Ci sono troppi stranieri in Serie A?

In Serie A ci sarebbero troppi giocatori stranieri: lancia l’allarme l’AIC. Ma come stanno davvero le cose? Vediamo qualche dato e confrontiamo con l’estero.

“Non è un campionato per italiani” titola polemicamente il nuovo report dell’AIC, l’Associazione Italiana Calciatori: in Serie A, in questo inizio di stagione 2022/2023, il minutaggio dei giocatori italiani non supera il 33,3%, un terzo del totale. Nessuna squadra, ad eccezione del Monza, raggiunge il 50% di presenze di calciatori italiani e solo il 25% delle reti segnate finora è nostrano.

Dati che si prestano bene a scatenerare polemiche (qualcuno, sui social, ha parlato ironicamente di “sovranismo calcistico”), ma anche a legittimare discussioni sugli insuccessi della Nazionale di Roberto Mancini. Ma come stanno davvero le cose?

Pochi italiani in Serie A: come stanno davvero le cose

Sgombriamo il campo, prima, da facili strumentalizzazioni: se la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali fosse dovuta a una mancanza di giocatori da convocare in azzurro e a un basso livello generale, pochi mesi prima la Nazionale non avrebbe vinto gli Europei e non si troverebbe oggi, per la seconda volta consecutiva, alle Final Four di Nations League. Inoltre, per quanto possa essere basso il livello degli Azzurri, non si può pensare che sia questa la causa dei pessimi risultati contro Bulgaria, Irlanda del Nord e Macedonia del Nord.

Secondariamente, il report dell’AIC analizza dati che poco hanno a che vedere, in realtà, con i risultati della Nazionale. Oggi, la Serie A è un campionato di passaggio, un gradino sotto alla Premier League: ciò significa, che i nostri migliori giocatori finiscono per trasferirsi lì. È successo a Jorginho, Emerson Palmieri e Scamacca: la Serie A non fotografa perfettamente il livello della Nazionale, per questa può pescare anche da chi gioca all’estero (altro esempio, Verratti).

Il discorso sui troppi stranieri del campionato è in realtà un motivo ricorrente del dibattito calcistico italiano da decenni, e nel 1966 portò anche alla chiusura delle frontiere. Che ebbe il risultato di una profonda involuzione della Serie A, arrestata solo con la riapertura dei trasferimenti degli stranieri nei primi anni Ottanta, su cui si costruirono i grandi successi dei nostri club del periodo seguente. Quindi, limitare gli stranieri in campionato sembra avere effetti più deleteri che positivi, e di questo si era già scritto (ma fa bene ripeterlo).

Dopodiché, per fare un’analisi seria, andrebbero confrontati i dati proposti dall’AIC con quelli degli altri campionati europei, per capire se l’alta presenza di giocatori stranieri comporti qualcosa di specifico a livello di forza dei club. Uno studio del CIES del 2016 evidenziava come la Serie A fosse solo terza per presenza straniera tra i campionati europei, dietro la Jupiler Pro League belga e la Premier League inglese: in quest’ultimo torneo, gli stranieri erano allora il 66,4%, e questa cifra è andata crescendo nelle stagioni successive (un anno dopo, Sky Sport riportava che era pari al 69,2%). Nonostante ciò, la Premier League è il campionato più ricco e competitivo al mondo, con i club più forti e dominanti, e con una Nazionale arrivata quarta ai Mondiali del 2018 e seconda agli ultimi Europei (miglior trend da fine anni Sessanta).

Dovrebbe essere abbastanza chiaro, dunque, che l’alta presenza degli stranieri in Serie A, di per sé, non significa nulla, e che anzi è fisiologica nel calcio contemporaneo. Se c’è un problema relativo allo scarso impiego dei giocatori italiani, forse le motivazioni stanno altrove: nel modo in cui vengono allenati fin da giovanissimi i nostri giocatori, che formano ragazzi spesso poco appetibili ai grandi club e al calcio internazionale, sia a livello tecnico che atletico. Magari si potrebbe ripartire da qui, seguendo le riforme di base che, in passato, hanno rivoluzionato il calcio in Paesi come Olanda, Belgio, Spagna, Portogallo e Germania.