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Americo Gallego, il precursore di Maradona

Americo Gallego è stato uno degli argentini più amati degli scorsi decenni. Ma, per molti, era solo un competitor di Maradona

L’Argentina è terra di numeri dieci da sempre. Fin dai tempi de La Maquina del River Plate, infatti, il calcio albiceleste ha rappresentato un vero e proprio punto di riferimento della categoria. Se in Brasile, nella storia, ha potuto consacrare nell’immortalità il solo Pelé, in Argentina – Maradona a parte – ci sono disseminate decine di esempi di eredi, gemelli, potenziali campioni.

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Oggi per esempio c’è Messi, un tempo il già citato Maradona e in mezzo tutta una serie di fantasisti i quali, chi più chi meno, si sono saputi ritagliare una buona carriera. Poco prima dell’esplosione del Diez, però, sui campi argentini cominciava a circolare il nome di Americo Gallego, lui sì un numero dieci dal futuro assicurato.

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Fonte immagine: @PanteraDeChile (Twitter)

Stella del calcio argentino

I beninformati, a quei tempi, raccontavano infatti che Maradona potesse essere il “nuovo Gallego”. Nato a Morteros, provincia di Cordoba, Tolo è esploso giovanissimo diventando un punto di forza del Newell’s Old Boys. Rosario gli diede una sistemazione quando, dalle sue parti, le grandi realtà cittadine lo scartarono, e lui diventò un referente per la Lepra.

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Centrocampista offensivo dalla giocata risolutiva, Americo Gallego passò al Newell’s i primi sette anni della propria carriera, collezionando quasi 300 partite prima di salutare, un po’ a sorpresa, la città di Rosario e annunciare il suo passaggio al River Plate. Il “precursore di Maradona”, quello al quale “Diego assomigliava”, scatenò una reazione rabbiosa nel popolo rossonero, che scese in piazza a protestare come mai fatto prima.

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Americo Gallego, classe  indimenticabile

Perdere Americo Gallego significava perdere un faro, colui il quale – tramite le grandissime prove con la maglia del Newell’s – si era conquistato l’occasione di andare – vincendolo – al Mondiale del 1978. Quello dittatura, dove Tolo mise insieme ben 7 presenze. Ma il richiamo del River Plate, il club del suo cuore, fu davvero troppo forte.

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Gallego ci arrivò nel 1981, giusto il tempo per prenderci le misure e partecipare al Mondiale dell’anno successivo, in piena maturità calcistica. Lo sbarco a Buenos Aires porta Tolo a vincere due campionati, ma soprattutto una Libertadores e una Coppa Intercontinentale. Quest’ultima con la fascia di capitano al braccio e l’onore di aver mandato in gol Alzamendi, il giustiziere della Steaua.

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Fonte immagine: @PanteraDeChile (Twitter)

Un cuore diviso a metà

Newell’s e River Plate: solo due squadre hanno fatto parte dell’intera carriera di Americo Gallego, che una volta appesi gli scarpini al chiodo decide di rimettersi in discussione e cominciare ad allenare. Mentre Maradona, un metro di paragone che Tolo si è portato dietro per anni, sparava le ultime cartucce, Gallego studiava e sognava di poter allenare dove da giocatore aveva ottenuto tanto.

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Inizia proprio dal River Plate nel ruolo di secondo, poi per qualche tempo passa nei quadri della federazione prima di rientrare ai Millonarios. Nel 2004, dopo aver allenato per la prima volta l’Independiente, torna al Newell’s per la prima delle due avventura da direttore tecnico. Non va benissimo, con un esonero inevitabile a causa degli scarsi risultati.

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Poi il Messico, di nuovo il River e poi ancora l’Independiente, dove finisce nel mirino di una contestazione da parte dei tifosi per aver parlato apertamente del bagarinaggio e degli accorti segreti tra società e ultras. Vince poco – solo due campionati – ma lascia qualcosa ovunque va. Anche a Panama, dove da commissario tecnico chiude una carriera nella quale, forse, meritava qualche soddisfazione in più.

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Andrea Bracco
Cuneese, ha fondato il primo sito di calcio sudamericano in Italia e collaborato con diverse realtà editoriali di importanza nazionale, come Ultimo Uomo e Rivista Undici. Liga e Sudamerica le sue stelle polari, il calcio minore la sua debolezza.

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