Il Brasile con un ct europeo è un segno della crisi degli allenatori locali

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Il Brasile deve scegliere il suo nuovo ct, e crescono le voci di uno straniero (Ancelotti in pole). Una dimostrazione della crisi dei tecnici verdeoro.

A chi andrà la panchina di Tite? Il 61enne allenatore di Caxias do Sul si è dimesso dalla guida della nazionale brasiliana dopo la clamorosa eliminazione nei quarti dei Mondiali contro la Croazia. Nei suoi sei anni in verdeoro, ha riportato il Brasile a giocare un calcio spettacolare, vincendo 60 partite su 81 disputate, e subendo appena 6 sconfitte. Peccato che tre siano avvenute in incontri decisivi di grandi tornei: non ha mai superato i quarti di finale del Mondiale, e l’unico trofeo che è riuscito a mettere in bacheca è stata la Copa America del 2019.

Un bilancio deludente, che però non è stato affatto peggiore di quello dei suoi quattro predecessori: dal 2002 a oggi, solo Scolari nel 2014 è riuscito ad andare oltre i quarti del Mondiale (con il deludente quarto posto casalingo, condito dal disastro contro la Germania), e solo Dunga nel 2007 era stato in grado di vincere una Copa America. Dati che aprono il discorso sulla crisi del Brasile, che è prima di tutto quella dei suoi allenatori.

Brasile alla ricerca di un ct straniero

In Brasile, parlare di un ct straniero è sempre stato qualcosa di vicino all’eresia. Una delle grandi patrie del calcio, che ha saputo imporre al mondo uno stile di gioco proprio di grande successo nel corso della storia, non ha mai accettato con particolare leggerezza i tecnici non locali. La Seleção, in 1908 anni di storia, ha avuto solo tre ct stranieri: nel 1925 l’uruguayano Ramon Plater, per appena quattro incontri; nel 1944 il portoghese Joreca, in coppia col brasiliano Flavio Costa, per due amichevoli; e nel 1965 l’argentino Filpo Nuñez per una sola partita.

Dopo il pesante flop di Tite, considerato uno dei grandi maestri del calcio brasiliano contemporaneo dopo i suoi successi col Corinthians, le cose stanno però cambiando. Prima si è parlato di un contatto con Pep Guardiola, che ha però educatamente declinato l’offerta. Adesso il nome caldo è quello di Carlo Ancelotti, sul quale le possibilità sarebbero più alte.

Il suo contratto col Real Madrid scade nel 2024, ma non è da escludere che possa fare un breve periodo dividendosi tra i due impegni (anche se a giugno 2024 si terrà la prossima Copa America). D’altronde, l’allenatore emiliano conosce bene alcuni dei pilastri del Brasile, che ha valorizzato a Madrid, da Casemiro a Vinicius Jr e Rodrygo. E sarebbe una scelta in continuità con Tite, che nel 2014 si prese un anno sabbatico e andò a studiare proprio il Real di Ancelotti, prendendolo a esempio per il nuovo stile di calcio posizionale “all’europea” che ha poi applicato prima al Corinthians e poi in nazionale.

La crisi degli allenatori brasiliani

L’ipotesi del ct straniero fa discutere in Brasile, e ha già sollevato alcune critiche illustri, come quelle di Cafù e Rivaldo. Ma la verità è che c‘è un grande elefante nella stanza della Seleção: la crisi degli allenatori. Negli ultimi anni, i top club brasiliani, a partire dal Flamengo, hanno iniziato a investire sui tecnici europei per alzare il livello delle proprie squadre, e il trend è divenuto abbastanza significativo.

Resistono i grandi vecchi come Cuca (vincitore di Brasileirão e Coppa del Brasile nel 2021 con l’Atletico Mineiro), Renato Portaluppi (vincitore della Libertadores del 2017 col Gremio), Scolari (campione nazionale 2018 col Palmeiras) e Dorival Junior (detentore Libertadores col Flamengo, in finale contro l’Atletico Paranaense di Scolari). Ma alle loro spalle, tra i tecnici di prima fascia, c’è il vuoto. Gli europei, invece, sono divenuti protagonisti: Abel Ferreira ha vinto un campionato e due Libertadores alla guida del Palmeiras, Jorge Jesus un campionato e una Libertadores.

Il Brasileirão 2023, al via ad aprile, avrà ben 10 allenatori stranieri su 20, con nomi come il già citato Ferreira, l’ex-Shakhtar Donetsk Luis Castro e l’argentino Eduardo Coudet. Tra i giovani brasiliani ci sono quindi davvero pochi nomi papabile per la nazionale: l’unico ad aver vinto qualcosa è Rogerio Ceni, campione nazionale col Flamengo nel 2021 (ma dopo essere subentrato a novembre allo spagnolo Domenec Torrent, ex-vice di Guardiola), ma reduce da un deludente nono posto ottenuto col San Paolo.

La vera alternativa ad Ancelotti, però, sarebbe il 48enne Fernando Diniz, che dopo una lunga gavetta è arrivato l’anno scorso a centrare un terzo posto col Fluminense. In Brasile, e anche fuori, sta diventando un allenatore di culto per il suo stile offensivo e spettacolare, ma diametralmente opposto al gioco di posizione europeo. Invece di ricercare lo spazio attraverso il movimento, Diniz si fa portatore dello stile brasiliano classico, adattato ai tempi. Ma per quanto possa piacere, la sua bacheca è praticamente vuota, e non si sa se sarà in grado di gestire bene una rosa talentuosa ma anche caratterialmente complicata come quella della Seleção.