HomeCalcio EsteroNuova proprietà americana per il “britannico” Burnley

Nuova proprietà americana per il “britannico” Burnley

Uno dei club di Premier League con l’identità inglese più radicata, ha scelto una proprietà americana per rilanciarsi e provare a evitare la retrocessione in questa stagione.

Quello che si è completato a Burnley è un vero e proprio incontro fra due mondi opposti. Il club delle Clarets è passato in mano alla società ALK Capital, proprietà americana che ha finalizzato l’accordo fra il 30 e 31 dicembre 2020. Una svolta epocale per il futuro sportivo del Burnley, con una radicata tradizione “british” da sviluppare con presupposti ora completamente nuovi.

Chi è ALK Capital?

Il passaggio di proprietà, che era stato anticipato nelle scorse settimane, si è risolto con l’acquisto dell’84% delle azioni del club da parte di ALK Capital, società di investimenti in sport e media con base nel Delaware. Alan Pace, direttore generale di ALK, è subentrato quindi alla presidenza del Burnley, rilevando le quote del precedente proprietario Mike Garlick (che deteneva il 49% e rimarrà in dirigenza) e di John Banaszkiewicz (direttore generale del club, con il 28%).

Alan Pace, 53enne con un una lunga esperienza nel mondo finanziario, e oltre dieci anni di carriera negli investimenti sportivi, ha la doppia cittadinanza inglese/americana ed è già stato coinvolto attivamente nel calcio: come general manager dei Real Salt Lake (squadra di Major League Soccer, dello Utah), costruì il percorso di rinnovamento della franchigia, che passò dall’essere un club di bassa classifica a vincere l’MLS Cup nel 2009.

ALK, che aveva mostrato interesse anche verso lo Sheffield United in passato, ha recentemente investito in due realtà londinesi che si occupano di tecnologia applicata allo scouting dei calciatori, AiScout e Player LENS.

L’identità britannica del Burnley

Il club dal 2012 è allenato da Sean Dyche, ex calciatore con quasi 500 partite nel professionismo inglese (fra cui una clamorosa semifinale di FA Cup raggiunta con il Chesterfield nel 1997), ed è stato plasmato a immagine e somiglianza del manager: ruvido, diretto, con uno stile di gioco che non ha compromessi ed è basato soprattutto sull’attitudine e sulla concretezza.

burnley sean dyche
fonte: twitter (@BurnleyOfficial)

Il Burnley ha una radicata identità britannica, non soltanto nella rosa (solo 5 calciatori non sono britannici o irlandesi, nella squadra 2020/2021), ma soprattutto nel legame con il territorio: incastrata nel nord-ovest inglese, fra Liverpool, Manchester e Leeds, e con vicini scomodi (e titolati) come Blackburn e Preston North End, questa cittadina di 70mila abitanti del Lancashire vive tutti i giorni per il suo club di calcio, con un sentimento molto vicino a quello del “football” del Novecento. E la squadra restituisce tutto questo ai suoi tifosi, con la dedizione e la sincerità di un progetto sportivo che va avanti con le proprie idee, in mezzo a quella centrifuga scintillante che è la Premier League attuale.

Ecco perché l’avvento di ALK Capital assume risvolti interessanti. Il caso del Burnley è atipico, nel calcio inglese contemporaneo, e l’arrivo della nuova proprietà americana non può essere paragonato agli esempi recenti di Arsenal, Liverpool o Manchester United, e nemmeno all’Aston Villa o al Fulham (con l’accordo fra Clarets e ALK, peraltro, rimangono solo 4 le società di Premier League con proprietà inglesi, a dicembre 2020).

burnley squadra nuova proprietà americana
fonte: twitter (@BurnleyOfficial)

Dopo la promozione in Premier League nel 2009 (che mancava dalla stagione 1975/76), il Burnley ha fatto ancora l’altalena con la Championship un paio di volte prima di ritornare nel massimo campionato inglese nel 2016. L’exploit del settimo posto nel 2017/18, e la storica partecipazione all’Europa League l’anno seguente, rimangono scintille improvvise in un percorso di continuità e crescita che il club ora potrà perseguire con ancor più forza.

La sfida di ALK ora sarà quella di investire nel club di Turf Moor, potenziando ulteriormente le strutture di allenamento e societarie (si è già parlato di ampliare la rete di scouting e osservatori di mercato, per esempio). Ma anche di non snaturare un club che riesce a reggere ad alti livelli paradossalmente proprio grazie alla sua radicata identità, a tratti anacronistica, ma dalla quale riesce a trarre i capisaldi sui quali fondare la fiducia nel lavoro settimanale e la continuità dei risultati.

di Antonio Cunazza

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