Come è stato distrutto il Burnley

Il Burnley era considerato una delle società meglio gestite a livello economico e sportivo in Premier League. Oggi, il club è indebitato e a fondo classifica, e ha appena cacciato il suo storico allenatore.

Sei stagioni consecutive in Premier League, nonostante un budget molto ridotto, in circa dieci anni di onorato servizio: si chiude così, al terz’ultimo posto in classifica con 4 punti dalla salvezza, la storia di Sean Dyche al Burnley. Una notizia per certi versi shockante, quella arrivata nella giornata di venerdì 15 aprile, al punto che Jamie Carragher è arrivato a commentare: “È uno scherzo! Se gli aveste dato un budget decente non vi dovreste preoccupare del rischio retrocessione!“.

Dyche, 51enne ex-difensore delle serie minori inglesi, in questo decennio è diventato una sorta di leggenda del calcio britannico, guidando il modesto Burnley a risultati molto al di sopra delle previsioni (nel 2017/2018 addirittura al settimo posto in Premier). E, insieme a lui, la stessa società del Lancashire si è imposta come uno dei progetti più interessanti in Inghilterra. Ma ora le cose sono cambiate.

La nuova proprietà e i debiti

Fino al dicembre 2020, i Clarets era una delle ultime proprietà britanniche della Premier League, ormai colonizzata dai capitali stranieri. Nel corso degli anni, e in particolare dall’arrivo di Sean Dyche in panchina, il club aveva dimostrato di poter competere con le grandi del calcio nazionale pur senza grandi stelle e nemmeno le faraoniche possibilità di spesa delle rivali.

Da qui sono partite le carriere di Danny Ings, Kieran Trippier, Andre Gray e Michael Keane, e ancora oggi il Burnley ha in squadra alcune nomi interessanti come il portiere Nick Pope e l’ala mancina Dwight McNeill. Scovare e lanciare giocatori di talento è diventato uno dei marchi di fabbrica del club in questi anni, e ciò ha contribuito a farne una delle società più apprezzate a livello gestionale in Inghilterra, attirando gli investitori stranieri.

L’arrivo del fondo d’investimento statunitense ALK Capital, guidato da Alan Pace, sembrava essere la soluzione ideale per permettere al club di fare il salto di qualità, consolidandosi e andando ad ambire a risultati ancora migliori. La nuova proprietà è arrivata con grandi ambizioni e roboanti annunci, come quello dell’avveniristica app di scouting mondiale che avrebbe dovuto rivoluzionare il settore.

Pochi mesi dopo, però, il Guardian rivelava che dietro l’acquisizione del Burnley si celavano pratiche abbastanza discutibili: ALK Capital non aveva la disponibilità economica per coprire tutta la spesa (170 milioni di sterline) e aveva così ottenuto un prestito da 60 milioni dalla MSD UK Holdings di Michael Dell. Per ripagarlo, Alan Pace ha poi utilizzato i fondi del Burnley: in pratica, la nuova proprietà americana aveva finanziato l’acquisto del club con i fondi di quest’ultimo.

Come si è infranto il sogno del Burnley

Con i debiti generatisi dal passaggio di proprietà, il Burnley si ritrovato in una situazione economica complicata, che ha precluso grossi investimenti per rafforzare la rosa. Dato che negli anni scorsi Dyche aveva già dovuto fare affidamento su un budget ridotto (si parla di 21 milioni di sterline totali dal 2017 al 2020), i Clarets non avevano a disposizione basi solide su cui reggersi, dato che la rosa negli ultimi anni è invecchiata senza subire alcun significativo rinnovamento.

Dieci dei giocatori presenti nella storica annata 2017/2018 sono ancora in squadra, e Will Unwin del Guardian ha spiegato che molti dei senatori avevano iniziato a sentirsi frustrati dei mancati rinforzi in certi settori del campo. In questa stagione, il Burnley ha l’età media in campo più alta della Premier League (28,9 anni), e tra le riserve i Clarets abbondano i ultra-trentenni.

Un paio sono arrivati la scorsa estate, ovvero il secondo portiere Wayne Hennessey dal Crystal Palace e l’attaccante Aaron Lennon dal Kayserispor. Per controbilanciare, la dirigenza ha donato a Dyche Maxwell Cornet dal Lione e il giovane difensore Nathan Collins dallo Stoke City: spesa totale 24 milioni di sterline. Ripianati a gennaio dalla cessione al Newcastle della punta neozelandese Chris Wood, a sua volta rimpiazzato da Wout Weghorst del Wolfsburg.

Un mercato orientato al tappare i buchi col minor dispendio economico possibile, che ha finito per affossare ulteriormente l’umore di una squadra già in crisi, che Dyche aveva saputo mantenere al di sopra della linea di galleggiamento in tutti questi anni. Questa stagione sembra quindi essere il punto d’incontro di problematiche che si trascinavano da tempo, e che la nuova proprietà non solo non ha saputo risolvere o attutire, ma sembra addirittura aver aggravato.

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