convogliare un gran numero di tifosi negli stadi italiani: fu il giorno di Inter-Napoli, con i cori razzisti contro Koulibaly, gli scontri fuori dallo stadio, un morto e tre arresti. Da allora si è preferito lasciar perdere.

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Valerio Moggia
Valerio Moggia
Nato a Novara nel 1989, è il curatore del blog Pallonate in Faccia, ha scritto per Vice Italia e Rivista Undici, e collabora con la rivista digitale Linea Mediana.

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