C’è un problema doping in Premier League?

In Premier League ci si interroga sull’efficacia dell’antidoping, dopo che un’inchiesta del Daily Mail ha lanciato l’allarme. Ecco cosa sta succedendo.

Dal 2013 al 2020, la Premier League ha registrato ben 88 test antidoping positivi tra i calciatori delle leghe britanniche, di cui 15 nella Premier League, ma non è stata comminata nessuna squalifica e le informazioni sui casi sono molto limitate.

A denunciarlo è il Daily Mail, in un articolo firmato da Edmund Willison che mette in luce le difficoltà del sistema antidoping del calcio britannico nel far valere le proprie regole. Il fatto che questo succeda nel principale e più ricco campionato di calcio al mondo, spesso noto l’elevato numero di partite e l’alta intensità atletica del gioco, può avere una certa rilevanza nel dibattito anche fuori dal Regno Unito.

Cosa succede col doping in Premier League

Il report pubblicato dal Daily Mail si rifà a una serie di documenti ottenuti dalla testata dopo una richiesta fatta all’UKAD a gennaio, l’agenzia antidoping britannica, e Willison sottolinea nell’articolo come le sue domande abbiano necessitato tre volte il tempo standard per ottenere questo genere d’informazioni: 60 giorni, invece dei canonici 20. E il contenuto è piuttosto allarmante.

Le sostanze rilevate dall’UKAD in questi anni vanno dalle anfetamine, a sostanze stimolanti come il Ritalin, l’ormone HCG, il diuretico Indapamide (che serve a perdere peso ma è anche in grado di mascherare l’utilizzo di altre sostanze) e vari tipi di corticosteroidi. Le sanzioni sono state evitate perché i giocatori in questione possedevano una legittima esenzione medica, ma il problema è che spesso queste motivazioni mediche sono difficili da verificare; motivo per cui, in altri sport, in casi simili si procede comunque con la squalifica.

I corticosteroidi, per esempio, sono largamente utilizzati per ridurre l’infiammazione di un infortunio o anche per curare l’ADHD (il disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività), per cui molti calciatori e sportivi in generale hanno l’esenzione medica, ma sono anche in grado di favorire la perdita del peso e dare più energie all’atleta. Specialmente fuori dal calcio ci sono stati diversi casi di sportivi che assumevano questi medicinali con esenzione medica, prima che si scoprisse che in realtà servivano per migliorare le prestazioni: uno dei casi più noti è quello del ciclista britannico Bradley Wiggins.

Wilson cita il caso del dottor Ramon Cugat, medico di fiducia di Pep Guardiola prima al Barcellona e oggi al Manchester City (la persona, per capirci, a cui sono state affidate le cure di Sergio Aguero e Kevin De Bruyne): nel 2004, era stato coinvolto in un caso di doping riguardante il tennista spagnolo Luis Feo Bernabe, squalificato per due mesi dopo essere stato trovato positivo ai corticosteroidi che proprio Cugat gli aveva prescritto, ufficialmente per curare un infortunio.

Le stesse sostanze che vengono utilizzate dai calciatori della Premier League, dice il Daily Mail, vengono identificate come dopanti negli altri sport, anche in presenza delle stesse giustificazioni mediche dei calciatori, ma nel caso di questi ultimi non arrivano mai sanzioni. E mediamente, aggiunge Edmund Willison su Twitter, “è difficile che uno stesso giocatore di Premier League venga testato due volte nel corso di una stagione”. Nella scorsa stagione, nel campionato inglese sono stati effettuati appena 720 test antidoping.

In tutto questo, il report del Daily Mail non è nemmeno completo sotto il profilo della verifica dei casi, perché purtroppo ilgiornale ha potuto avere accesso solamente a 39 degli 88 casi di positività individuati nel periodo preso in esame. A un problema di scarsi controlli, quindi, si aggiunge quello della scarsa trasparenza, che non fa che aumentare i sospetti sulla generale sottovalutazione del problema doping in Premier League, e in generale nel mondo del calcio britannico.

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