Equal Pay negli Stati Uniti: cos’è e perché sta creando polemiche

L’equal pay, di cui da tempo si discute, potrebbe diventare finalmente realtà negli calcio statunitense, ma non mancano le critiche

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Gli Stati Uniti, una delle nazioni più grandi, ricche e sportivamente avanzate al mondo, si è fatto un significativo passo avanti nella direzione dell’equal pay, la parità di compenso pagato dalla Federcalcio a giocatori e giocatrici per gli impegni con le rispettive Nazionali.

È un tema di cui si discute da tempo, e che altrove ha già ricevuto ufficialmente approvazione, mentre negli USA ha dato il via a uno scontro che ha avuto ripercussioni anche politiche. E che pare ben lontano da una risoluzione, perché le giocatrici hanno espresso dubbi sul progetto.

La proposta di equal pay della Federcalcio USA

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La battaglia per l’equal pay nel calcio ha segnato un decisivo passo avanti nel 2018, quando la parità di compensi tra uomini e donne è stata raggiunta in Nuova Zelanda. Successivamente, lo stesso provvedimento è stato adottato da varie federazioni in giro per il mondo: Australia, Finlandia, Brasile, Inghilterra e Irlanda.

usa mondiali tokyo 2020
Fonte: @uswnt (Instagram)

Negli Stati Uniti, dove la Nazionale femminile è storicamente una delle più forti al mondo (in contrasto con i magri risultati da sempre ottenuti dalla controparte maschile), il tema è andato crescendo soprattutto dopo la conquista del Mondiale del 2019. Le calciatrici, però, era da tre anni in causa con la Federcalcio, e nel febbraio 2020 hanno anche incontrato il supporto dei colleghi maschi.

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Così, negli scorsi giorni la USSF, la Federcalcio statunitense, ha proposto l’idea di un contratto collettivo per maschi e femmine che verranno chiamati e chiamate a rappresentare la Nazionale maggiore. Questo progetto sarà subordinato al raggiungimento di un accordo tra due rispettive associazioni di categoria, quella dei calciatori e quella delle calciatrici, in merito ai premi per la Coppa del Mondo, che ad oggi vengono tratti separatamente con la Federazione.

Il cambio di politica della USSF è arrivato nel corso del 2020, nonostante a maggio di quell’anno un giudice si era espresso in primo grado di giudizio sulla causa intenta dalle calciatrici contro la Federazione, dando torto alle prime. Ma nello stesso periodo veniva eletta a capo della Federcalcio Cindy Parlow Cone, ex-giocatrice della Nazionale oggi 43enne e prima donna nella storia a ricoprire questo ruolo.

Le critiche alla proposta della USSF

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Questo, però, non ha impedito che sorgessero delle critiche attorno alla nuova linea della Federazione statunitense. Tra le prime a esprimere perplessità c’è stata Alex Morgan, una delle più amate giocatrici del paese, che ha messo in chiaro che l’equal pay è una cosa positiva solo a patto che il nuovo accordo non corrisponda “a una riduzione di ciò che avevamo o di ciò che valiamo”.

L’associazione delle calciatrici, in particolare, ha accusato di fare “acrobazie di pubbliche relazioni”, parlando ai media di una proposta per l’equal pay senza aver presentato alcun piano concreto alle associazioni di categoria.

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Per contro la Federcalcio replica che il problema dei compensi relativi ai Mondiali è un problema dovuto alla FIFA, che stanzia meno fondi per i premi del torneo femminile rispetto a quello manschile, e quindi versa meno denaro alle federazioni. Per intenderci, il montepremi complessivo dei Mondiali maschili del 2018 (a cui gli USA non presero parte) era di 400 milioni di dollari, mentre per la competizione femminile dell’anno seguente di appena 30 milioni, più o meno quanto vinto dalla sola Francia per la conquista del titolo maschile.

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