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Roberto Baggio spiegato a chi non l’ha visto

Chi è stato Roberto Baggio, uno dei calciatori simbolo degli anni Novanta italiani, patrimonio collettivo di tutti i tifosi e mito sportivo a tutto tondo

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Se c’è una parte veramente affascinante dell’autobiografia di Roberto Baggio Una porta nel cielo (pubblicata da Limina nel 2001, con interviste di Enrico Mattesini e contributi curati da Ivan Zazzaroni e Andrea Scanzi, quando ancora Scanzi si occupava di calcio) è la sua parte iniziale, da bambino e ragazzino nella provincia vicentina.

Gli inizi sono sempre affascinanti, anche se non hanno ancora quel senso di circolarità che avranno una volta trasformatisi in finali. Ma d’altronde scrivere una storia di Roberto Baggio è difficile, per ciò che ha rappresentato per l’Italia del suo tempo, e spesso si finisce per impantanarsi nelle statistiche, nel palmares e in altre cose da pagina Wikipedia. Roberto Baggio richiede una storia emozionale, fatta di istantanee e sensazioni.

Roberto Baggio, un flusso di coscienza

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Se metto i pensieri in ordine, Roberto Baggio mi appare il 21 aprile 2002 (l’ho dovuta andare a ricercare, la data precisa) nell’atto di rientrare in campo dopo l’ennesimo infortunio e un “recupero record” (citazione di Tonino Raffa a Tutto il Calcio Minuto per Minuto, su Rai Radio 1) contro la Fiorentina. Sta lì a bordo campo come un giocatore qualsiasi che attende il cambio, poi arriva Pep Guardiola, si toglie la fascia dal braccio e la mette su quello di Baggio, con un gesto che pare quasi un’investitura regale.

È la terzultima stagione della carriera professionistica del Divin Codino: quell’estate ci saranno i Mondiali, tutti lo vorrebbero in Nazionale (specialmente in Giappone, dove è un mito non solo perché lì si venera la Serie A, dove gioca Hidetoshi Nakata, ma anche perché è un devoto buddista e il suo maestro spirituale è un giapponese, Daisaku Ikeda), ma alla fine il ct Giovanni Trapattoni lo lascerà a casa. In Asia, quasi per spregio, ci andranno addirittura Di Livio e Doni.

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Trapattoni e Baggio hanno dei trascorsi: nei primi anni Novanta sono stati assieme alla Juventus, hanno vinto una Coppa UEFA e litigato furiosamente. Perché il calcio sta diventando sempre più tattico, gli allenatori sempre più importanti: Cruijff e Sacchi hanno stravolto le regole, la libertà d’espressione dei calciatori si è ridotta ulteriormente, e Baggio è un campione caratterialmente a cavallo tra due epoche, quella dei 10 dagli-la-palla-e-ci-pensa-lui e quella dei giocatori che sono meccanismi di congegni complesse.

Un calciatore nel mondo che cambia

La sua storia è una storia di provincia. Il che è pazzesco, se pensate che è uno dei pochi giocatori ad aver vestito le maglie di tutte le tre grande, ed essere stato un mito in ognuna di esse. Eppure Roberto Baggio è il campione che cresce in mezzo alla voglia di riscatto sociale del Veneto, negli anni in cui il PIL inizia a crescere vertiginosamente e fanno fortuna le industrie tanto quanto la Mala del Brenta di Felice Maniero. Con Baggio, anche il Veneto ha il suo campione simbolo, anche se poi farà fortuna altrove.

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Firenze non sarà provincia a livello socio-economico, ma un po’ lo è nel calcio, e anche lì si sta tentando di fare un salto importante, quello nel novero delle grandi, che nel decennio successivo saranno chiamate le Sette Sorelle. E quando, nel 1990, lo cedono alla Juventus, lui getta via la sciarpa bianconera che gli hanno messo al collo in conferenza stampa, come a dire che lui, nella grande città e nella grande squadra, non è interessato ad andare.

Nel frattempo, per le strade di Firenze ci sono scontri che segnano immancabilmente qualcosa che sembra andare al di là del fatto sportivo: è caduto il Muro di Berlino, la corruzione politica è alle stelle e presto sfocerà in Mani Pulite, la mafia è divenuta argomento di dibattito quotidiano, sta iniziando la recessione economica. Mentre Baggio passa alla Juventus, tutto il mondo sta vivendo una forte epoca di cambiamento.

Baggio è di tutti

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E lui, nel frattempo, inizia il suo percorso che lo porterà da grande calciatore a diventare patrimonio collettivo degli italiani. Lo farà con le sue prestazioni in Nazionale, nell’estate del 1990, ma più ancora in quella del 1994, perché lì è decisivo (nel bene e nel male: ci sarà poi uno spot della Wind in cui, alla fine, quel rigore lo ha segnato) sebbene in aperto contrasto con Arrigo Sacchi, che è stato un altro dei suoi acerrimi nemici; così come Marcello Lippi, prima alla Juventus e poi di nuovo all’Inter.

Patrimonio collettivo perché, appunto, non ha fatto preferenze tra bianconeri, rossoneri e nerazzurri: coi primi ha vinto uno scudetto, una Coppa Italia e una Coppa UEFA; coi secondi solo un campionato; coi terzi nulla, ma ha deciso uno spareggio per la Champions League che ogni interista dovrebbe ricordarsi.

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Ma le cose migliori, restano quelle fatte con le piccole. Come il record personale di gol stabilito nel 1998 col Bologna (22 in 30 partite), fra un bisticcio e l’altro con Renzo Ulivieri. O come le quattro magiche stagioni al Brescia, le sorpendenti salvezze, il dribbling al volo su Van de Sar dietro assist di Pirlo, i gol, la fascia di capitano donatagli da Guardiola, che dà a questo articolo un senso di circolarità (visto che l’esaustività, sull’argomento Baggio, è irraggiungibile) e consente di mettere il punto a questo flusso di coscienza calcistico.

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Valerio Moggia
Nato a Novara nel 1989, è il curatore del blog Pallonate in Faccia, ha scritto per Vice Italia e Rivista Undici, e collabora con la rivista digitale Linea Mediana.

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