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Lo scetticismo c’era, e per alcune squadre, anche il timore che alla fine, questa Final Eight, potesse implodere in una pessima idea. Otto squadre insieme nello stesso posto, un cammino verso la Champions League che però non avrebbe avuto le stesse tappe di sempre. Ma proprio per questo – anche se lo abbiamo sperimentato senza pubblico – possiamo pensare che, per le competizioni europee – ma non solo -, la Final Eight può funzionare anche in futuro.

Il coronavirus aveva detonato definitivamente questa idea. Se ne era parlato infatti anche in Italia con la Coppa Italia, con l’ipotesi di spedire le quattro semifinaliste a Roma per giocare una sorta di “playoff” in gara secca. Meglio di no. Però l’idea funzionava. Ceferin, CEO della UEFA, ha detto che è “un’idea interessante per il futuro, ma non credo che potremo applicarle ancora, perché il calendario è troppo fitto. Non vedo come potremmo piazzare un torneo di un paio di settimane da giocarsi a maggio, credo che sia impossibile”.

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Economicamente, la Final Eight potrebbe funzionare

Alla UEFA, nonostante l’ambiguità di certe decisioni negli ultimi anni, hanno pensato che l’unico modo per sistemare la questione delle coppe era di mandare tutte le squadre in pochi posti e far giocare loro meno partite. Un’ottima idea. Anche se apparentemente, per il futuro, dovrebbero essere ridiscusso il market pool. Perché il sistema calcio contemporaneo – liquido, globale, perennemente in mondovisione – permette alle squadre di guadagnare tot cifre in base al numero di partite disputate, seguendo gli accordi del market pool.

Ma per l’UEFA, oltre gli accordi televisivi, i premi in denaro vanno corrisposti in base al passaggio del turno, non alla vittoria delle partite. Quindi, se si decidono di giocare le ultime sette partite in una città o in una regione, le entrate istituzionali sarebbero confermate, perché non seguono le partite, ma il singolo passaggio del turno – questo, solo nella fase ad eliminazione diretta, ai gironi, invece, c’è un premio che segue il risultato.

Gli accordi televisivi possono essere rinnovati in base a questo nuovo sistema.

A guadagnare, poi, ci sono anche le sedi ospitanti. E’ risaputo che i Mondiali, gli Europei, e qualsiasi altra kermesse sportiva introduca una certa liquidità nelle casse del paese ospitante, e quindi, questo vale anche per la Champions. Giocare la finale a Lisbona, Istanbul o Atene porta soldi a quella città per un periodo limitato: il tempo che le squadre arrivino, che la città si riempa di tifosi, e poi tutti via.

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Ma con un periodo di gioco più lungo, il traffico monetario crescerebbe di molto. Anche perché il turismo, come ha sottolineato Expedia qualche anno fa, segue molto il pallone rotolante – secondo il sito di viaggi il 68% dei suoi clienti sceglie mete seguendo un evento sportivo. In questo senso, Barcellona è una meta più attraente per gli sportivi del mondo, interessati a visitare la città di Gaudí prima di assistere alle prodezze dell’altro artista in Catalogna, Leo Messi. I pacchetti viaggio per Madrid, sede della finale dell’anno scorso, avevano registrato un boom di acquisti di pacchetti-viaggio sei volte maggiore alla media (fonte Il Sole 24 ore).

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Magari, come primo esperimento con tifosi, la Final Eight di Champions League potrebbe essere giocata a Londra, una città con tanti impianti prestigiosi, con la finale a Wembley. Perchè no?

Va detto anche altro. Il turismo sportivo delocalizzato in un’altra città mangia entrate ai luoghi dove si giocherebbero l’andata-ritorno delle partite. E’ più difficile per un gruppo di tifosi del Centro Italia seguire la Juventus sette giorni a Lisbona rispetto che a fare due trasferte a Torino per vederla in casa. Ma appunto, i pacchetti-viaggio, gli incentivi che potrebbe proporre l’UEFA (sconto per italiani o chi arriva dall’Italia per guardare una squadra italiana, ad esempio), si sposerebbero bene con l’idea in stile Coppa del Mondo di visitare un luogo per seguire parallelamente una competizione sportiva. Insomma, c’è la giustificazione economica per l’avvio di questa rivoluzione strutturale delle coppe UEFA.

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La Final Eight piace anche – e soprattutto – per il campo

Poi c’è il campo. Le partite in gara unica, finora, hanno regalato solo emozioni. L’8-2 del Bayern, il City eliminato, il PSG che ne fa due all’Atalanta in sei minuti. Certo il singoalre contesto attuale condiziona il modo di giocare a calcio e modifica anche l’attenzione dei giocatori. Ma lo spettacolo, a quanto pare, è stato l’unico a non averci rimesso. Le squadre si aprono, corrono di più, c’è una voglia di vincere come se fosse una finale. E questo piace a tutti, tifosi e non.

Si fanno pochissimi calcoli – gol in casa/fuori e via dicendo – e per 90 minuti e più si guarda una partita di calcio puro fra i migliori giocatori al mondo. Estasiante, sembrerebbe.

Ma quello in corso a Lisbona è solo una soluzione del settore sportivo (europeo) a un problema di dimensioni mondiali, la pandemia da coronavirus. E’ difficile dunque che il calcio europeo riesca a definire la Final Eight come una struttura fissa anche per i prossimi anni, sia per la Champions che per l’Europa League. Ci sono dietro molti interessi dei top club che difficilmente possono essere sotterrati, e l’UEFA, lo abbiamo capito in questi anni, è molto premurosa nei confronti delle grandi squadre delle sue competizioni.

Visto che in altri sport come basket e calcio a 5 la Final Eight è una tappa fissa della stagione – a proposito: anche il campionato di calcio Primavera si conclude con una Final Eight in un territorio ogni anno diverso -, come per altre dinamiche, il calcio potrebbe studiare da queste altre pratiche sportive. Un’apertura verso nuove filosofie che farebbe bene all’UEFA e – mettiamocelo – anche al calcio italiano.

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